Calabria, Quintieri (Radicali) tra i papabili alla carica di Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti


Prossimamente, il Consiglio Regionale della Calabria, sarà chiamato ad eleggere il “Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale”, istituito con Legge Regionale n. 1 del 29/01/2018. Il Garante, che opererà su tutto il territorio regionale in piena autonomia e con indipendenza di giudizio e di valutazione, senza essere sottoposto ad alcuna forma di controllo gerarchico o funzionale, dovrà essere eletto con deliberazione adottata a maggioranza dei due terzi dei Consiglieri assegnati. In mancanza di raggiungimento del quorum, dalla terza votazione, l’elezione avverrà a maggioranza semplice dei Consiglieri assegnati.

Tra i papabili alla carica di Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Regione Calabria vi è il cetrarese Emilio Enzo Quintieri, laureando in giurisprudenza, membro del Comitato Nazionale dei Radicali Italiani, da tempo a capo della delegazione visitante gli Istituti Penitenziari della Repubblica con particolare riferimento a quelli delle Regioni Calabria, Puglia, Campania e Lazio, autorizzato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia. Quintieri, inoltre, nel corso degli anni, è stato collaboratore di numerosi membri del Parlamento per la presentazione di atti di sindacato ispettivo e proposte di legge in ambito penitenziario nonché accompagnatore di Deputati e Senatori durante le ispezioni alle Carceri ed agli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Tra l’altro è stato uno dei promotori della Legge Regionale istitutiva del Garante in Calabria, seguendo i lavori presso il Consiglio Regionale e venendo anche audito come esperto a Palazzo Campanella dalla competente Commissione Consiliare. E’ stato più volte candidato alla Camera dei Deputati, nel 2013, con la Lista “Amnistia Giustizia e Libertà” promossa da Marco Pannella ed Emma Bonino ed infine, nel 2018, con la Lista “Più Europa con Emma Bonino”, promossa da Emma Bonino, Benedetto Della Vedova e Bruno Tabacci. Negli ultimi anni, infine, ha portato centinaia di Studenti di Giurisprudenza e Scienze del Servizio Sociale dell’Università della Calabria, accompagnati dai Docenti di Diritto Penale Prof. Mario Caterini e Prof. Sabato Romano, in visita alle Carceri calabresi.

Il Garante, infatti, dovrà essere scelto tra persone di specifica e comprovata formazione, competenza ed esperienza nel campo giuridico – amministrativo e nelle discipline afferenti alla promozione e tutela dei diritti umani o che si siano comunque distinte in attività di impegno sociale, con particolare riguardo ai temi della detenzione, e che offrano garanzie di probità, indipendenza e obiettività.

Intanto, nei prossimi giorni, in attesa che il Consiglio Regionale definisca l’iter per la elezione del Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti, l’esponente dei Radicali Italiani, debitamente autorizzato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia su richiesta dell’On. Riccardo Magi, farà visita alla Casa Circondariale di Paola (sabato 16), alla Casa Circondariale di Palmi (domenica 17), alla Casa di Reclusione di Rossano (sabato 23) ed infine alla Casa Circondariale di Cosenza (sabato 30). Quintieri durante le visite sarà accompagnato dalla radicale Valentina Anna Moretti, giurista e praticante Avvocato del Foro di Paola, candidata alla carica di Garante Regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Autonoma della Sardegna.

Carceri/Giustizia, l’ennesimo richiamo dell’Unione Europea all’Italia ed all’Ungheria


Consiglio d'EuropaTroppi detenuti, meno carcere, più misure alternative. Oltre 40mila con problemi mentali. Nel corposo rapporto elaborato dall’European Committee on Crime Problems, presentato al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, c’è un paragrafo, il ventitreesimo, che mette sotto accusa l’Italia (e l’Ungheria). Riguarda le carceri e più in generale lo stato della giustizia. Vediamo. Si comincia con il ricordare che non da ora la Corte Europea ha denunciato la criticità di questo “problema strutturale”.

