Nelle Carceri italiane si continuano a fare spese d’oro. Vitto e sopravvitto sono un business


Centro Penitenziario SecondiglianoNelle carceri italiane si continuano a fare spese d’oro. Nonostante l’ultimo rapporto della Corte dei Conti, risalente al 2014, che mette all’indice il business del vitto e conseguentemente il sopravvitto, i prodotti di prima necessità in carcere continuano ancora ad avere prezzi alti e superiori alla media. Andiamo con ordine. Secondo il vecchio dossier dei magistrati contabili, lo Stato spende al massimo tre euro e 90 centesimi al giorno per i pasti dei detenuti. Eppure alla luce del numero di persone custodite nei penitenziari, l’importo complessivo diventa impressionante: nei quattro anni dal luglio 2013 allo stesso mese del 2017 il costo sarà di 390 milioni di euro. Questo perché non è stato calcolato il numero reale dei detenuti che, rispetto al 2013, è sceso. Rimane il fatto che con tre euro e 90 viene garantita la colazione, pranzo e cena a ciascun detenuto. Viene da se che nessun detenuto riesce a sfamarsi con quello che offre lo Stato. Motivo per il quale i detenuti sono costretti a ricorrere al cosiddetto “sopravvitto”: gli alimenti da acquistare negli empori interni agli istituti. I prodotti in vendita sono gestiti dalla stessa ditta appaltatrice che fornisce anche i generi alimentari per la cucina. Il problema è che i prodotti in vendita hanno cifre da capogiro e non tutti i detenuti hanno la possibilità di acquistarli.

Per capire i prezzi abbiamo l’esempio recente di un listino riportato da una lettera di denuncia dei detenuti del carcere di Secondigliano: 500 grammi di provola 4,30 euro, un chilo di banane 99 centesimi, cento grammi di prezzemolo 0,26 euro, una bottiglia di olio extravergine da un litro 4.99 euro, 250 grammi di caffè 2,70 euro, un chilo di scarole in confezioni 2,30 euro. una singola bottiglia d’acqua da un litro e mezzo va da 0,37 a 0,55 euro. E così via. I detenuti evidenziano nel prezzario anche alcuni articoli da cucina, come la bomboletta gr. 190 (2,05 euro) e una serie di articoli natalizi: biglietti augurali (1.35 euro), datteri gr. 250 (1,49 euro) e i mustaccioli gr. 400 (4,50 euro). E ancora: carta igienica 10 rotoli (2,42 euro), l’accendino bic (1.02 euro).
L’istituzione del sopravvitto risale al 1920 – anno nel quale fu stabilito il Regolamento Generale per gli stabilimenti carcerari – e le ditte che si sono aggiudicate l’appalto per entrambe i servizi nelle carceri italiane sono 14 tra le quali spicca la Arturo Beselli spa con sede a Bergamo e filiali in altre zone della penisola che gestisce gli appalti dal 1930 (quasi un secolo) con un fatturato annuo di diversi milioni di euro. Da anni i detenuti segnalano che i prezzi sono troppo cari, e da anni i volontari che provano a fare una verifica nei supermercati della zona hanno verificato che i prezzi interni al carcere sono uguali a quelli dei negozi.

Apparentemente quindi sembrerebbe che il costo del “sopravvitto” rispetti l’ordinamento penitenziario, il quale recita: “I prezzi non possono essere superiori a quelli comunemente praticati nel luogo in cui è sito l’Istituto”. Ma non è esattamente così. La regola dell’ordinamento è vecchia e andrebbe aggiornata. Era l’epoca in cui non esistevano i discount, e i prezzi erano accessibili. Oggi, soprattutto con la crisi economica, molte persone non possono permettersi di fare spesa nei negozietti e quindi ricorrono ai discount, oppure fanno acquisti nei mercati a Km zero dove hanno tagliato i costi del trasporto e distribuzione. Ma per i detenuti non è così. Per loro vale la dittatura del prezzo unico e ciò ha scatenato numerose “rivolte” nelle carceri. Un problema che esiste da anni. Eppure proprio grazie ad un esposto dei radicali, nel 2011, l’allora capo del Dap aveva predisposto un’indagine approfondita e una valutazione attenta sui costi del sopravvitto. Che fine ha fatto quell’indagine?

Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 21 Novembre 2016

Quintieri (Radicali): “Più che la lettera di un detenuto sembra quella del Direttore”


Emilio Quintieri - RadicaliGentile Direttore de “La Provincia di Cosenza”, ho letto con molta attenzione la stupefacente lettera pubblicata, in data odierna, su “La Provincia di Cosenza” asseritamente redatta da tale R.M., detenuto ristretto presso la Casa Circondariale di Paola in riferimento al decesso del detenuto marocchino Youssef Mouhcine ed essendo stato chiamato più volte in causa ritengo doveroso replicare anche per chiarire alcuni atti, pensieri ed affermazioni attribuitimi che non corrispondono al vero.

Il detenuto, che asserisce di avermi conosciuto personalmente ai tempi della mia detenzione presso l’Istituto Penitenziario di Paola, di stimarmi ed ammirarmi per le mie battaglie civili – riconducibili a suo avviso anche all’insofferenza che ho sempre mostrato verso le regole dell’organizzazione carceraria ritenendole obsolete ed inutili e di essere anche un simpatizzante del Movimento dei Radicali, racconta di essersi “meravigliato di come una vera e propria disgrazia sia stata travisata, quasi come se volesse essere strumentalizzata a fini politici o propagandistici facendo leva persino sul dolore dei familiari della vittima”.

Non le nascondo che, la lettera, più che essere quella di un detenuto mi sembra quella del Direttore del Carcere o del suo difensore.

