Giustizia, le due Italie: l’80% dei ragazzi detenuti nelle Carceri Minorili è del Sud


carcere-minorile-trevisoSono i 240 meridionali reclusi oggi nei sedici istituti penitenziari minorili italiani. E sono più irredimibili degli altri. L’amara realtà emerge dai numeri: su 503 detenuti oggi ospitati dalle carceri minorili nazionali, al netto di 224 stranieri, sono attualmente reclusi 279 italiani. Ma di questi, soltanto 40 provengono dal Centro e dal Nord, mentre gli altri 239 sono tutti giovani del Sud. Otto su dieci. Viene dal Meridione l’ottanta per cento dei giovani italiani che oggi guarda il mondo di fuori dal carcere. E per buona parte di loro, le speranze di uscirne presto per accedere a misure alternative di reinserimento, resta una chimera. In fondo è normale, ci hanno detto in molti. Dietro le sbarre ci sono più meridionali perché al Sud c’è la ‘ndrangheta, c’è la mafia, c’è la camorra. Al Sud si abusa senza scrupoli della manovalanza minorile, ergo i meridionali se la sono cercata. Non fosse che spesso, le risposte più semplici sono quelle più sbagliate. “In realtà – spiega al Mattino Alessio Scandurra, curatore insieme a Susanna Marietti del Terzo Rapporto di Antigone sugli Ipm – la selezione dei minori destinati al carcere non avviene purtroppo in base alla pericolosità dei ragazzi o alla gravità delle loro condotte”.

“A prevalere – chiosa – non sono i reati più gravi ma i casi più estremi. E cioè quelli per i quali si suppone un recupero più difficile”. La nostra Costituzione prescrive all’articolo 27 che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Il carcere minorile dovrebbe pertanto essere, più di quello per gli adulti, un luogo di transito verso nuove opportunità di redenzione. Opportunità come la messa alla prova, pensata nel 1988 per i minori e dal 2014 applicata anche agli adulti con ottimi esiti. L’istituto non è soltanto un’alternativa al carcere, ma anche allo stesso processo: si tratta in pratica di inserire il ragazzo in una comunità e vedere come si comporta. Se tutto procede nel verso giusto, si può arrivare all’estinzione del reato. I risultati sono stati finora entusiasmanti: nel 2014 la messa alla prova ha salvato l’80 per cento dei minori coinvolti.

Ma se recuperare i giovani del Nord è più facile per via di una maggiore disponibilità di risorse, di chance lavorative più consistenti e di contesti operativi più favorevoli, al Sud l’impresa è decisamente più ardua. “Nelle periferie delle grandi città del Sud – osserva Isaia Sales, docente di Storia della criminalità organizzata nel Mezzogiorno d’Italia presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli – il giovane si muove in un contesto aggregato in cui la violenza è più facilmente replicabile. Non così al Nord, dove i reati dei giovani minorenni sono più spesso frutto di singoli “scoppi” più facili da risanare”.
L’abitudine a delinquere è più difficile da sradicare. “I disperati delle periferie delle grandi città del Sud hanno a disposizione meno alternative, meno risorse e meno supporto delle famiglie”, sintetizza Scandurra. Si chiama carcere la risposta più frequente che i giovani meridionali si sentono dare. Si chiama così per via di ragioni quantitative, qualitative e logistiche. A fronte di un elevato tasso di criminalità minorile, le strutture di accoglienza del Sud sono nel complesso insufficienti ad assorbire la domanda, e assai meno variegate di quanto non richiederebbero le esigenze riabilitative dei singoli minori.

“Anche se presso gli enti locali c’è attenzione – chiarisce l’operatore di Antigone – si fa estrema fatica a trovare collocazioni che rappresentino per i giovani meridionali delle vere opportunità”. E ci sono poi difficoltà logistiche sovente insuperabili. Ricollocare un minore del Sud nel suo territorio di appartenenza è molto rischioso, in quanto la pressione dell’ambiente circostante nel quale ha sempre navigato può minare il percorso di recupero. E trasferirlo in una comunità del Centro Nord è altrettanto impervio.
“Sia perché trapiantare un ragazzino a 500 chilometri da casa è complesso – racconta Alessio Scandurra – sia perché le comunità centro-settentrionali temono a volte che l’arrivo di un minore dai precedenti criminali “importanti” possa turbare gli equilibri degli altri ospiti e innescare meccanismi di leaderismo, sopraffazione ed emulazione”.
E non va poi sottovalutato che a differenza degli adulti che accedono a misure alternative, i minori non possono lavorare stabilmente, e non possono permettersi una casa in affitto. Ecco perché per loro diventa più difficile accedere a percorsi professionali e formativi fuori dalla Regione di origine. Nelle more di una vera opportunità di riscatto, l’esito è spesso scontato. Da luogo di transito dai trascorsi criminosi a orizzonti di rinascita, l’istituto penitenziario minorile diventa per i giovani meridionali una specie di limbo.

