Gerardi (Radicali) : Ministro Orlando revochi subito il 41 bis a Provenzano


Cella 41 bis OPUn paio di anni fa mi recai in visita ispettiva presso il carcere di Parma insieme alla delegazione radicale composta da Rita Bernardini, Irene Testa e Valentina Stella. Dopo aver visitato l’intero istituto penitenziario e parlato con i detenuti, ci recammo anche nella zona dove all’epoca era recluso Bernardo Provenzano.

Non appena l’uomo si alzò dal letto per venirci incontro, ci rendemmo subito conto di trovarci al cospetto di una persona il cui stato psicofisico era ormai irrimediabilmente compromesso: Provenzano, curvo sullo schiena, si muoveva lentamente e con grande fatica e nel corso di quei pochi istanti in cui si è svolto il “colloquio” non ha fatto altro che biascicare parole prive di senso, frasi sconclusionate e del tutto incomprensibili.

Dopo quella visita ispettiva, lo stato di salute di Provenzano, se possibile, si è ulteriormente aggravato. Le certificazioni mediche, infatti, attestano che il detenuto, allettato da dicembre 2012, presenta un quadro clinico profondamente deteriorato e in progressivo peggioramento, uno stato cognitivo irrimediabilmente compromesso, più tutta una serie di gravissime patologie, tra cui il morbo di Parkinson, che gli rendono impossibile persino l’alimentazione spontanea, al punto che qualche tempo fa i medici sono stati costretti a inserirgli il sondino naso-gastrico direttamente nell’intestino, visto che nemmeno lo stomaco gli funziona più.

Quando cominceremo a prendere atto dell’evidenza, ossia del fatto che il potente boss di Cosa Nostra di un tempo oggi non esiste più? Lo ha scritto chiaramente Luigi Manconi sull’Unità di domenica scorsa e non si può certo dargli torto: oggi Bernardo Provenzano è una persona anziana e gravemente malata che dipende dagli altri per ogni minimo aspetto della vita quotidiana, che non riconosce più i familiari che lo vanno a trovare in carcere e che non è nemmeno in grado di ricevere gli atti giudiziari che gli vengono notificati, tanto è vero che il Tribunale di Milano, non più tardi dì qualche settimana fa, gli ha nominato un amministratore di sostegno.

Lo stato di salute mentale dell’uomo è talmente precario che ben tre autorità giudiziarie hanno disposto la sospensione dei processi in cui Provenzano compariva nella veste di imputato, in quanto lo stesso è stato dichiarato incapace di partecipare alle udienze (ossia incapace persino di rendersi conto dì trovarsi in un’aula giudiziaria).

Lo stesso medico che attualmente ha in cura Provenzano ha inviato una relazione al Tribunale di Sorveglianza di Milano nella quale sostiene che le condizioni di salute del detenuto sono incompatibili con il regime carcerario.

E però a dispetto di tutte le perizie, le relazioni e le certificazioni mediche, Bernardo Provenzano continua non solo a rimanere in carcere, ma persino ad essere sottoposto al 41-bis, il che peraltro sta avvenendo anche contro il parere di tre procure distrettuali antimafia (Firenze, Caltanissetta e Palermo) che da tempo sì sono espresse a favore della revoca del cosiddetto “carcere duro”.

Il ministro della Giustizia Orlando, infatti, basandosi sul parere del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e della Procura nazionale antimafia, ritiene che Bernardo Provenzano possa ancora essere un soggetto “pericoloso”, e ciò sulla base di alcune relazioni del Gruppo operativo mobile (reparto specializzato della Polizia Penitenziaria) dalle quali emergerebbe che “a tratti”, ovvero “sporadicamente”, il detenuto sembra essere ancora in grado di “rispondere” alle domande che gli vengono rivolte.

L’evidente contraddizione fra il riconoscimento del grave stato dì salute dell’imputato, che non gli consente di partecipare validamente al processo, e il suo mantenimento in stato di detenzione, per di più in un regime inumano come il 41-bis, non è stata fin qui meritevole di alcuna attenzione, neppure tra coloro che, d’abitudine, si indignano per le violazioni dei diritti fondamentali; ciò evidentemente perché vi è la consapevolezza che una pubblica presa di posizione che riguardi Provenzano rischia di condannare chi la esprime alla più assoluta impopolarità. Ma i diritti umani sono per definizione universali e inviolabili e pertanto non possono essere negati ad alcuno, sia esso pure un boss di Cosa Nostra.