E’ la prima volta in assoluto che un detenuto si prende la briga di scrivere una nota pubblica per difendere l’operato del Corpo di Polizia Penitenziaria e della Direzione, violando quello che prevedono le “leggi non scritte” che i carcerati sono tenuti ad osservare rigorosamente.

Inoltre, da anni, ricevo ogni giorno decine di lettere di detenuti ma mai sino ad ora mi era capitato di leggere qualcosa di simile; una lettera perfetta, senza errori, con un lessico impeccabile, che forse nemmeno io sarei capace di fare nonostante abbia un pochino di esperienza e sia un laureando in Giurisprudenza !

Venendo alla lettera del detenuto (o del Direttore?) desidero precisare che in nessun mio intervento sono state formulate accuse nei confronti del personale di Polizia Penitenziaria che conosco benissimo e che, quasi sempre, all’esito di numerose visite ispettive effettuate con i membri del Parlamento o con varie Delegazioni Radicali, ho avuto modo di elogiare pubblicamente, ricevendo per questo motivo “attacchi” dai detenuti e dai loro familiari e da altri che, a loro dire, si occupano di carcere e carcerati.

Peraltro, anche quando si è verificato il decesso del detenuto Maurilio Pio Morabito, non ho mai rivolto accuse nei confronti della Polizia Penitenziaria, contrariamente ai familiari del detenuto con i quali, in più occasioni, ho avuto qualche “discussione” perché accusavano i Poliziotti della morte del loro congiunto.

Non sono stato io a dire che Mouhcine fosse “vittima di maltrattamenti” perché non avevo alcun elemento per poterlo affermare. Così come non sono stato io a dire che lo stesso era isolato, in cella liscia, costretto a dormire per terra sul pavimento o che gli veniva impedito di telefonare alla famiglia.

Sono “circostanze” che mi sono state riferite, oralmente e per iscritto, dai congiunti del Mouhcine e che ho ritenuto di esternare pubblicamente affinché venissero fatte delle verifiche, senza colpevolizzare nessuno.

In altri casi, quando ne ho avuto contezza, ho provveduto a denunciare tali fatti senza problemi, come ad esempio la indecente “cella liscia” in cui era allocato da giorni Morabito senza nemmeno la “sorveglianza a vista”, prassi illegale ancora seguita a Paola ed in altri stabilimenti penitenziari. Per cui, ad esser priva di fondamento, è soltanto la “difesa d’ufficio” accuratamente sostenuta del sedicente detenuto !

Leggo, inoltre, che in alcune parti della lettera, il detenuto parla al plurale scrivendo “noi detenuti” ma posso affermare, con tranquillizzante certezza e senza paura di essere smentito, che la stragrande maggioranza dei detenuti ristretti nel Carcere di Paola, non la pensa allo stesso modo di questo grande “scienziato”.

Proprio ieri, ho ricevuto l’ennesima lettera di un detenuto L.D. che si lamenta delle condizioni di detenzione e del trattamento offerto nella Casa Circondariale di Paola riferendo, tra le altre cose, che “la Direttrice non ti riceve mai” chiedendo di sapere “se in Calabria il diritto penitenziario è diverso” e che conclude “spero che il Dap mi rispedisce al Nord perché questo Carcere è un Carcere fantasma”.

Sia nel caso di Morabito che nel caso di Mouhcine ho mosso delle contestazioni ben precise nei confronti della locale Amministrazione Penitenziaria individuando quello che, a mio avviso, costituisce violazione alle disposizioni dell’Ordinamento Penitenziario, del Regolamento di Esecuzione, delle direttive emanate dal Dipartimento e delle altre norme vigenti in materia e criticando la gestione e la conduzione dell’Istituto, diritto che per fortuna è riconosciuto e garantito dalla Costituzione della Repubblica.

Nel chiederle, dunque, di voler pubblicare questa mia “replica” con risalto analogo a quello riservato al brano giornalistico cui la rettifica si riferisce, la ringrazio anticipatamente per la sua disponibilità.

Cosenza 22 Novembre 2016

Emilio Enzo Quintieri (Radicali Italiani)

Detenuti morti nella Casa Circondariale di Paola, Sinistra Italiana interroga il Governo


Sen. De Cristofaro e De PetrisCome avevo garantito il Governo Renzi è stato ufficialmente informato con un atto di sindacato ispettivo di quanto incredibilmente accaduto nel Carcere di Paola. Lo afferma Emilio Enzo Quintieri, già membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani e capo della delegazione visitante gli Istituti Penitenziari della Calabria. Nella giornata di ieri, durante la 725 seduta del Senato della Repubblica, l’On. Peppe De Cristofaro (Sinistra Italiana), Vice Presidente della Commissione Affari Esteri, membro della Commissione Straordinaria per la tutela dei Diritti Umani e della Commissione Bicamerale Antimafia, ha presentato una Interrogazione a risposta scritta (la n. 4-06659 del 16/11/2016) ai Ministri della Giustizia On. Andrea Orlando e degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale On. Paolo Gentiloni. L’atto di sindacato ispettivo è stato sottoscritto anche dall’On. Loredana De Petris, Presidente del Gruppo Misto e Capogruppo di Sinistra Italiana a Palazzo Madama.

