Offese al Garante dei Detenuti sul 41 bis, il Sindacato dei Dirigenti Penitenziari “Identificate i Poliziotti e sanzionateli”


Il Si.Di.Pe., sindacato maggiormente rappresentativo dei Dirigenti Penitenziari, con una nota a firma del suo Segretario Nazionale Rosario Tortorella, interpretando anche i sentimenti di tutti i Dirigenti, esprime al Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Prof. Mauro Palma, la propria solidarietà per le ignobili offese e le gravi minacce perpetrate nei giorni scorsi a suo danno sulla pagina Facebook della rivista “Polizia Penitenziaria – Società, Giustizia & Sicurezza” a seguito della sua relazione relativa al 41 bis O.P..

Si può anche non essere d’accordo con il Garante ma è assolutamente inaccettabile che possa essere destinatario di insulti e minacce per aver espresso, nell’esercizio del proprio incarico istituzionale, le proprie valutazioni sul 41-bis . Espressioni come “Ma vaffanculo delinquente legalizzato”, “Lui dovrebbe andare al 41 ter”, “garante di delinquenti”, “Sei un fango”, “anche tu che li difendi dovresti essere chiuso”, “Vai a cagare stronzo”, “Buffone vatti a buttare da uno strapiombo, cretino”, “Prendete questo garante e mettetelo una settimana in mezzo a queste persone”, “Vai a lavorare come si deve”, “Pancio Villa per i delinquenti”, “Ma perché non ti fai ammazzare coglione”, “Ma chi cazzo lo a messo questo stupido”, “Ma vai a cagare garante dei miei stivali”, “Ma che vada in Africa anche lui”, “Mettete al 41 bis il garante”, “Non mi stupirei se si scoprisse che è stipendiato da qualche mafia”, “Ammazzati indegno”, “Spero ti ammazzino un figlio”, “Questo garante parassita è molto pericoloso”, “fai solo pena….vomitevole che nessuno prenda provvedimenti… verso un soggetto così vomitevole”, “Ma chi cazzo si crede di essere questo camoscio”, “vergognosamente schifoso… non è che è pure garante della mafia?”, sono parole gravi e inammissibili per la loro inaudita violenza verbale nei confronti di un soggetto istituzionale e lo sarebbero ancor più se fosse accertato che provengono da operatori di polizia penitenziaria il cui mandato professionale è quello di garantire che l’esecuzione delle pene detentive e delle altre misure restrittive della libertà personale avvenga sempre nel pieno rispetto della Costituzione e dell’ordinamento penitenziario.

Per questa ragione tali espressioni, pur provenendo da una minoranza, per un verso offendono i principi democratici del nostro Paese, quei principi che pure hanno determinato l’istituzione del Garante, e per altro verso offendono anche l’assoluta maggioranza degli operatori penitenziari, compresi quelli di polizia penitenziaria, che quotidianamente e con profondo spirito di sacrificio ed inarrestabile abnegazione operano nelle carceri per assicurare che in esse regnino l’ordine e la sicurezza nel rispetto più assoluto della dignità umana, nonostante le enormi difficoltà, i pesanti rischi e la scarsità di risorse. Per questa ragione il Si.Di.Pe. nel rinnovare la propria solidarietà al Garante auspica che i responsabili siano identificati e sanzionati.

Sindacato Dirigenti Penitenziari – Solidarietà Garante Nazionale Detenuti (clicca per scaricare)

Voghera, Permesso negato a detenuto per visitare il figlio ammalato: sbagliata l’istanza


Qualche giorno fa su “Il Dubbio” ho letto un articolo dell’amico Damiano Aliprandi, dal titolo “Milano: il figlio di 4 anni lo voleva vicino durante un esame al cuore, permesso negato” (poi ripreso da altri organi di stampa ed oggetto di numerosi commenti), in cui è stata raccontato che la Quinta Sezione della Corte di Appello di Milano, su conforme parere della Procura Generale della Repubblica, abbia negato ad un detenuto calabrese, ristretto nella Casa Circondariale di Voghera, padre di un bambino di 4 anni gravemente malato, che non vedeva da tempo a causa della malattia, di recarsi a fargli visita per due ore, presso l’Ospedale Niguarda di Milano, mentre gli venivano effettuati alcuni accertamenti diagnostici tra cui una biopsia e coronografia cardiaca, perché “non è in pericolo di vita”.