Lo sanno bene i radicali che in queste ore sono impegnati nell’ennesimo sciopero della fame insieme a circa 200 cittadini proprio per richiamare l’attenzione di Governo e Parlamento non solo sulle morti in carcere e sul diritto alle cure negato ai detenuti, ma anche sulla illegittimità del 41-bis, nato come regime detentivo “provvisorio” e oggi stabilizzato e applicato persino a soggetti ridotti in stato pressoché vegetativo come Provenzano, con buona pace non solo delle Convenzioni internazionali e della Costituzione, ma anche di quel minima senso dì umanità di cui tanto spesso ci si fa vanto.

Se davvero il ministro della Giustizia Orlando vuole dimostrare di avere a cuore questi temi, se veramente intende dar prova all’Europa di aver voltato pagina rispetto ai diritti dei detenuti, specialmente quelli che si trovano in condizioni di salute estreme, può farlo partendo proprio dalla revoca del carcere duro a Bernardo Provenzano.

Sarebbe infatti una sconfitta per tutti quanti noi se un uomo così gravemente malato dovesse morire in carcere, per giunta dopo essere stato sottoposto a un trattamento punitivo così inutilmente severo e senza aver ricevuto il sostegno e il conforto dei propri cari.

Avv. Alessandro Gerardi (Comitato Radicale per la Giustizia Piero Calamandrei)

Il Garantista, 22 luglio 2014

Intercettazioni, un abuso. Per bloccarlo serve la separazione delle carriere


giustizia1-640x436Da uno studio elaborato qualche tempo fa dall’Eurispes sui dati forniti dal ministero della Giustizia, emerge che ogni anno in Italia si eseguono circa 181 milioni di intercettazioni. Il fenomeno è in costante aumento – basti pensare che il numero delle utenze intercettate è cresciuto negli ultimi otto anni quasi del 30% – e non si riferisce unicamente alle conversazioni, ma ad “eventi” telefonici genericamente intesi ovvero chiamate in uscita, chiamate senza risposta, messaggistica e localizzazioni (tutte informazioni comunque “sensibili”).

Sempre secondo i dati forniti dall’Ufficio statistico del ministero della Giustizia, tra le diverse tipologie di intercettazione quelle telefoniche rappresentano il 90% del totale (125 mila) quelle ambientali l’8,4% (quasi 12 mila), mentre quelle informatiche e telematiche solo 11,6% (poco più di 2 mila). Tutto questo ovviamente ha un costo per i cittadini, visto e considerato che solo di intercettazioni telefoniche lo Stato spende circa 220 milioni di euro all’anno.

Di fronte a questi dati allarmanti, i vari governi che si sono succeduti nel corso di queste ultime tre legislature – attuale esecutivo compreso – hanno più volte preannunciato di voler intervenire per arginare l’uso smodato e dilatato di questo delicato strumento di indagine. Il numero esorbitante delle intercettazioni solleva infatti l’enorme problema dei processi che si fanno sui giornali, tramite la pubblicazioni di conversazioni telefoniche estrapolate dal contesto, di cui sono pubblicate solo poche righe tolte da una conversazione molto più ampia, il che spesso fa venire meno la presunzione di innocenza. Per non parlare poi dei discorsi privati o di persone estranee alle indagini che vengono indebitamente pubblicati da una stampa più attenta al gossip che ai diritti della persona. Sicuramente sul fronte degli abusi nella pubblicazione delle intercettazioni sarebbe auspicabile l’intervento del legislatore, purché sia chiaro che il problema non può essere affrontato come è stato fatto finora ossia assumendo come premessa che i giornalisti possono pubblicare tutto, sia ciò che è frutto di intercettazioni illecite, e quindi non utilizzabili nel processo, sia le notizie irrilevanti ai fini dell`inchiesta. Ma, a parte questo aspetto della indebita pubblicazione delle conversazioni telefoniche sui mezzi di comunicazione, sono davvero indispensabili nuovi interventi legislativi per rimediare agli abusi commessi dalla magistratura mediante lo strumento delle intercettazioni telefoniche?

Il dubbio non è affatto campato per aria, visto che in teoria il regime processuale vigente, regolante le intercettazioni telefoniche, già rappresenta la migliore soluzione tecnica possibile di tutti i problemi che la materia pone per sua natura (bilanciamento tra il diritto alla riservatezza ed alla privatezza e la potestà statuale di indagine; conseguenti limiti di divulgazione e pubblicazione). Il problema seminai sta nella interpretazione, letteralmente eversiva, che di quelle norme hanno dato i giudici nel corso degli anni. Lo snodo centrale è quello della motivazione dei decreti autorizzativi (e di proroga) delle intercettazioni. Sul punto la giurisprudenza soprattutto quella di legittimità – ha vanificato il senso dell’obbligo di motivazione da parte del giudice per le indagini preliminari (gip) rendendo legittime motivazioni puramente stereotipe ed apparenti.