La soluzione più appropriata, si osserva, “consiste nell’applicazione più ampia di misure alternative alla detenzione”, provvedimento che, si auspica, “dovrebbe essere ridotta al minimo”. Si riconosce che l’Italia ha avviato riforme che vanno nella giusta direzione, ma al tempo stesso si osserva che malgrado i numerosi interventi sul piano internazionale, nel 2014 la durata della detenzione è aumentata dell’1%, con punte, in alcuni Paesi, del 5%. Il libro bianco, inoltre, ricorda l’importanza di adottare misure in grado di assicurare il pieno rispetto dell’articolo 3 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo: il divieto di trattamenti inumani e degradanti come interpretati dalla stessa Corte di Strasburgo.

Per questa ragione si raccomanda la “rottamazione” dei vecchi e usurati edifici carcerari, con nuove prigioni moderne in grado di offrire condizioni umane di detenzione: secondo la relazione, “i nuovi istituti penitenziari possono costare meno ed essere più adeguati alle esigenze dei detenuti per la risocializzazione e reinserimento nella società”.
Sempre in tema di carcere: oltre 42mila detenuti italiani – il 77 per cento degli oltre 54 mila totali – convivono con un disagio mentale: si va dai disturbi della personalità alla depressione, fino alla psicosi. Una situazione che comporta conseguenze estreme come l’autolesionismo (circa 7mila episodi in un anno) o il suicidio (solo nel 2014, 43 casi, e oltre 900 tentativi). Il carcere, secondo gli esperti della Società Italiana di Medicina e Salute Penitenziaria, è “un amplificatore dei disturbi mentali: l’isolamento insieme allo shock della detenzione, possono facilitare la comparsa o l’aggravarsi di un problema psichico, a volte latente”.

L’Indro, 13 ottobre 2016

Mazzamuto (Conams): La penso come Gherardo Colombo, in Italia c’è troppo carcere


nicola-mazzamuto-presidente-tds-di-messinaIntervista a Nicola Mazzamuto, coordinatore nazionale dei Magistrati di sorveglianza. Il Coordinamento nazionale dei Magistrati di sorveglianza chiude oggi a Roma la sua assemblea generale. Dopo aver ricordato le figure di Alessandro Margara e di Luigi Daga, veri cultori di un diritto penitenziario umano e costituzionalmente orientato, l’assemblea è stata anche l’occasione per un bilancio della Legge Gozzini a trenta anni della sua approvazione. Legge spesso vituperata, a cui si attribuisce la colpa di tutti i “buonismi” ed i “lassismi”, quando invece ha avuto il merito di aver reso umana la pena contribuendo alla realizzazione delle sue finalità costituzionali. In occasione dell’assemblea abbiamo intervistato Nicola Mazzamuto, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Messina e Coordinatore Nazionale dei Magistrati di Sorveglianza.

Presidente, a che punto siamo sui rimedi risarcitori per detenzione inumana e degradante?

La sentenza Torreggiani ingiungeva all’Italia la messa a punto di un efficace sistema di tutela preventiva e compensativa dei diritti dei detenuti. E accordava priorità al rimedio che impedisce o interrompe la lesione in corso. Occorre quindi dire che il rimedio risarcitorio, al di là del suo valore simbolico e del suo modesto effetto lenitivo in termini di riduzione di pena detentiva e/o di ristoro pecuniario, interviene comunque a lesione consumata. Nella pratica giurisprudenziale non ha trovato ampia e diffusa applicazione, sia in ragione delle difficoltà interpretative della nuova normativa, che solo di recente sembrano superate, sia in ragione della oggettiva complessità degli accertamenti istruttori, sia soprattutto in ragione delle condizioni di operatività degli Uffici di sorveglianza che soffrono ataviche carenze d’organico.

Che cosa si deve fare?

Se sotto il profilo della riforma legislativa sempre perfettibile e delle misure penitenziarie volte alla riduzione del sovraffollamento ed al miglioramento del regime penitenziario l’Italia ha superato l’esame di Strasburgo, anche se di recente il trend penitenziario è tornato a salire, l’obiettivo di un sistema giudiziario di tutele efficienti ed effettive è ancora tutto da realizzare. Non possono non salutarsi con favore i recenti indirizzi legislativi e ministeriali finalizzati al potenziamento ed alla stabilizzazione del personale magistraturale e amministrativo della Magistratura di sorveglianza.

Non è riduttivo concentrarsi solo sulla questione dei 3mq per detenuto, quando poi nelle celle si hanno i bagni alla turca?