Stando a quanto riferito nell’articolo, l’Autorità Giudiziaria procedente, “visto il parere contrario del Pg, ritenuto che non sussistono i presupposti di cui all’Art. 30 Legge Penitenziaria per le ragioni esposte nello stesso parere, rigetta l’istanza”.

Preliminarmente, ebbene precisare che, il provvedimento emesso dalla Corte di Appello di Milano, è senz’altro corretto e fondato sulla esatta interpretazione di quanto statuito dall’Art. 30 dell’Ordinamento Penitenziario (Legge n. 354/1975 e ss.mm.ii.). Infatti, la norma richiamata, prevede che “Nel caso di imminente pericolo di vita di un familiare o di un convivente, ai condannati e agli internati può essere concesso dal Magistrato di Sorveglianza il permesso di recarsi a visitare, con le cautele previste dal regolamento, l’infermo. Agli imputati il permesso è concesso dall’Autorità Giudiziaria competente a disporre il trasferimento in luoghi esterni di cura ai sensi dell’Art. 11. Analoghi permessi possono essere concessi eccezionalmente per eventi familiari di particolare gravità”.

Pur essendo a conoscenza di pochi elementi, a me pare che l’istanza indirizzata alla Corte di Appello di Milano, non abbia le caratteristiche richieste dalla normativa sopra descritta per poter essere delibata favorevolmente. Invero, né si è in presenza di un “imminente pericolo di vita” ex Art. 30 c. 1 o.p. né si è in presenza di un “evento eccezionale” ex Art. 30 c. 2 o.p., in considerazione del fatto che il bambino è affetto da tempo da questa patologia (infatti non si reca a colloquio dal padre proprio a causa della malattia) per cui, indubbiamente, non costituisce un “evento eccezionale”.

Detto questo però c’è da dire che lo strumento giuridico intramoenia per poter ottenere l’autorizzazione invocata, esiste ed è contemplato all’Art. 21 ter o.p., introdotto dalla Legge n. 62/2011 e recentemente ulteriormente precisato dalla Legge n. 47/2015, che prevede “visite al minore infermo o al figlio, al coniuge o convivente affetto da handicap in situazione di gravità”; io stesso, più volte, ho fatto ottenere permessi di questo genere a diversi detenuti, anche imputati o condannati per associazione a delinquere di stampo mafioso ex Art. 416 bis c.p. Per cui, come ipotizzato nell’articolo, il fatto di essere calabrese, avere un determinato cognome od essere imputato di determinati reati, non costituisce alcun valido motivo ostativo, all’accoglimento di tali richieste.

Tale norma, infatti, a differenza dell’istituto del “permesso di necessità” ex Art. 30 o.p., contempla il campo della cura ed assistenza dei figli minori o affetti da gravi handicap da parte dei detenuti, non solo in casi di “eventi eccezionali”, ma anche in caso di “gravi condizioni di salute” o in conseguenza della stessa esistenza di “handicap grave”.

L’Art. 21 ter o.p., al c. 1, prevede che In caso di imminente pericolo di vita o di gravi condizioni di salute del figlio minore, anche non convivente, ovvero nel caso in cui il figlio sia affetto da handicap in situazione di gravità, ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, accertata ai sensi dell’articolo 4 della medesima legge, la madre condannata, imputata o internata, ovvero il padre che versi nelle stesse condizioni della madre, sono autorizzati, con provvedimento del magistrato di sorveglianza o, in caso di assoluta urgenza, del direttore dell’istituto, a recarsi, con le cautele previste dal regolamento, a visitare l’infermo o il figlio affetto da handicap grave. In caso di ricovero ospedaliero, le modalità della visita sono disposte tenendo conto della durata del ricovero e del decorso della patologia.” ed al successivo c. 2 prosegue con La condannata, l’imputata o l’internata madre di un bambino di età inferiore a dieci anni, anche se con lei non convivente, o di figlio affetto da handicap in situazione di gravità, ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, accertata ai sensi dell’articolo 4 della medesima legge, ovvero il padre condannato, imputato o internato, qualora la madre sia deceduta o assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla prole, sono autorizzati, con provvedimento da rilasciarsi da parte del giudice competente non oltre le ventiquattro ore precedenti alla data della visita e con le modalità operative dallo stesso stabilite, ad assistere il figlio durante le visite specialistiche, relative a gravi condizioni di salute.”.