I Senatori della Repubblica, premesso quanto riferitogli dall’esponente radicale Quintieri circa le strane morti avvenute recentemente nella Casa Circondariale di Paola – una delle quali già oggetto di Interrogazione Parlamentare al Ministro della Giustizia da parte dell’On. Enza Bruno Bossio, Deputato del Partito Democratico – ed il comportamento tenuto dalla Direzione dell’Istituto Penitenziario, hanno chiesto di sapere se e di quali informazioni dispongano i Ministri interrogati, ognuno per la parte di propria competenza, circa i fatti relativi al decesso di Youssef Mouhcine, il 31enne marocchino, deceduto nella notte tra il 23 ed il 24 ottobre a pochi giorni dalla sua scarcerazione nonché del decesso di Maurilio Pio Morabito, il 46enne calabrese, deceduto nella notte tra il 28 ed il 29 aprile scorso, sempre nell’imminenza del fine pena.

Inoltre sono stati posti i seguenti quesiti a cui il Governo dovrà rispondere per iscritto : “1) quali siano le cause che hanno cagionato il decesso del detenuto ed in particolare che cosa sia emerso dagli accertamenti autoptici disposti dall’Autorità Giudiziaria competente; 2) se risulti con quale modalità, nella notte tra il 23 ed il 24 ottobre 2016, giorno in cui è morto il detenuto Youssef Mouhcine, fosse garantita la sorveglianza all’interno dell’Istituto e se al momento del decesso fosse presente il Medico Penitenziario; 3) per quali motivi i familiari di Mouhcine non siano stati tempestivamente avvisati dell’avvenuto decesso da parte della Direzione dell’Istituto di Paola come prevede la normativa vigente in materia e se, con riferimento a tale omissione, non ritenga opportuno adottare gli opportuni provvedimenti disciplinari nei confronti del Direttore; 4) per quali motivi la Direzione dell’Istituto abbia provveduto, a cura e spese dell’Amministrazione, alla sepoltura del detenuto straniero presso il Cimitero di Paola, pur essendo a conoscenza che la famiglia voleva restituita la salma per il funerale e se, con riferimento a tale abuso, non ritenga opportuno adottare gli opportuni provvedimenti disciplinari nei confronti del Direttore; 5) per quali ragioni la Direzione dell’Istituto non abbia evaso con la dovuta tempestività la richiesta del Consolato Generale del Regno del Marocco di Palermo e se, anche con riferimento a tale omissione, non ritenga opportuno adottare gli opportuni provvedimenti disciplinari nei confronti del Direttore ; 6) se nella Casa Circondariale di Paola, alla data odierna, vengano ancora utilizzate “celle lisce” così come recentemente accertato da una visita effettuata da una delegazione di Radicali Italiani”.

casa-circondariale-di-paola-2Nella Casa Circondariale di Paola, secondo quanto scrivono i Senatori di Sinistra Italiana De Cristofaro e De Petris nella loro Interrogazione, alla data del 31 ottobre 2016, a fronte di una capienza regolamentare di 182 posti, vi erano ristretti 218 detenuti (36 in esubero), 84 dei quali stranieri. Nell’Istituto, come più volte denunciato dai Radicali Italiani all’esito di alcune visite effettuate, non vi sono mediatori culturali nonostante la rilevante presenza di stranieri. E’ stato precisato, altresì, che la famiglia di Mouhcine, quale parte offesa, ha ritenuto di nominare un difensore di fiducia, Avvocato Manuela Gasparri del Foro di Paola, affinché venga fatta piena luce sulla morte del proprio congiunto, non credendo alla versione del suicidio fornita dall’Amministrazione Penitenziaria. Da inizio dell’anno sono 93 le persone detenute che sono decedute negli Istituti Penitenziari della Repubblica, 33 delle quali per suicidio.

Infine, il radicale Quintieri ha reso noto che, nei giorni scorsi, un funzionario del Ministero degli Affari Esteri del Regno del Marocco, ha contattato la famiglia Mouhcine alla quale, oltre a porgergli le condoglianze, ha garantito di essere intervenuto, anche per il tramite del proprio Consolato Generale di Palermo, presso il Governo Italiano per avere esaustive delucidazioni in ordine a quanto accaduto.

Sulla questione oltre ai Radicali Italiani sono intervenuti l’Associazione Alone Cosenza Onlus, il Dipartimento Politiche dell’Immigrazione della Cgil di Cosenza, la Comunità Marocchina di Cosenza ed il Movimento Diritti Civili.

Altra Interrogazione a risposta scritta (la n. 4-06655 del 16/11/2016) indirizzata al Governo Italiano è stata presentata dai Senatori Francesco Molinari, Ivana Simeoni, Serenella Fucksia e Giuseppe Vacciano. Hanno chiesto di sapere se e di quali informazioni dispongano i Ministri interrogati (Giustizia e Affari Esteri) in ordine ai fatti rappresentati, anche con riferimento ai casi specifici segnalati, e se questi corrispondano al vero e se non si ritenga, indipendentemente dall’attività investigativa condotta dall’Autorità Giudiziaria, qualora non sia stato già fatto nell’immediatezza dei fatti, di avviare una indagine interna, al fine di chiarire l’esatta dinamica del decesso del detenuto, per appurare se nei confronti dello stesso siano state predisposte tutte le misure di sorveglianza in termini di custodia in carcere e tutela sanitaria e se vi siano responsabilità di tipo penale o disciplinare attribuibili al personale che aveva in cura e custodia il detenuto.