In realtà il criterio “catastale” della metratura della cella, che pure ha il pregio di essere un parametro oggettivo e misurabile, non costituisce nella giurisprudenza nazionale ed europea un indice esclusivo ed esaustivo. Il giudizio sulle condizioni (dis) umane e (non) degradanti dovrebbe integrarsi con le valutazioni inerenti la salubrità e dignità degli ambienti e, più in generale, il complessivo regime trattamentale con particolare riguardo alla tutela della salute, e alle concrete opportunità rieducative e risocializzanti. È possibile che, pur in presenza di una cella con metri quadri superiori al limite minimo, si ravvisi la violazione dell’articolo 3 della Convenzione Edu a causa della deficienza degli altri parametri.

Si segnalano spesso “tensioni” fra il magistrato di sorveglianza e il garante dei detenuti. Quale è la sua esperienza?

Credo che tali rapporti andrebbero impostati fin dall’inizio in termini di mutua e leale collaborazione e di chiara distinzione dei rispettivi ambiti di competenza, visto che in mancanza di ciò è elevato il rischio di confusioni, sovrapposizioni di ruoli e funzioni, dispersioni di energie e prevedibili conflitti. Mi pare in tale ottica un buon criterio è quello che riconosce alla Magistratura di sorveglianza la garanzia giurisdizionale dei diritti e la cura dei casi concreti. Mentre al Garante riconosce la tutela “politica” di tali diritti e l’azione politico-culturale volta ad affrontare i nodi strutturali del sistema sanzionatorio e penitenziario ed al suo complessivo miglioramento, coinvolgendo istituzioni ed opinione pubblica.

Dagli Opg alle Rems. A che punto siamo?

L’esodo verso le Rems è stato lento, faticoso e progressivo e soltanto nei prossimi mesi si può sperare che si completi l’opera di dimissione. Nelle more si verificano situazioni di conflitto, a fronte dell’insufficienza delle Rems disponibili e del numero chiuso di quelle esistenti. Si è allora costretti a scegliere tra lasciare i ricoverati in Opg illegittimamente o in libertà in caso di misure di sicurezza provvisorie ineseguite, oppure derogare al numero chiuso e metterli nei Rems.

Non è anomalo il rapporto fra detenuti in custodia cautelare e detenuti definitivi?

La custodia cautelare in carcere, in un numero non infrequente di casi, non è ultima ma prima ratio. Viene utilizzata, al di là delle appropriate finalità endoprocessuali, come anticipazione di pena, anche quando sarebbe prevedibile, in fase esecutiva, la concessione di una misura alternativa. Indubbiamente tale rapporto si può configurare come una anomalia.

Non si ricorre troppo spesso al carcere in Italia?

Credo che un sistema sanzionatorio e penitenziario moderno, in linea con i principi costituzionali e con le direttive europee, debba realizzare l’idea della pena e della pena detentiva come extrema ratio. Concordo con i recenti scritti di Gherardo Colombo e del professor Giovanni Fiandaca: in Italia come in altri Paesi c’è troppo carcere e soprattutto troppo cattivo carcere, nonostante i recenti sforzi del legislatore e dell’amministrazione penitenziaria per migliorare la situazione detentiva.
Penso, inoltre, non solo in una prospettiva utopica ma riflettendo su concrete esperienze giurisprudenziali, che un tale sistema dovrebbe prevedere le pene non detentive e le misure alternative in una percentuale del 70/80% – purché ricche di contenuti rieducativi, riparativi e risocializzativi e soprattutto ben gestite con regimi prescrittivi individualizzati. Bisognerebbe riservare la costosa (in termini non solo economici) e segregante pena detentiva ai casi gravi che la meritano, puntando attraverso strategie sanzionatorie differenziate, a una lotta davvero efficace al crimine anche organizzato, alla recidiva ed alla diffusa impunità.