Pertanto, in virtù di tale strumento giuridico, nel caso previsto dal primo comma, il genitore detenuto o internato, indipendentemente dalla posizione giuridica rivestita (imputato, appellante, ricorrente o definitivo), è autorizzato dal Magistrato di Sorveglianza che ha giurisdizione sull’Istituto o, in caso di estrema urgenza, dal Direttore dell’Istituto Penitenziario in cui trovasi ristretto, a visitare il figlio minore che versi in imminente pericolo di vita o in gravi condizioni di salute. La medesima autorizzazione è data al genitore, detenuto o internato, per visitare il figlio, anche maggiorenne, qualora questi sia stato riconosciuto portatore di handicap grave.

Si tratta di una speciale attenzione accordata dal legislatore per assicurare il mantenimento del rapporto affettivo tra un soggetto debole (minore gravemente infermo; portatore di handicap grave) e il proprio genitore (o il soggetto ex lege equiparato) in stato detentivo. Lo dimostra il fatto che la competenza ad autorizzare tali visite viene attribuita, esclusivamente, nel Magistrato di Sorveglianza nonché, eccezionalmente, nel Direttore dell’Istituto Penitenziario, autorità deputata alla gestione amministrativa della detenzione.

Inoltre, vi è una enorme differenza sostanziale dall’istituto ex Art. 30 o.p. a quello ex Art. 21 ter o.p.: infatti, qualora ricorrano i presupposti oggettivi e soggettivi legittimanti, nel primo caso, ai detenuti ed agli internati “può essere consesso” il permesso mentre nel secondo caso, i detenuti e gli internati “sono autorizzati”; si passa, dunque, dalla discrezionalità all’obbligo per l’Autorità Giudiziaria (o in via di residuale, nei casi di assoluta urgenza, per l’Autorità Penitenziaria); nel secondo caso, i genitori detenuti del figlio minore infra decennale ovvero il figlio, anche maggiorenne, riconosciuto portatore di handicap grave, quando essi debbano sottoporsi a visite specialistiche in relazione alle gravi condizioni di salute in cui versano. In quest’ultimo caso, la decisione autorizzativa, è affidata al “Giudice competente” il quale, nel silenzio della norma, dovrà essere individuato rinviando a quanto previsto dall’Art. 11 c. 4 o.p. Detto Giudice, allorché sia accertata la sussistenza delle condizioni previste, è chiamato a rilasciare l’autorizzazione a tale forma di assistenza, “non oltre le 24 ore dalla data della visita”, determinando le modalità esecutive idonee a garantire la sicurezza.

Il Magistrato di Sorveglianza deve provvedere in merito con “Decreto motivato”, in analogia a quanto previsto per i “permessi” ex Art. 69 c. 7 o.p.; stesso discorso dicasi per il “Giudice competente” ex Art. 125 c. 3 c.p.p. mentre il Direttore dell’Istituto, nel caso in cui sia competente, provvederà con motivato atto amministrativo.

L’eventuale provvedimento di rigetto, nel caso del Magistrato di Sorveglianza, potrà essere impugnato nelle forme e nei modi previsti dall’Art. 30 bis o.p. che disciplina il gravame in materia di “permessi”, proponibile dal detenuto istante, dal suo difensore o dal Pubblico Ministero. Mentre, per quanto concerne l’impugnazione dell’eventuale diniego opposto dal Direttore dell’Istituto Penitenziario, si dovrà proporre reclamo giurisdizionale ex Art. 35 bis e 69 c. 6 lett. b) o.p.

Nel caso in specie, dunque, la persona detenuta (imputato appellante) od il suo difensore, avrebbe dovuto chiedere di potersi recare a far visita al figlio minore gravamene ammalato in Ospedale a Milano ai sensi dell’Art. 21 ter o.p. al Magistrato di Sorveglianza di Pavia avente giurisdizione sulla Casa Circondariale di Voghera o, nel caso di assoluta urgenza, al Direttore dell’Istituto Penitenziario predetto, e non come erroneamente effettuato al Giudice che procedeva, cioè alla Corte di Appello di Milano, peraltro secondo il diverso strumento giuridico di cui all’Art. 30 o.p.