Interrogazione a risposta scritta ai Ministri della Giustizia e degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale dei Sen. De Cristofaro e De Petris (clicca per leggere)

Interrogazione a risposta scritta ai Ministri della Giustizia e degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale dei Sen. Molinari, Simeoni, Fucksia e Vacciano (clicca per leggere)

Giallo sul decesso del detenuto marocchino Youssef Mouchine morto in Carcere a Paola


Palazzo di Giustizia di PaolaChiederò subito al Ministero della Giustizia di disporre una ispezione ministeriale presso la Casa Circondariale di Paola in ordine all’incredibile vicenda verificatasi col decesso del giovane detenuto marocchino. Lo dichiara Emilio Enzo Quintieri, esponente dei Radicali Italiani, stigmatizzando pesantemente l’operato della locale Amministrazione Penitenziaria, annunciando anche che farà presentare una Interrogazione Parlamentare ai Ministri della Giustizia On. Andrea Orlando e degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale On. Paolo Gentiloni.

Nei giorni scorsi, l’esponente radicale, che aveva già protestato e chiesto spiegazioni al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria unitamente a Shyama Bokkory, Presidente dell’Associazione Alone Cosenza Onlus, è stato rintracciato dai familiari del giovane marocchino morto nel Carcere di Paola. Lo straniero si chiamava Youssef Mouchine, aveva 30 anni ed era stato arrestato lo scorso mese di marzo dai Carabinieri a Lamezia Terme per espiare una pena di 11 mesi per reati comuni (furti ed altro). Da alcuni anni era residente nel Comune di Marostica in Provincia di Vicenza ove era agli arresti domiciliari e dove abitano anche i suoi parenti mentre i genitori vivono ad Ain Sebaa Casablanca in Marocco. Gli restava pochissimo, 15 giorni, per essere scarcerato e tornare in libertà ma, stranamente, è deceduto nella notte tra il 23 ed 24 ottobre. La famiglia che vive in Marocco, che ogni tanto Youssef chiamava quando glielo permettevano, è stata resa edotta della morte solo il 27 ottobre, dopo diversi giorni dalla sua morte, violando precise disposizioni dell’Ordinamento Penitenziario e del Regolamento di Esecuzione che stabiliscono che in caso di decesso di un detenuto debba essere data immediata notizia ai congiunti con il mezzo più rapido e con le modalità più opportune. Al papà gli è stato detto da una interprete araba, chiamata dalla Casa Circondariale, che il figlio era morto perché aveva inalato del gas da una bomboletta avvolgendosi la testa con un sacchetto di plastica. L’interprete, inoltre, chiedeva al Mouchine, se voleva che del funerale se ne occupasse l’Amministrazione Penitenziaria. Questi in risposta gli riferiva, espressamente, che la famiglia desiderava occuparsi del funerale per cui chiedeva di conoscere la procedura per la restituzione della salma. Alchè l’interprete gli comunicava che per ogni altra notizia in merito avrebbe dovuto rivolgersi al Consolato Generale del Regno del Marocco di Roma.

I familiari, oltre a cercare di contattare subito l’Autorità Consolare, inviavano subito un amico, italiano, presso il Carcere di Paola al fin di appurare se, realmente, il loro figlio fosse deceduto perché pensavano che fosse uno scherzo. A questi veniva riferito che il Mouchine era deceduto il 26 ottobre cioè il giorno prima della telefonata, cosa non vera. Una serie di bugie, una dietro l’altra. Infatti, già al momento della telefonata da parte dell’interprete, il Mouchine era stato già sepolto presso il Cimitero del Comune di Paola, col nulla osta della Procura della Repubblica di Paola in persona del Pubblico Ministero Dott.ssa Anna Chiara Fasano, dopo gli accertamenti necroscopici eseguiti da un Medico legale che fra 60 giorni dovrebbe depositare la relazione peritale.

Youssef MouchineC’è da dire che il Pubblico Ministero, oltre ad aver disposto l’autopsia e l’acquisizione di atti e filmati delle telecamere di sorveglianza, ha chiesto alla Direzione del Carcere di conoscere se il detenuto aveva familiari e parenti o altre persone con le quali era in contatto, eventualmente anche per informarli della possibilità di nominare un proprio consulente di parte per partecipare alle operazioni autoptiche e per la restituzione della salma. Invece, e non si capisce il perché, pare che il Carcere abbia risposto negativamente chiedendo contestualmente all’Autorità Giudiziaria il nulla osta per il seppellimento a spese dell’Amministrazione. Diversamente, la salma, come prevede l’Ordinamento Penitenziario, avrebbe dovuto essere messa immediatamente a disposizione dei congiunti e solo qualora alla sepoltura non volessero provvedere i predetti, l’Amministrazione doveva farsene integralmente carico.

Per tale motivo, Larbi Mouchine, padre di Youssef, su consiglio del radicale Quintieri, ha nominato l’Avvocato Manuela Gasparri del Foro di Paola, conferendole espressamente mandato di rivolgersi alla Procura della Repubblica di Paola, perché sia fatta piena luce sulla morte del figlio, non riuscendo a credere che si tratti di suicidio atteso che il fine pena era imminente e lui voleva tornare in Marocco per sposarsi ed anche perché durante le pochissime telefonate intercorse questi aveva lamentato di essere ripetutamente maltrattato, di essere messo in isolamento in cella liscia e costretto a dormire sul pavimento a causa delle sue rimostranze poiché non gli veniva consentito di corrispondere telefonicamente con la famiglia.

Nella mattinata odierna, la cugina di Youssef, Zaineb Belaaouej, accompagnata dagli Avvocati Manuela Gasparri e Carmine Curatolo del Foro di Paola, si è recata presso la Procura della Repubblica di Paola ove ha avuto un colloquio con il Pubblico Ministero Dott.ssa Fasano, raccontandole tutti i fatti di sua conoscenza. Nei prossimi giorni, si procederà ad inviare una dettagliata memoria scritta all’Ufficio di Procura nonché a sporgere denuncia contro l’Amministrazione Penitenziaria ed a citarla in giudizio per non aver tutelato la incolumità del loro congiunto, avendone l’obbligo.