“L’Ipm non è il problema in sé – annota Scandurra l’Ipm diventa un problema quando diventa la risposta”. Se si osservano le serie storielle, e le si rapportano a quelle di Paesi come gli Stati Uniti, sembra emergere una verità indubitabile: la giustizia minorile funziona, e la carcerazione è divenuta nel corso degli anni un fenomeno residuale. Ma non c’è da cullarsi troppo sugli allori. “Le molte retate nei quartieri napoletani a rischio – spiega l’ispettore Ciro Auricchio, segretario regionale della Uspp Campania (unione sindacale polizia penitenziaria) hanno stravolto gerarchie e strategie della criminalità organizzata. Dopo l’arresto di numerosi capi clan di spicco, i giovani detenuti nelle carceri campane sono aumentati a dismisura. I minori sono diventati schegge impazzite che guardano alla detenzione come a un segno di potenza da esibire”. Gli effetti, come dimostra la recente rivolta nel carcere di Airola, sono facilmente intuibili.
“A causa della legge del2014 che ha esteso ai venticinquenni la possibilità di restare nel carcere minorile – spiega Auricchio – gli equilibri degli Ipm sono cambiati. Succede sempre più spesso che piccoli boss dalla personalità ormai strutturata intrattengano pericolosi rapporti con gli altri ospiti adolescenti”. “Se non si provvede a destinare gli ultra ventenni a circuiti ad hoc – avverte Auricchio – c’è il serio pericolo di innescare sempre più frequenti meccanismi di emulazione, e di spezzare quindi il percorso riabilitativo di chi è più piccolo ed ha ancorala possibilità di ricominciare da capo”.

Eppure, proprio dalla Campania delle paranze, dei minori con il kalashnikov, delle periferie dove è sempre buio, un raggio di speranza arriva e dovrebbe far riflettere chi dice che m fondo, al Sud, non c’è niente da far Ormai da sei anni, all’interno del carcere minorile di Nisida, il progetto “Finché c’è pizza c’è speranza” dell’Associazione Scugnizzi riscuote grande successo tra i giovani detenuti. “A molti di loro abbiamo insegnato un mestiere – dice il presidente Antonio Franco – a oggi abbiamo reinserito nella società venti giovani”.
Grazie al sostegno dei fratelli La Bufala, alcuni ex detenuti oggi fanno i pizzaioli in ristoranti del celebre marchio o hanno intrapreso attività di successo. “È il caso di ragazzi come Daniele e Vincenzo – racconta Franco-molti dicevano che erano irrecuperabili ma noi abbiamo creduto in loro. Ciò che questi ragazzi cercano, è qualcosa di molto più concreto di astrusi progetti formativi. Vogliono un lavoro, dei soldi puliti da spendere per i loro bambini, e qualcuno che creda in loro”. Daniele è oggi un nome della pizza, un vero fuoriclasse che ha partecipato anche ai campionati mondiali del settore. Vincenzo, orfano ed ex criminale, è stato chiamato a Città del Messico come maestro pizzaiolo per la Festa nazionale del Paese. “Bisogna tagliare il cordone ombelicale e stargli vicini, è tutto qua”, dice Franco. “Non insegnate ai bambini – cantava Giorgio Gaber – date fiducia all’amore. Il resto è niente”.

Francesco Lo Dico

Il Mattino, 9 settembre 2016

Carceri, ogni detenuto costa 150 € al giorno, l’83% è speso per gli stipendi del personale


Carcere Regina Coeli - Roma - RepartoOgni detenuto è costato allo Stato italiano, nel 2014, 150 euro al giorno, mentre la Polonia ne spende solo 20. Sono i costi non proporzionati alla qualità del sistema il vero problema del sistema carceri: quasi tutto il bilancio dell’amministrazione penitenziaria del paese, circa l’83%, è speso in stipendi del personale motivo per cui restano fermi tutti gli altri interventi di edilizia e manutenzione delle strutture, formazione e lavoro.

Stabile il calo del numero dei detenuti nelle nostre carceri registrato in questi ultimi anni, la flessione che era iniziata nel 2010 con il riconoscimento dello stato di emergenza degli istituti per sovraffollamento carcerario. Dati che preoccupano l’Osservatorio nazionale sulle condizioni di detenzione dell’Associazione Antigone che il 17 marzo scorso ha presentato il suo XI Rapporto sulle carceri del paese che l’Osservatorio visita annualmente, autorizzato dal Ministero della giustizia. Ombre ma anche luci di quella che resta ancora “una risposta costosa e inefficace alla delinquenza” nelle parole di Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio indipendente intervenuto a presentare il Rapporto “Oltre tre metri quadri” del 17 marzo scorso.