Emilio Enzo Quintieri

già Consigliere Nazionale di Radicali Italiani

Esperto in Diritto Penitenziario

Delegazione Radicale visita le Carceri di Cosenza e Paola: 258 detenuti a Cosenza e 212 a Paola


Venerdì scorso, una delegazione radicale composta da Emilio Enzo Quintieri e Valentina Anna Moretti, ha effettuato una visita alla Casa Circondariale di Cosenza. Stamattina, invece, la delegazione, si è recata sul Tirreno presso la Casa Circondariale di Paola.

Entrambe le visite sono state autorizzate da Lina Di Domenico, Vice Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, su richiesta dell’ex Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani Quintieri, candidato alla carica di Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale della Regione Calabria.

A Cosenza, la delegazione visitante, è stata accolta ed accompagnata dall’Ispettore Superiore Francesco Bufano, Vice Comandante del Reparto di Polizia Penitenziaria, dal Funzionario Giuridico Pedagogico Maria Francesca Branca e da una decina di Allievi Agenti di Polizia Penitenziaria mentre a Paola, dal Commissario Capo Davide Pietro Romano e dall’Ispettore Capo Attilio Lo Bianco, Vice Comandante della Polizia Penitenziaria e Coordinatore della Sorveglianza Generale. Inoltre, al Carcere di Paola, la delegazione, è stata ricevuta dal Direttore Caterina Arrotta.

Nell’Istituto di Cosenza, che ha una capienza regolamentare di 218 posti detentivi, al momento della visita, erano ristrette 258 persone, 59 delle quali straniere, di cui 103 appartenenti al circuito dell’Alta Sicurezza (As3 criminalità organizzata) e 155 a quello della Media Sicurezza, con le seguenti posizioni giuridiche : 50 in attesa di primo giudizio, 23 appellanti, 20 ricorrenti e 162 definitivi. Vi erano, altresì, 2 condannati ammessi al regime della semilibertà ex Art. 50 O.P., 2 detenuti in permesso premio ex Art. 30 ter O.P. e 4 detenuti al lavoro esterno ex Art. 21 O.P. Tra la popolazione detenuta vi sono 14 tossicodipendenti di cui 9 in terapia metadonica, 12 sieropositivi, 80 con problemi psichiatrici e 5 affetti da epatite C.

Nell’Istituto di Paola, che ha una capienza regolamentare di 182 posti detentivi (ci sono 2 camere attualmente non disponibili per un totale di 4 posti), al momento della visita, erano ristrette 212 persone, 103 delle quali straniere, tutte appartenenti al circuito della Media Sicurezza, con le seguenti posizioni giuridiche: 16 in attesa di primo giudizio, 25 appellanti, 15 ricorrenti e 156 definitivi di cui 6 ergastolani. Solo 40 detenuti, ritenuti a basso indice di pericolosità e con un fine pena non molto lungo, sono assegnati alla moderna Sezione a custodia attenuata, aperta qualche anno fa, in cui è operativo il sistema della “sorveglianza dinamica”. Unico dato certo rilevato a Paola è la presenza di 17 tossicodipendenti ma vi sono anche diversi detenuti con problemi psichiatrici ed altre patologie.

Nell’Istituto Penitenziario di Cosenza, recentemente affidato al Dirigente Maria Luisa Mendicino in seguito al collocamento a riposo per raggiunti limiti di età del Direttore Filiberto Benevento, sono state riscontrate alcune problematiche che saranno oggetto di ulteriore approfondimento. Inoltre si è constatata la perdurante chiusura dell’area verde esterna, nonostante sia stata ristrutturata ed attrezzata, grazie ad un finanziamento di 50 mila euro della Cassa delle Ammende. Pare che, a breve, anche grazie alle continue sollecitazioni dei Radicali Italiani, puntualmente effettuate all’esito di ogni visita, la stessa sarà resa fruibile ai detenuti per lo svolgimento di colloqui all’aperto con le famiglie ed in modo particolare con figli e nipoti in tenera età o adolescenti e/o genitori anziani, così come avviene ormai da tempo negli altri Istituti Penitenziari della Provincia di Cosenza.