Tra l’altro, la Direzione della Casa Circondariale di Paola, non ha nemmeno risposto al Consolato Generale del Regno del Marocco di Palermo, competente anche per la Regione Calabria, il quale il 31 ottobre ha chiesto notizie sulla morte del proprio connazionale. I familiari chiederanno aiuto al Re Mohammed VI ed al Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione del Regno del Marocco Salaheddine Mezouar.

Emilio Enzo Quintieri

Detenuto suicida nel Carcere di Paola, l’On Bruno Bossio interroga il Ministro Orlando


On. Enza Bruno Bossio - PDNei giorni scorsi, il caso del detenuto Maurilio Pio Morabito, 46 anni, di Reggio Calabria, morto suicida in una cella del Reparto di Isolamento della Casa Circondariale di Paola, in Provincia di Cosenza, lo scorso 29 aprile 2016, intorno all’una di notte, è finito sulla scrivania del Ministro della Giustizia Onorevole Andrea Orlando grazie ad una circostanziata Interrogazione Parlamentare, con richiesta di risposta scritta, presentata dall’Onorevole Enza Bruno Bossio, Deputata del Partito Democratico e membro della Commissione Bicamerale Antimafia.

Il Morabito, che aveva avuto problemi di tossicodipendenza, da circa un mese, dopo essere stato trasferito dalla Casa Circondariale “Arghillà” di Reggio Calabria, si trovava ristretto presso la Casa Circondariale di Paola, dovendo espiare una pena detentiva di 4 mesi di reclusione. Il suo fine pena era previsto per il prossimo 30 giugno.

L’Onorevole Bruno Bossio, grazie anche alle informazioni acquisite dalla visita ispettiva effettuata da una Delegazione dei Radicali Italiani guidata dal radicale Emilio Enzo Quintieri, effettuata nei giorni successivi al decesso del Morabito, ha riferito che quest’ultimo avrebbe posto in essere il gesto autosoppressivo mediante impiccagione, utilizzando una coperta, che è stata annodata a forma di cappio alla grata della finestra della cella, nel reparto di isolamento, del predetto Istituto Penitenziario che, all’epoca dei fatti, ospitava 182 persone detenute a fronte di altrettanti posti detentivi.

Nell’ambito della visita ispettiva, la Delegazione Radicale, aveva potuto verificare che la cella n. 9 in cui si è impiccato il Morabito era “liscia” cioè priva dell’arredo ministeriale, sporca e maleodorante e che il citato detenuto non era stato sottoposto a “sorveglianza a vista” nonostante, già in altre occasioni, avesse manifestato propositi suicidiari e compiuto vari atti autolesionistici, nonché distrutto due celle, una delle quali mediante l’incendio di un materasso posta nel primo reparto detentivo e l’altra nel reparto di isolamento dirimpetto alla cella in cui si è impiccato.

Sul decesso del Morabito, la Procura della Repubblica di Paola, a seguito della denuncia dei familiari, ha aperto un Procedimento Penale, al momento nei confronti di ignoti, per il delitto di istigazione o aiuto al suicidio previsto e punito dall’Art. 580 del Codice Penale al fine di appurare le cause, le circostanze e le modalità del decesso. Infine, la predetta Autorità Giudiziaria, oltre ad aver disposto l’acquisizione dei filmati delle telecamere di sorveglianza presenti nel reparto detentivo, ha anche ordinato l’esame autoptico sulla salma del Morabito, effettuato lo scorso 7 maggio presso l’Ospedale Riuniti di Reggio Calabria dal Dottore Mario Matarazzo che dovrà concludere la relazione peritale nelle prossime settimane.

Nell’Interrogazione (atto n. 4-13360 del 07/06/2016, Seduta n. 633 della Camera dei Deputati) sono stati richiamati, oltre al suicidio di Morabito, gli altri 12 suicidi e le altre 21 morti per malattia, assistenza sanitaria disastrata, overdose o per cause ancora da accertare, avvenuti dall’inizio del 2016, negli Istituti Penitenziari italiani. Dal 2000 ad oggi, i “morti di carcere” sono stati 2.527, 900 dei quali per suicidio. La maggior parte dei suicidi che avvengono negli stabilimenti penitenziari – ha denunciato con forza la Deputata calabrese – si è verificata nei reparti di isolamento e, ancor di più, nelle “celle lisce”, cioè completamente vuote, (come quella in cui il Morabito è stato collocato, per diversi giorni, in condizioni al limite della tollerabilità, nella Casa Circondariale di Paola) nonostante, da tempo, tali pratiche (collocazione dei detenuti in isolamento ed in celle lisce), secondo gli esperti, siano ritenute “assolutamente controproducenti” poiché pur togliendo dalla cella tutto ciò che potrebbe essere usato dai detenuti per suicidarsi, il modo di farlo lo trovano lo stesso.

In tanti Istituti Penitenziari – come proprio la stessa Onorevole Bruno Bossio ha già avuto modo di denunciare al Governo – con altra Interrogazione a risposta in Commissione Giustizia, rimasta inevasa, a seguito della visita ispettiva alla Casa di Reclusione di Rossano e, direttamente, al Dott. Santi Consolo, Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria durante la sua audizione presso la Commissione Bicamerale Antimafia – l’utilizzo del reparto e dell’istituto dell’isolamento in modo difforme dalla normativa vigente in materia e cioè all’infuori dei casi stabiliti dall’Art. 33 dell’Ordinamento Penitenziario (motivi giudiziari, sanitari o disciplinari).