L’esperienza dimostra infatti come i pubblici ministeri tendano ad “assecondare” le pressanti sollecitazioni che provengono dalla polizia giudiziaria e se ne facciano carico presso il gip, che a sua volta si limita spesso sostanzialmente a “vistare” la richiesta. Una prassi che è degenerata al punto di registrare con intollerabile frequenza motivazioni “per relationem di secondo grado”, che si risolvono in un “richiamo nel richiamo, ossia nel rinvio all’atto di polizia giudiziaria”.

Sarebbe insomma sufficiente che i giudici facessero un serio vaglio di controllo sulle richieste del pubblico ministero e subito la quantità delle intercettazioni disposte si avvicinerebbe alla quantità di intercettazioni effettivamente indispensabili. Ecco perché noi radicali insieme all`Unione delle Camere Penali Italiane – continuiamo a ritenere poco utile immaginare modifiche che rendano più cogente l`obbligo di motivazione dei decreti con i quali vengono disposte le captazioni telefoniche, se poi alle stesse non si accompagna il recupero di terzietà del Giudice chiamato ad autorizzare le intercettazioni richieste dal PM, recupero che può essere garantito solo attraverso le ormai improcastinabili riforme ordinamentali e costituzionali della magistratura che conducano a separare radicalmente le carriere ed i ruoli di giudici e pubblici Ministeri.

Alessandro Gerardi

Notizie Radicali, 30 Giugno 2014

 

Carcere e trattamenti disumani: se è Provenzano si può ?


Bernardo Provenzano 41 bisPoche righe di agenzia: l’ “ANSA” riferisce che i legali di Bernardo Provenzano, Rosalba Di Gregorio e Maria Brucale, hanno “reiterato la richiesta di revoca del 41 bis per il loro assistito davanti al tribunale di sorveglianza di Roma, competente su tutto il territorio nazionale sulle istanze di revoca del carcere duro. Di Gregorio e Brucale hanno ribadito le gravissime condizioni di salute del boss, e depositato la decisione del giudice tutelare di Milano che ha nominato il figlio di Provenzano, Angelo, “amministratore di sostegno del padre”. Per i legali, questo atto ne certifica l’incapacità. La Procura generale, facendo riferimento ad alcune relazioni del Dap, ha invece sostenuto che il detenuto ha dei momenti, seppur rari, di lucidità. Il giudice si è riservato di decidere”.

Di questa vicenda si è occupato solo “il Garantista” di Piero Sansonetti, e tra le forze politiche, i radicali. Tutti gli altri preferiscono ignorarla, far finta di nulla. E invece se di qualcuno bisogna occuparsi e preoccuparsi, è proprio di Provenzano.

Già due anni fa i radicali, con Rita Bernardini e Alessandro Gerardi, nel corso di una visita ispettiva nel carcere di Parma, trovarono Provenzano gravemente debilitato e sofferente dal punto di vista fisico, e denunciarono come avesse irrimediabilmente perso il lume della ragione, incapace perfino di articolare anche una semplice frase di senso compiuto, e inascoltati pubblicamente chiesero come fosse possibile sottoporre a un regime detentivo così duro una persona anziana ridotta in quelle condizioni.

Nel maggio del 2013 la trasmissione “Servizio pubblico” ha mandato in onda immagini registrate dalle telecamere di sorveglianza cinque mesi prima: mostravano il boss irriconoscibile, rispetto alle solite immagini diffuse e note, con un berretto di lana in testa, e incapace di comprendere quanto la moglie e il figlio gli dicevano, mentre lo visitavano in carcere.

Nella passata legislatura, quando alla Camera c’era anche una pattuglia di parlamentari radicali, si cercò di fare luce sui molti punti oscuri che contraddistinguevano (e contraddistinguono ancora) la detenzione di Provenzano. Vennero presentate numerose interrogazioni, tutte rimaste senza risposta. Quelle “domande”, quelle questioni, a due anni di distanza, sono ancora di urgente e drammatica attualità. Sul caso dell’ex boss di Corleone ancora non si è fatta la necessaria chiarezza: una quantità di detenuti continuano a essere sottoposti alle inumane misure previste dal 41 bis, misure che le convenzioni internazionali definiscono “tortura”, e che spesso, come nel caso di Provenzano, si trasformano in atti di vera e propria bestialità.

Valter Vecellio

Notizie Radicali, 23 Giugno 2014