Nella Casa Circondariale di Paola, nell’ultima visita tenutasi il 23 agosto 2018, erano state accertate diverse gravi criticità, oggetto anche di una Interrogazione Parlamentare a risposta scritta rivolta al Ministro della Giustizia da parte dell’Onorevole Riccardo Magi, Deputato di +Europa e Segretario Nazionale di Radicali Italiani. Tra le altre cose, era stata riscontrata la inagibilità di 17 camere di pernottamento per un totale di 34 posti detentivi, a causa delle copiose infiltrazioni di acqua piovana. Infine, per lo stesso motivo, risultavano degradate le aule scolastiche ed altri locali tra cui il teatro, l’ufficio della sorveglianza generale ed il corridoio centrale di ingresso alle sezioni detentive. Successivamente all’intervento dei Radicali Italiani presso i vertici dell’Amministrazione Penitenziaria, della Magistratura di Sorveglianza e del Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti e dell’atto di sindacato ispettivo parlamentare, tali problematiche sono state parzialmente risolte atteso che, come accertato, sono state ripristinate quasi tutte le camere che erano inagibili e ristrutturate tutti i locali destinati alle attività scolastiche. Continuano a persistere le infiltrazioni meteoriche nel corridoio centrale di ingresso agli spazi detentivi, nella 4 Sezione ed in tutta l’area destinata ai colloqui con i familiari e gli avvocati dei detenuti. Tale situazione sarà rappresentata al Capo ed al Vice Capo dell’Amministrazione Penitenziaria Francesco Basentini e Lina Di Domenico, al Provveditore Regionale della Calabria Massimo Parisi, al Magistrato di Sorveglianza di Cosenza Silvana Ferriero ed al Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti.

Nei prossimi giorni, seguiranno le visite dei Radicali Italiani alla Casa Circondariale di Castrovillari (venerdì 15) ed alla Casa di Reclusione di Rossano (martedì 19).

Video Battisti, indagato Basentini, Capo del Dap, per omissione d’atti d’ufficio


Video di Battisti, la Procura della Repubblica di Roma ha chiesto l’archiviazione per i Ministri dell’Interno e della Giustizia Sen. Matteo Salvini e On. Alfonso Bonafede perché ritiene che non vi sia il dolo intenzionale, cioè l’elemento soggettivo, richiesto dalla norma incriminatrice per la configurabilità del reato di abuso d’ufficio ex Art. 323 cp, ma prosegue l’indagine sull’operato dell’Amministrazione Penitenziaria.

Per il momento il Capo del Dipartimento Francesco Basentini, Magistrato in aspettativa, a seguito della mia denuncia, è sottoposto ad indagini preliminari per il reato di omissione d’atti d’ufficio ex Art. 328 cp in quanto Capo dell’Amministrazione e diretto Superiore Gerarchico del Gruppo Operativo Mobile della Polizia Penitenziaria che ha gestito la traduzione del detenuto Battisti, per non aver disposto le opportune cautele a tutela della dignità umana del detenuto traducendo, stabilite dalle disposizioni legislative e regolamentari vigenti in materia.

Il Capo del Dap Basentini, come ho già scritto alla Procura di Roma, è stato sempre presente ai fatti – come dimostrano alcune foto in cui è perfettamente ripreso tra cui questa – peraltro non impedendo ai Ministri Salvini e Bonafede (ed altri soggetti) di fare foto e filmati al detenuto mentre veniva tradotto.

Nella denuncia, tra l’altro, ho chiesto all’Autorità Giudiziaria di accertare eventuali ulteriori responsabilità, penali e disciplinari, del personale del Corpo di Polizia Penitenziaria valutando, in modo particolare, la condotta tenuta dal Responsabile del Nucleo e dal Capo Scorta.

Sulla richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura della Repubblica di Roma, si dovranno pronunciare i Giudici del Tribunale dei Ministri di Roma.

Campobasso, Quintieri (Radicali): Denunciato Agente Penitenziario per abusi contro il detenuto


Quanto accaduto ieri a Campobasso – ai danni di un detenuto che aveva tentato di evadere – ad opera di un Agente di Polizia Penitenziaria, è di una gravità inaudita ed occorre che siano intrapresi immediati provvedimenti. Per tale ragione, questa mattina, ho presentato un esposto denuncia alla Procura della Repubblica di Campobasso e, per quanto di competenza, al Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti, al Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ed all’On. Riccardo Magi, Deputato di +Europa contro uno degli Agenti Penitenziari per i reati di abuso di autorità e dei mezzi di disciplina e minaccia grave, fatti aggravati perché commessi da un Pubblico Ufficiale contro una persona detenuta affidata alla sua vigilanza e custodia. Lo afferma Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani e candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Regione Calabria.