Ministro Orlando (2)Ha richiamato anche il fatto che il detenuto Morabito avesse, più volte, chiesto con delle missive, di essere trasferito in un Istituto Penitenziario dotato di una “Sezione Protetta” poiché aveva fondato timore di essere vittima di aggressioni, avendo ricevuto minacce di morte conseguenti a non meglio precisati fatti occorsi quando era ristretto presso la Casa Circondariale Arghillà di Reggio Calabria. Inoltre, stando a quanto riferito dai familiari del detenuto morto suicida, sarebbero state numerose le richieste di colloquio fatte anche al Direttore della Casa Circondariale di Paola e mai tenute in considerazione dallo stesso, in violazione di quanto prescrive l’Art. 75 c. 1 dell’Ordinamento Penitenziario.

Pertanto, l’Onorevole Enza Bruno Bossio, ha chiesto al Ministro della Giustizia Onorevole Andrea Orlando, di conoscere : a) se e di quali informazioni disponga in ordine ai fatti rappresentati, anche con riferimento ai casi specifici segnalati e se questi corrispondano al vero; b) se non ritenga, in via cautelativa, di assumere le iniziative, per quanto di competenza, nel rispetto dell’attività della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Paola, volte ad avviare una indagine amministrativa interna al fine di chiarire la causa, le circostanze e le modalità del decesso del detenuto Morabito ed appurare se nei confronti dello stesso siano state messe in atto tutte le misure di sorveglianza custodiale e sanitaria, previste e necessarie, e quindi se non vi siano responsabilità disciplinarmente rilevanti in capo al personale dell’Amministrazione Penitenziaria ; c) quali siano le motivazioni che hanno condotto all’improvviso trasferimento del Morabito dalla Casa Circondariale di Arghillà di Reggio Calabria alla Casa Circondariale di Paola chiarendo, altresì, per quali ragioni, il predetto detenuto non sia stato trasferito, sin da subito o comunque dopo le sue richieste, presso altro Istituto Penitenziario dotato di reparti “protetti” visto che era stato gravemente minacciato ed aveva fondato timore di essere aggredito invece di essere tenuto a giudizio dell’interrogante, impropriamente, nel reparto di isolamento della Casa Circondariale di Paola; d) se e quali problemi di salute presentava il detenuto Morabito all’atto della visita obbligatoria di primo ingresso presso la Casa Circondariale di Arghillà di Reggio Calabria e poi presso quella di Paola, ricavabili dal suo diario clinico e se risulti se lo stesso, durante tutto il periodo detentivo, sia stato adeguatamente assistito dal punto di vista sanitario; se intenda chiarire, infine, se lo stesso fosse sottoposto a particolari trattamenti terapeutici per le sue condizioni personali; e) se risulti veritiero il fatto che il detenuto Morabito abbia chiesto, più volte, di poter avere un colloquio col Direttore della Casa Circondariale di Paola e che le sue istanze siano rimaste tutte inevase; f) se risulti che, il Direttore della Casa Circondariale di Paola offra, con particolare frequenza, ai detenuti la possibilità di poter avere con lo stesso dei periodici colloqui individuali e se e quante volte il predetto si sia recato ad ispezionare i locali ove sono ristretti i medesimi, anche tramite la visione delle annotazioni apposte negli appositi registri previsti dalla normativa ; g) per quali motivi, il signor Morabito, sia stato recluso nell’istituto di cui in premessa visto che la pena da espiare era di soli 4 mesi di reclusione e se, in ogni caso, corrisponde al vero che questi abbia presentato istanza alla competente Magistratura di Sorveglianza per la concessione di una misura alternativa alla detenzione prevista dall’Ordinamento Penitenziario (detenzione domiciliare, affidamento, e altro) ed in caso affermativo, per quali ragioni, gli sia stata negata ed h) se e quali iniziative il Ministro interrogato intenda assumere per assicurare che l’isolamento nei confronti dei detenuti venga disposto solo ed esclusivamente in circostanze eccezionali e, comunque, nei soli casi tassativi stabiliti dal legislatore, proibendo all’Amministrazione Penitenziaria di utilizzare sezioni o reparti di isolamento per altri motivi in applicazione di quanto disposto dall’Articolo 73 del Regolamento di Esecuzione Penitenziaria e se non ritenga, altresì, di dover intervenire con urgenza per emanare delle direttive soprattutto per quanto attiene l’esecuzione dell’isolamento, poiché, ancora oggi, come accertato dalla Delegazione Radicale nella Casa Circondariale di Paola, esistono delle “celle lisce”, prive di ogni suppellettile, in cui vengono collocati i detenuti che, invece, dovrebbero essere posti secondo l’interrogante in “camere ordinarie” che presentino le caratteristiche indicate dall’Articolo 6 dell’Ordinamento Penitenziario.

Interrogazione n. 4-13360 dell’On. Bruno Bossio (clicca per leggere)

Vivere al 41-bis: due ore di “libertà” e una cella che è un bagno


Casa Circondariale L'AquilaL’indagine della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato e le 15 raccomandazioni dell’Europa denunciano le condizioni riservate a boss mafiosi e terroristi: un regime detentivo che coinvolge 729 persone. Ventidue ore in una cella. Con la possibilità soltanto di stare distesi a letto. Oppure seduti su una panchina inchiodata a terra. E per le restanti due ore l’unico svago è una passeggiata lungo un corridoio stretto, buio, chiuso da grate arrugginite. Il pensiero andrebbe a chissà quale Paese dove vigono pesanti violazioni dei diritti umani. E invece no.