Giovanni M. Jacobazzi

Il Dubbio, 8 ottobre 2016

Calabria, In cella centinaia di malati psichiatrici, aspettando le Rems


Carcere di RossanoMolti sono ospitati illegalmente negli Opg. Ha tentato di aggredire un agente dopo aver sfondato, con la sua branda, l’ingresso della cella. Il detenuto, rinchiuso nel carcere calabrese di Rossano, è stato immobilizzato da altri agenti intervenuti in soccorso del collega. Durante la colluttazione il detenuto, però, è riuscito a ferire in modo non grave due assistenti, uno a uno zigomo e l’altro ad una gamba. Sottoposto a visita psichiatrica dallo specialista convenzionato con l’istituto, il detenuto è risultato affetto da uno scompenso psichiatrico tale da richiedere il trattamento sanitario obbligatorio.
C’è un grave problema ancora non risolto nelle carceri italiane. Oltre ai detenuti rinchiusi illegalmente negli ex ospedali psichiatrici giudiziari, perché ancora non sono state ultimate le residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), ci sono centinaia di detenuti con problemi psichiatrici sparsi nelle galere italiane.

Solamente nella regione Calabria risultano ristrette 600 persone con problemi psichiatrici, senza un trattamento adeguato alle loro condizioni fisiche e psichiche. E a farne le spese – oltre ai detenuti stessi che non vengono seguiti dai medici e operatori sanitari – sono i poliziotti penitenziari che fanno servizio nei reparti detentivi.
A denunciare questi fatti, lo scorso mese – su sollecitazione degli esponenti radicali calabresi Emilio Quintieri e Valentina Moretti – è stato il senatore Francesco Molinari (Gruppo Misto) e altri quattro parlamentari con una dettagliata interrogazione ai ministri della Giustizia, della Salute e per gli Affari regionali e le autonomie. Ma finora nessuna risposta nel merito. Eppure l’interrogazione parlamentare è andata molto nel dettaglio. Si denuncia la mancata apertura del centro diagnostico terapeutico presso la casa circondariale “Ugo Caridi” di Catanzaro.

Nella struttura si prevedeva la creazione, al quarto piano, di una sezione destinata alla tutela intramuraria della salute mentale per detenuti per otto posti e una sezione di osservazione psichiatrica per l’accertamento delle infermità psichiche per cinque posti dedicata a detenuti appartenenti al circuito dell’alta sicurezza. Ma il problema maggiore ? evidenziato sempre dall’interrogazione ? è che attraverso le recenti ispezioni di Molinari e da altre visite dei Radicali, è emerso che negli istituti penitenziari della Calabria sono ristretti almeno 513 detenuti con patologie psichiatriche.
L’emergenza psichiatrica nelle carceri potrebbe esplodere da un momento all’altro se non si intraprendono provvedimenti. Nelle carceri “normali” permangono molti detenuti con problemi psichici e non avranno mai nessuna struttura alternativa. Ma non solo.
La legge per la chiusura degli Opg contiene una norma che prevede che alcuni finiscano la pena detentiva in carcere. Quindi ne sono stati aggiunti altri a partire dell’entrata in vigore della legge approvata l’anno scorso. Tramite uno studio recente condotto dall’ agenzia regionale di Sanità della Toscana, si è scoperto un dato che desta preoccupazione: sui circa 16 mila reclusi delle carceri di Toscana Veneto, Lazio, Liguria, Umbria, ben oltre il 40% è risultato affetto da almeno una patologia psichiatrica. Questi detenuti costituiscono una miscela esplosiva in un contesto di detenzione degradante. Esiste un forte disagio perché si realizza una tortura ambientale; il carcere continua ad essere la frontiera ultima della disperazione e dei drammi umani.

Attualmente le carceri sono dei serbatoi dove la società senza eccessive remore continua a rinchiudere una marea di tossicodipendenti, di extracomunitari e di disturbati mentali. Prevalgono le persone appartenenti agli strati sociali più poveri, allevati sui marciapiedi e nei sobborghi delle città. In definitiva la carcerazione costituisce un’esperienza vitale altamente traumatizzante e può dar luogo a molteplici forme di patologia mentale prima ancora in fase di compenso. Favorisce, in sostanza, la messa in atto del meccanismo della psicosi a causa dello scompenso di un io, già prima fragile, che non riesce a mantenere più il suo precario equilibrio a causa dell’isolamento, a causa delle preoccupazioni legate all’inchiesta giudiziaria, a causa della paura. Ciò che la medicina penitenziarista riscontra con maggiore incidenza è Il disturbo post-traumatico da stress, l’attacco di panico, la sindrome da separazione con riferimento particolare ai detenuti extracomunitari, le reazioni depressive, le crisi ansiose, il disturbo bipolare, il disturbo ossessivo-compulsivo, le crisi isteriche, i disturbi di personalità (borderline e antisociale), il discontrollo degli impulsi e le reazioni auto ed eteroaggressive.