Non è assolutamente tollerabile che un Agente Penitenziario si comporti in quel modo; il detenuto, senza motivo, è stato ripetutamente percosso con schiaffi, pugni e calci, nonché minacciato utilizzando la pistola d’ordinanza, che, dopo essere stata estratta dalla fondina, gli è stata puntata più volte alla bocca ed alla testa, prosegue l’esponente radicale Quintieri. Per quel che emerge dal video, non c’era alcuna resistenza attiva o passiva in atto né altri atti di violenza, che potesse legittimare l’impiego della forza nei riguardi del detenuto che dopo la tentata evasione era stato subito catturato e si trovava nella piena disponibilità del personale di Polizia Penitenziaria.

Nell’esercizio delle proprie funzioni quotidiane, il personale penitenziario, deve rispettare e tutelare la dignità umana e preservare e far rispettare i diritti fondamentali di ogni persona e non deve far ricorso alla forza contro i detenuti salvo in caso di legittima difesa, di tentativo di evasione o di resistenza fisica attiva o passiva ad un ordine legittimo, e sempre come ultima risorsa. Mi auguro che ognuna delle Autorità competenti, a cui ho indirizzato l’esposto, assuma al più presto rigorosi provvedimenti al riguardo, conclude l’ex Consigliere Nazionale di Radicali Italiani.

Reggio Calabria, il Gip: no all’archiviazione per la morte del detenuto Jerinò. Pm indaghi


Sono passati già quattro anni ed ancora non si conoscono, con precisione, le cause della morte del sessantenne Roberto Jerinò, all’epoca ristretto presso la Casa Circondariale di Reggio Calabria Arghillà, avvenuta il 23/12/2014 presso l’Ospedale Riuniti di Reggio Calabria per “insufficienza cardio-respiratoria in soggetto con gravissima ed estesa ischemia celebrale da occlusione delle arterie cerebrali posteriori e vertebrali”.

Nonostante la denuncia presentata dai familiari del detenuto ed una circostanziata Interrogazione Parlamentare a risposta in commissione (n. 5/04649 del 05/02/2014) indirizzata ai Ministri della Giustizia e della Salute Andrea Orlando e Beatrice Lorenzin presentata, nella scorsa legislatura, dall’On. Enza Bruno Bossio, Deputato del Partito Democratico, su sollecitazione di Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani.

La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria in persona del Sostituto Procuratore Giovanni Calamita, a seguito di quanto accaduto, aveva aperto un Procedimento Penale contro ignoti per accertare se, in ordine al decesso del Jerinò, vi fossero state responsabilità del personale dell’Amministrazione Penitenziaria o dei Sanitari Penitenziari ed Ospedalieri.

Tuttavia, solo recentemente, il Pubblico Ministero Nicola De Caria, all’esito delle indagini espletate avvalendosi anche del Medico Anatomopatologo Patrizia Napoli (che aveva eseguito esame autoptico sulla salma), aveva chiesto l’archiviazione del Procedimento, pendente contro ignoti per il reato di omicidio colposo ex Art. 589 c.p., ricevendo l’opposizione dei familiari del detenuto Jerinò, rappresentati e difesi dall’Avvocato Marzia Tassone del Foro di Catanzaro che, nei mesi precedenti, aveva depositato una puntigliosa consulenza medico legale di parte a firma Prof. Peppino Pugliese, Specialista in cardiochirurgia e malattie dell’apparato cardiovascolare e docente presso l’Università degli Studi Alma Mater di Bologna, con la quale erano stati evidenziati comportamenti gravissimi definiti “penalmente rilevanti”, ad opera del personale sanitario operante negli Istituti Penitenziari di Reggio Calabria “Panzera” ed “Arghillà” ed in quello di Paola, consistenti in condotte attive ed omissive, imperite, imprudenti e negligenti, determinanti una catena di eventi che hanno concorso a cagionare la morte di Jerinò.

Il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Reggio Calabria Mariarosaria Savaglio, ritenuta ammissibile l’opposizione proposta dal difensore delle persone offese, a seguito della Camera di Consiglio tenutasi il 18/12/2018, non ha accolto la richiesta di archiviazione sollecitata dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria disponendo la restituzione del fascicolo per nuove indagini, fissando in 6 mesi il termine per il compimento delle medesime ex Art. 409 c. 4 c.p.p.