Siamo in Italia. E le condizioni appena descritte sono tanto reali quanto inquietanti. Anche se le persone che si ritrovano a subirle sono criminali, boss mafiosi, terroristi in carcere. Antonio Iovine, per anni a capo dei Casalesi, è uno di questi. Prima che cominciasse a collaborare con la giustizia, ‘O Ninno ha vissuto a Nuoro, in una stanza stretta e buia, in cui c’era solo un letto singolo, con accanto un bagno alla turca chiuso da una bottiglia di plastica e un lavandino, un mobiletto, un televisore e un fornelletto a gas per il caffè. “Provate voi a vivere ventidue ore al giorno dentro un bagno”, ha detto Iovine ai membri della Commissione per la tutela e dei diritti umani del Senato, quando sono andati in ispezione. Oggi, Nuoro non ospita più detenuti a regime speciale. Ma in diversi penitenziari le condizioni di vita restano inumane, come emerge dal rapporto sul 41-bis realizzato dalla Commissione e di cui Linkiesta è venuta in possesso.

“Tutta colpa di regole restrittive – dicono alcuni parlamentari – che non hanno alcun legame con l’esigenza di evitare eventuali rapporti esterni con le criminalità”. E, in effetti, alcune restrizioni sembrano a dir poco surreali. Esattamente come per Iovine, i 729 detenuti oggi in regime speciale restano in cella per 22 ore al giorno. Senza poter far nulla. C’è chi cammina tutto il tempo, tanto da contare quante volte si faccia su e giù: 780 in un’ora. Non si possono attaccare al muro nemmeno fotografie. E pure per la biancheria ci sono precise restrizioni al numero di capi che possono essere tenuti in cella. Il motivo? Sconosciuto. Peccato però che in molti casi sia considerato insufficiente alle esigenze delle persone recluse. Potenzialmente pericolosi sono anche i sandali, dato che in alcuni penitenziari possono essere utilizzati solo a partire dal 21 giugno, anche se dovesse cominciare a far caldo molto prima. E ancora: niente detersivo in cella per lavare piatti, bicchieri e tazzine del caffè; niente abiti firmati; niente fermagli. E chi studia può sì utilizzare il computer, ma a patto che quell’ora venga sottratta a quella d’aria.
Poi c’è la privacy, completamente annientata. “Loro esistono anche nei miei sogni erotici”, dice un detenuto al 41-bis ormai da 12 anni. E ne ha ben donde. Spesso le telecamere non sono solo in cella, ma anche nei bagni. E se non ci sono telecamere, c’è sempre uno spioncino che permette agli agenti di sorvegliare in qualsiasi momento i detenuti, pure nella loro intimità. Senza parlare della perquisizione fisica, prima e dopo ogni colloquio: nonostante non ci sia alcun contatto con i familiari (c’è il vetro divisorio) e vi siano telecamere di sorveglianza, il detenuto viene fatto sempre denudare. Un uso riservato ai maschi ma anche alle nove donne recluse al 41-bis, a L’Aquila. Una di queste ha provato a denunciare la cosa, rifiutandosi di farsi visitare e presentando la richiesta al magistrato di sorveglianza di poter essere visitata senza il piantonamento. La sua richiesta è stata accolta, ma – dice la relazione – “le visite delle altre detenute continuano a svolgersi davanti ad agenti”.

E parliamo, fin qui, del trattamento “ordinario”. Perché poi ci sono le cosiddette “aree riservate”, dove l’isolamento è pressoché totale. Qui ritroviamo i capi storici delle mafie. E per consentire loro un minimo di socialità, vengono affiancati in celle vicine dalle cosiddette “dame di compagnia”, ovvero mafiosi di rango inferiore con cui sono a contatto non più di due ore al giorno. Uno di questi ha scontato fino ad oggi nove anni di pena, di cui quattro in area riservata: è uscito da lì con la pelle verde perché era sottoterra. E completamente al buio.
Una realtà, dunque, poco conosciuta e al limite (spesso infranto) del tollerabile. Tanto che anche la Corte europea dei diritti dell’uomo si è interessata alla questione, dopo una serie di denunce contro il trattamento riservato dal nostro Paese. E non è un caso che la relazione della Commissione parlamentare si concluda con ben 15 raccomandazioni. Dalla dismissione delle “aree riservate”, fino a maggiori condizioni di riservatezza per i detenuti. Ma non basta. Perché quello che si raccomanda è innanzitutto una “revisione della legislazione consolidata”. Non fosse altro che per un motivo: la detenzione al 41-bis dovrebbe essere in molti casi temporanea e rinnovata solo dopo legittime motivazioni. Peccato, però, che molto spesso questo non accada.

Ciò che desta preoccupazione, in altre parole, è l’uso automatico della proroga: “Per un considerevole numero di detenuti, l’applicazione del regime di cui all’articolo 41-bis è stato rinnovata in maniera pressoché automatica”. Con la conseguenza che i detenuti sono stati per anni soggetti a un regime detentivo alienante. Anche quando si è in età avanzata. Anche quando mancano solo pochi mesi alla scarcerazione. Come capitato a un detenuto a Milano Opera. Che si chiede: “Che senso ha?”. Nessuno. Forse nessuno.

Carmine Gazzanni

linkiesta.it, 22 aprile 2016

Calabria, In cella centinaia di malati psichiatrici, aspettando le Rems


Carcere di RossanoMolti sono ospitati illegalmente negli Opg. Ha tentato di aggredire un agente dopo aver sfondato, con la sua branda, l’ingresso della cella. Il detenuto, rinchiuso nel carcere calabrese di Rossano, è stato immobilizzato da altri agenti intervenuti in soccorso del collega. Durante la colluttazione il detenuto, però, è riuscito a ferire in modo non grave due assistenti, uno a uno zigomo e l’altro ad una gamba. Sottoposto a visita psichiatrica dallo specialista convenzionato con l’istituto, il detenuto è risultato affetto da uno scompenso psichiatrico tale da richiedere il trattamento sanitario obbligatorio.
C’è un grave problema ancora non risolto nelle carceri italiane. Oltre ai detenuti rinchiusi illegalmente negli ex ospedali psichiatrici giudiziari, perché ancora non sono state ultimate le residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), ci sono centinaia di detenuti con problemi psichiatrici sparsi nelle galere italiane.