Titolo questo che ci dice che comunque lo spazio per detenuto si allarga un po’ visto che al 28 febbraio 2015 i detenuti restano 53.982 rispetto ai 66.897 della fine del 2011, anno nel quale sono stati presi i primi provvedimenti a scopo deflattivo. Un numero che in tre anni è sceso di 12.915 unità. Tra le luci che filtrano dalle sbarre delle nostre carceri, c’è quella che Scandurra definisce “la normalizzazione delle patologie di cui ha sempre sofferto il nostro sistema carcerario: troppi detenuti stranieri, troppe persone in custodia cautelare in attesa di pena detentiva, troppi detenuti per violazione della legge sulle droghe e troppi in carcere per fatti di lieve entità con condanne inferiori all’anno”.

Oggi ognuna delle tre categorie ha visto diminuire il suo totale visto che il taglio complessivo ha insistito prioritariamente su queste tre categorie. Schermature alle finestre mai rimosse e bagni a vista in oltre 100 istituti, nel solo Lazio water visibili dal corridoio in almeno quattro istituti. È ancora questa la condizione della vita carceraria nonostante il documento di indirizzo formulato nel 2013 dalla commissione ministeriale ad hoc istituita dall’allora ministro Severino dopo la sentenza di condanna europea Torreggiani che avrebbe dovuto rivoluzionare la vita carceraria buttando all’aria prassi stravecchie e sclerotizzate.

E se ormai le celle restano aperte per almeno otto ore durante il giorno, solo 14 istituti delle undici regioni monitorate da Antigone hanno spazi comuni per le attività insieme e in ogni caso si tratta di spazi sempre insufficienti. Su oltre 200, solo quattro istituiti tra Padova, Trieste, Volterra e Piazza Armerina usano Skype per le comunicazioni telefoniche, per tutti gli altri vale ancora una legge del ’75 che prevede solo penna, carta e francobollo come unici mezzi per comunicare con il mondo esterno. Ancora pochissime le cartelle cliniche digitali visto che per ricostruire la storia clinica di ogni paziente in carcere si combatte ancora con faldoni e faldoni di indecifrabili pagine ingiallite dal tempo. L’unica legge sulla libertà religiosa in carcere risale al 1929, sotto il Fascismo.

“La diminuzione del numero dei detenuti avvenuto in Italia nell’ultimo anno e mezzo non è dovuto a un aumento delle misure alternative, in particolare l’affidamento in prova ai servizi sociali che oggi interessa poche migliaia di persone in tutta Italia”. È quanto dichiara Gianni Torrente, coordinatore dell’Osservatorio sulle carceri di Antigone. “Aumentano invece le misure con un intento meramente deflativo come nel caso degli arresti domiciliari: circa 5 mila in più”, segno per Torrente di una retrocessione culturale del paese che tralascia l’intento responsabilizzante e risocializzante della misura a favore di quello meramente deflativo.

Marzia Paolucci

Italia Oggi, 23 marzo 2015

Giustizia: sovraffollamento delle Carceri, Italia ancora sotto esame


carcere chiave cellaEntro un anno Consiglio d’Europa valuterà ancora progressi fatti.

Accovacciati su letti a castello nelle strette celle del penitenziario di Regina Coeli a Roma, i 900 detenuti come Giuseppe che vivono in questa struttura ottocentesca costruita per ospitarne non più di 643 persone, testimoniano che l’Italia ha ancora molta strada da fare per alleviare il cronico problema di sovraffollamento: “Immaginate cos’è una convivenza assolutamente anormale in termini di spazi e di mix, umano e disumano che sia, che si può creare in una cella”.

Un anno fa l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti umani per le condizioni in cui erano costretti sette detenuti. Ora il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha riconosciuto che sono stati ottenuti “significativi risultati”, ma i penitenziari italiani restano sotto esame anche perché, come sottolinea Alessio Scandurra dell’associazione Antigone, sono ancora 15.000 i detenuti in eccesso rispetto all’attuale capacità delle prigioni italiane: “È un peccato che ci sia voluta una condanna della Corte europea per fare quello che a noi sembrava ovvio si dovesse fare da molto tempo a questa parte, però è un bene che finalmente questo accada per cui noi speriamo che la pressione e l’attenzione delle organizzazioni internazionali sul sistema penitenziario italiano resti alta”.

Con una popolazione penitenziaria fatta in gran parte da condannati per reati legati alle droghe, si stima che la recente sentenza della Corte di Cassazione sulla legge Fini-Giovanardi possa far uscire dal carcere 10.000 persone. Intanto, grazie a maggiori sconti di pena e affidamenti ai servizi sociali il numero dei reclusi è comunque già sceso dai circa 68.000 del 2012 ai 59.000 di oggi. Restano però situazioni estreme come quella di Poggioreale a Napoli, dove 2.000 galeotti sono compressi in uno spazio progettato per 1.400. Il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa riprenderà in esame la questione “al più tardi nella sua riunione del giugno 2015” e farà un esame approfondito sui progressi fatti.

Tm News, 16 giugno 2014