In particolare, secondo il Gip Savaglio, “le indagini esperite al fine di accertare se sussistano eventuali responsabilità del personale medico o del personale del carcere appaiono meritevoli di approfondimento in ordine ad eventuali condotte che si sarebbero potute tenere al fine di evitare/ritardare il decesso di Jerinò Roberto, atteso che la perizia medico legale effettuata dal consulente incaricato dal Pubblico Ministero è basata su documentazione medica solo parziale, per cui le conclusioni a cui è giunta appaiono eccessivamente generiche e non dotate di sufficiente rigore scientifico, anche alla luce di quanto riportato nelle perizie di parte effettuate dai consulenti medici di parte” ed infine “è necessario, alla luce di quanto addotto dalle consulenze tecniche di parte, sottoporre ad una nuova complessiva valutazione le circostanze che hanno portato al decesso del suddetto Jerinò Roberto e di eventuali ritardi o inerzie in relazione alla deospedalizzazione dello stesso in data 4/11/2014, alla mancata somministrazione dei farmaci salvavita necessari per mancanza di un piano terapeutico, al ritardo nell’eseguire esami clinici necessari in maniera tempestiva e in ordine al ricovero dello stesso in data 15/12/2014 nel reparto malattie infettive, piuttosto che nel reparto idoneo a trattare la vasculopatia cerebrale in atto”.

Per questi motivi, il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Reggio Calabria, ha rigettato la richiesta formulata dall’Ufficio del Pubblico Ministero, poiché “appare necessario il completamento delle indagini” e, nello specifico, “1) accertare, mediante l’espletamento di nuova consulenza tecnica, da effettuare tramite consulente medico specializzato in malattie neurologiche e sulla base di tutti i documenti clinici disponibili, le eventuali responsabilità in cui sono incorsi i soggetti che avevano in cura e custodia il detenuto Jerinò Roberto; 2) effettuare tutte le eventuali indagini che il PM ritenga necessario alla luce delle risultanze di suddetto accertamento; 3) identificare gli eventuali responsabili di condotte attive o omissive.”.

Roberto Jerinò, prima di essere ristretto al Carcere di Reggio Calabria “Arghillà” (07/07/2014 – 23/12/2014), era stato detenuto presso la Casa Circondariale di Reggio Calabria “Panzera” (15/12/2011 – 21/03/2013) e poi presso la Casa Circondariale di Paola (21/03/2013 – 07/07/2014).

Jerinò non stava espiando nessuna pena, si trovava sottoposto alla misura cautelare della custodia in carcere perché imputato per associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di cocaina, aggravata dal metodo mafioso, nell’Operazione “Solare 2 – Crimine 3” della Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. In primo grado, nell’ambito del giudizio abbreviato, il Gup Distrettuale di Reggio Calabria Cinzia Barillà lo condannò a 14 anni 8 mesi di reclusione e 64.000 di multa (26/02/2013). Per lui, il processo, si concluse l’11/02/2015, pochi mesi dopo la sua morte, innanzi alla Corte di Appello di Reggio Calabria, che pronunciò il “non doversi procedere per morte del reo”.

Tra l’altro, i difensori di Roberto Jerinò, chiesero al Giudice procedente la sua scarcerazione essendo divenuto incompatibile col regime carcerario. Tale richiesta, come al solito, per ironia della sorte, venne rigettata dal Giudice proprio il giorno della sua morte. Evidentemente, come accaduto in altre analoghe occasioni, il Magistrato, non era stato ancora informato che l’imputato era deceduto.

Diciotti, “Salvare le vite in mare è un obbligo dello Stato”. Per il Tribunale dei Ministri, Salvini deve essere processato


Salvini deve essere processato. E’ la decisione del Tribunale dei Ministri di Catania in ordine al caso Diciotti, per il quale la Procura Distrettuale della Repubblica di Catania, lo scorso 29 ottobre 2018 (e, poi, successivamente, il 26 novembre 2018), aveva avanzato richiesta di archiviazione del Procedimento Penale pendente contro il Senatore Matteo Salvini, Ministro dell’Interno, per il delitto di sequestro di persona aggravato in danno dei 177 migranti a bordo della Nave Militare Italiana “Umberto Diciotti”, per infondatezza della notizia di reato.

Secondo il Procuratore della Repubblica di Catania Carmelo Zuccaro, il ritardo nello sbarco dei migranti a bordo della Diciotti fu “giustificato dalla scelta politica, non sindacabile dal giudice penale per la separazione dei poteri, di chiedere in sede Europea la distribuzione dei migranti in un caso in cui, secondo la convenzione Sar internazionale, sarebbe spettato a Malta indicare il porto sicuro”.