Solamente nella regione Calabria risultano ristrette 600 persone con problemi psichiatrici, senza un trattamento adeguato alle loro condizioni fisiche e psichiche. E a farne le spese – oltre ai detenuti stessi che non vengono seguiti dai medici e operatori sanitari – sono i poliziotti penitenziari che fanno servizio nei reparti detentivi.
A denunciare questi fatti, lo scorso mese – su sollecitazione degli esponenti radicali calabresi Emilio Quintieri e Valentina Moretti – è stato il senatore Francesco Molinari (Gruppo Misto) e altri quattro parlamentari con una dettagliata interrogazione ai ministri della Giustizia, della Salute e per gli Affari regionali e le autonomie. Ma finora nessuna risposta nel merito. Eppure l’interrogazione parlamentare è andata molto nel dettaglio. Si denuncia la mancata apertura del centro diagnostico terapeutico presso la casa circondariale “Ugo Caridi” di Catanzaro.

Nella struttura si prevedeva la creazione, al quarto piano, di una sezione destinata alla tutela intramuraria della salute mentale per detenuti per otto posti e una sezione di osservazione psichiatrica per l’accertamento delle infermità psichiche per cinque posti dedicata a detenuti appartenenti al circuito dell’alta sicurezza. Ma il problema maggiore ? evidenziato sempre dall’interrogazione ? è che attraverso le recenti ispezioni di Molinari e da altre visite dei Radicali, è emerso che negli istituti penitenziari della Calabria sono ristretti almeno 513 detenuti con patologie psichiatriche.
L’emergenza psichiatrica nelle carceri potrebbe esplodere da un momento all’altro se non si intraprendono provvedimenti. Nelle carceri “normali” permangono molti detenuti con problemi psichici e non avranno mai nessuna struttura alternativa. Ma non solo.
La legge per la chiusura degli Opg contiene una norma che prevede che alcuni finiscano la pena detentiva in carcere. Quindi ne sono stati aggiunti altri a partire dell’entrata in vigore della legge approvata l’anno scorso. Tramite uno studio recente condotto dall’ agenzia regionale di Sanità della Toscana, si è scoperto un dato che desta preoccupazione: sui circa 16 mila reclusi delle carceri di Toscana Veneto, Lazio, Liguria, Umbria, ben oltre il 40% è risultato affetto da almeno una patologia psichiatrica. Questi detenuti costituiscono una miscela esplosiva in un contesto di detenzione degradante. Esiste un forte disagio perché si realizza una tortura ambientale; il carcere continua ad essere la frontiera ultima della disperazione e dei drammi umani.

Attualmente le carceri sono dei serbatoi dove la società senza eccessive remore continua a rinchiudere una marea di tossicodipendenti, di extracomunitari e di disturbati mentali. Prevalgono le persone appartenenti agli strati sociali più poveri, allevati sui marciapiedi e nei sobborghi delle città. In definitiva la carcerazione costituisce un’esperienza vitale altamente traumatizzante e può dar luogo a molteplici forme di patologia mentale prima ancora in fase di compenso. Favorisce, in sostanza, la messa in atto del meccanismo della psicosi a causa dello scompenso di un io, già prima fragile, che non riesce a mantenere più il suo precario equilibrio a causa dell’isolamento, a causa delle preoccupazioni legate all’inchiesta giudiziaria, a causa della paura. Ciò che la medicina penitenziarista riscontra con maggiore incidenza è Il disturbo post-traumatico da stress, l’attacco di panico, la sindrome da separazione con riferimento particolare ai detenuti extracomunitari, le reazioni depressive, le crisi ansiose, il disturbo bipolare, il disturbo ossessivo-compulsivo, le crisi isteriche, i disturbi di personalità (borderline e antisociale), il discontrollo degli impulsi e le reazioni auto ed eteroaggressive.

Con la chiusura dei manicomi, non sempre sono state create delle strutture alternative in grado di ospitare gli ammalati, sicché molti soggetti con disturbi psichiatrici sono rimasti senza alcun controllo o rete di protezione, con la conseguenza di finire con estrema facilità nelle maglie strette della giustizia. Talora, invece, è il carcere stesso con i suoi ritmi ossessivi e con le sue abitudini a creare vere e proprie turbe psicopatologiche che in cella acquisiscono una strutturazione solida e difficilmente curabile. Il suicidio in carcere è il gesto finale.
Il malato di mente in galera è detenuto due volte: dal carcere e dalla malattia. Nella struttura carceraria soffre le pene dell’inferno, mentre il detenuto normale dopo un certo periodo riesce in qualche modo ad adattarsi alla vita carceraria, quello malato di mente non ha questa capacità, perché la malattia di fatto rappresenta un grave ostacolo all’adattamento. Le guardie penitenziarie non hanno i titoli per poter vigilare e aiutare un detenuto psichiatrico. Ma soprattutto è difficile anche la convivenza con gli altri detenuti non affetti da quei disturbi. Gli Opg, forse, stanno chiudendo, ma ci sono tantissimi detenuti con disabilità mentale che permangono nelle carceri. Chi si occuperà di loro?

Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 22 aprile 2016