Con la chiusura dei manicomi, non sempre sono state create delle strutture alternative in grado di ospitare gli ammalati, sicché molti soggetti con disturbi psichiatrici sono rimasti senza alcun controllo o rete di protezione, con la conseguenza di finire con estrema facilità nelle maglie strette della giustizia. Talora, invece, è il carcere stesso con i suoi ritmi ossessivi e con le sue abitudini a creare vere e proprie turbe psicopatologiche che in cella acquisiscono una strutturazione solida e difficilmente curabile. Il suicidio in carcere è il gesto finale.
Il malato di mente in galera è detenuto due volte: dal carcere e dalla malattia. Nella struttura carceraria soffre le pene dell’inferno, mentre il detenuto normale dopo un certo periodo riesce in qualche modo ad adattarsi alla vita carceraria, quello malato di mente non ha questa capacità, perché la malattia di fatto rappresenta un grave ostacolo all’adattamento. Le guardie penitenziarie non hanno i titoli per poter vigilare e aiutare un detenuto psichiatrico. Ma soprattutto è difficile anche la convivenza con gli altri detenuti non affetti da quei disturbi. Gli Opg, forse, stanno chiudendo, ma ci sono tantissimi detenuti con disabilità mentale che permangono nelle carceri. Chi si occuperà di loro?

Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 22 aprile 2016

Arconti (Partito Radicale), Diritti dei detenuti: tanti Garanti e poche garanzie


Casa Circondariale 2In Svezia, patria del welfare, esiste fin dal 1809 un organo fiduciario del Parlamento che vigila sul funzionamento dell’amministrazione statale, tutelando i cittadini contro eventuali abusi da parte di pubblici funzionari. È chiamato “Ombudsman”, letteralmente “uomo che fa da tramite”.

A questa data viene solitamente fatta risalire la più recente figura del difensore civico, mentre altri studiosi ricordano che nella Roma dei primi tempi repubblicani era codificato lo “jus intercessionis” affidato ai Tribuni della plebe, con funzioni di mediazione e garanzia. In tempi recentissimi diverse risoluzioni delle Nazioni Unite raccomandano l’istituzione dell’Ombudsman, e più tardi l’Unione europea codifica il “mediatore europeo” col compito di tutelare il diritto dei cittadini ad una buona amministrazione.
In Italia, un primo istituto di garanzia è nato nel 1993 per tutelare i diritti dei clienti di Banche ed Istituti finanziari: l’Ombudsman bancario. Dieci anni dopo tutta la normativa a tutela del consumatore è stata raccolta nel Codice del Consumo e tuttavia non è stata istituita la figura del difensore dei consumatori. Sempre nei primi anni duemila è stata codificata la figura del difensore civico, che ha il compito di accogliere i reclami non accettati in prima istanza dall’Ufficio Reclami del soggetto commerciale che eroga un servizio.

Sia pure in ritardo, l’Italia dunque si è dotata di chi ha il compito di difendere i diritti dei cittadini risparmiatori o consumatori. Ma per le persone private della libertà personale e trattenute in custodia dello Stato per motivi di sicurezza non esisteva alcuna tutela. Secondo la Costituzione italiana e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, questi cittadini, siano essi in attesa di giudizio oppure già condannati, hanno comunque il diritto di esser trattati in modo umano ed aiutati per il recupero e la reintroduzione nel mondo del lavoro e del viver civile. La figura del garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale (detto anche difensore civico dei detenuti) è prevista anche dalla convenzione Onu contro la tortura, risalente al 1987, che l’Italia ha sottoscritto.
Tuttavia la figura del Garante nazionale dei diritti dei detenuti è stata istituita 27 anni dopo, con la Legge 21.02.2014 n. 10; e poi si è dovuto attendere ancora fino al Decreto 11.03.2015 n. 36 che contiene il Regolamento per la composizione dell’Ufficio del Garante Nazionale. L’entrata in vigore era prevista per il 15.04.2015, ma solo dieci mesi dopo, il 6 febbraio 2016, il ministero della Giustizia ha comunicato: “Il professor Mauro Palma è il Garante dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. La sua nomina, insieme a quella dell’avvocato Emilia Rossi come membro, è stata formalizzata in un decreto del Presidente della Repubblica”.