Una tesi che però non ha convinto il Collegio per i reati ministeriali presso il Tribunale di Catania composto dai Giudici Nicola La Mantia, Sandra Levanti e Paolo Corda che, con relazione deliberata il 7 dicembre 2018 e depositata il 22 gennaio 2019, ha restituito gli atti alla Procura della Repubblica, per l’avvio della procedura prevista dall’Art. 9 della Legge Costituzionale n. 1 del 1989, ai fini del rilascio dell’autorizzazione a procedere contro il Senatore della Repubblica Matteo Salvini, in ordine al reato previsto e punito dall’Art. 605 c. 1 e 2 n. 2 e 3 del Codice Penale “per avere nella sua qualità di Ministro dell’Interno, abusando dei suoi poteri, privato della libertà personale 177 migranti di varie nazionalità giunti al Porto di Catania a bordo dell’unità navale di soccorso “U. Diciotti” della Guardia Costiera Italiana alle ore 23,49 del 20 agosto 2018. In particolare, il Sen. Matteo Salvini, nella sua qualità di Ministro, violando le Convenzioni internazionali in materia di soccorso in mare e le correlate norme di attuazione nazionali (Convenzione SAR, Risoluzione MSC 167-78, Direttiva SOP 009/15), non consentendo senza giustificato motivo al competente Dipartimento per le Libertà Civili e per l’Immigrazione – costituente articolazione del Ministero dell’Interno – di esitare tempestivamente la richiesta di POS (place of safety) presentata formalmente da IMRCC (Italian Maritime Rescue Coordination Center) alle ore 22,30 del 17 agosto 2018, bloccava la procedura di sbarco dei migranti, così determinando consapevolmente l’illegittima privazione della libertà personale di questi ultimi, costretti a rimanere in condizioni psico-fisiche critiche a bordo della nave “U. Diciotti” ormeggiata nel Porto di Catania dalle ore 23,49 del 20 agosto e fino alla tarda serata del 25 agosto, momento in cui veniva autorizzato lo sbarco. Fatto aggravato dall’essere stato commesso da un Pubblico Ufficiale e con abuso dei poteri inerenti alle funzioni esercitate, nonchè per essere stato commesso anche in danno di soggetti minori di età. Fatto commesso in Catania, dal 20 al 25 agosto 2018″. 

Per il Tribunale dei Ministri di Catania, presieduto dal Giudice La Mantia, “l’obbligo di salvare la vita in mare costituisce un preciso dovere degli Stati e prevale su tutte le norme e gli accordi bilaterali finalizzati al contrasto dell’immigrazione irregolare. Le Convenzioni internazionali in materia, cui l’Italia ha aderito, costituiscono un limite alla potestà legislativa dello Stato e, in base agli Artt. 10, 11 e 117 della Costituzione, non possono costituire oggetto di deroga da parte di valutazioni discrezionali dell’Autorità politica (“pacta sunt servanda”), assumendo un rango gerarchico superiore rispetto alla disciplina interna (l’Art. 117 Cost. prevede che la potestà legislativa è esercitata nel rispetto, tra l’altro, dei vincoli derivanti dagli obblighi internazionali.).

Il Presidente del Senato della Repubblica Maria Elisabetta Alberti Casellati, ricevuti gli atti, provvederà a trasmetterli alla Giunta per le autorizzazioni a procedere che poi dovrà relazionare all’Assemblea, la quale entro due mesi potrà negare l’autorizzazione a procedere – nel caso in cui, a maggioranza assoluta, ritenga insindacabilmente che il Ministro dell’Interno indagato abbia agito «per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante» – o concederla.

I Radicali Italiani con il Segretario Nazionale On. Riccardo Magi, Deputato di + Europa con Emma Bonino, avevano ispezionato la Nave Militare Diciotti ed all’esito, il 23 agosto 2018, presentato un dettagliato esposto denuncia alla Procura della Repubblica di Catania, chiedendo di procedere a termini di Legge contro tutti i responsabili per l’indebito trattenimento dei migranti. Anche una delegazione del Garante Nazionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale si recò nel Porto di Catania sulla Nave Militare Diciotti e, successivamente, inviò due circostanziate informative alla Procura della Repubblica di Catania ed a quella di Agrigento.

Domanda di autorizzazione a procedere contro il Sen. Matteo Salvini (clicca per leggere)