L’Italia, si sa, è il Paese dell’improvvisazione individuale: ancor prima che ci fosse un Garante nazionale dei diritti dei detenuti, esistevano qua e là Garanti comunali, provinciali, regionali, ciascuno di loro nominato in base ad una legge o ad un regolamento deliberato dai relativi Consigli comunali, provinciali o regionali secondo testi diversi, che raramente hanno qualche consonanza normativa. Con l’intento di capire quanto sia stato fatto, e soprattutto quanto ancora ci sia da fare per assicurare un minimo di legalità all’esecuzione della pena detentiva, si è provato a costruire una mappa dei Garanti regionali. Infatti parrebbe logico cominciare dalle Regioni, che sono in tutto venti, sicché non dovrebbe esser difficile stabilire per ciascuna di esse in che data è stata approvata la legge istitutiva, chi è stato nominato Garante e in che data, quale durata lo statuto prevede per il mandato.

Prima mossa, l’esame, nel sito del ministero della Giustizia, dell’elenco dei Garanti regionali in carica. L’elenco esiste, ma è incompleto: mancano indicazioni per alcune regioni, e in alcune altre è indicato il nome di un Garante che – con riferimento alla data in cui è stato nominato e alla durata del mandato stabilita dall’atto istitutivo – decadrà ben presto oppure è addirittura già decaduto. Per scoprire in che data ciò sia accaduto o stia per accadere, bisogna trovare il testo della legge regionale istitutiva, perché le leggi sono diverse da Regione a Regione: in alcune Regioni il mandato del Garante dura cinque anni, in altre Regioni sei o sette anni e altrove il Garante decade con la decadenza della consiliatura regionale. Non basta: in alcune Regioni il Garante può essere rieletto al termine del mandato, in altre non può essere nuovamente incaricato.
È presumibile che il primo lavoro che dovrà fare il Garante nazionale appena nominato riguarderà proprio l’aggiornamento dell’elenco ufficiale presso il ministero della Giustizia; poi verranno le decisioni per mettere ordine in tutto il sistema. Per esempio, sarà interessante vedere come verrà impostato il coordinamento dei Garanti, poiché il 29 gennaio 2016 alcuni di essi si sono riuniti a Torino come libera Associazione dei Garanti e hanno eletto un coordinatore nella persona del Garante della Toscana Franco Corleone (che peraltro da poco è stato nominato commissario del Governo in sei Regioni commissariate per non aver chiuso gli ospedali psichiatrici giudiziari e che pertanto decadrà da ogni altro incarico), e due vicecoordinatori nelle persone di Bruno Mellano, Garante del Piemonte, e di Adriana Tocco, Garante della Campania “in attesa di seconda nomina”.

Il ministero della Giustizia, nel comunicare la nomina del Garante nazionale, ha precisato che egli coordinerà il lavoro dei Garanti regionali: ci si trova dunque in presenza di quattro coordinatori, di cui tre non nominati dal Presidente della Repubblica ma eletti in seno ad una riunione fraterna, e si vedrà come questa situazione sarà gestito dal professor Palma o dall’avvocato Emilia Rossi.
La costruzione di una mappa dei Garanti è lavoro arduo perché tutti gli elenchi disponibili nel web sono carenti, disordinati e spesso inattendibili ed i siti delle varie Regioni sono incompleti. Alla fine, non è rimasto che darsi da fare col telefono, chiamando gli “Urp” delle Regioni oppure chiedendo ad amici, compagni, colleghi, di andare negli uffici regionali ad informarsi. Mentre il completamento di questo lavoro è in corso, la notizia della nomina del Garante nazionale suggerisce di mettere urgentemente a disposizione i dati finora raccolti: ci si risolve pertanto a pubblicare questa sintetica presentazione, continuando nel lavoro di ricerca su tutte le Regioni.
Qual è il motivo dell’urgenza? Ecco un esempio per tutti (ma situazioni altrettanto grottesche si trovano in altre Regioni, mentre in alcune non è stata ancora neppure approvata una legge istitutiva): in Sicilia la figura del Garante è stata istituita nel 2005 (art. 33 della legge regionale n.5 del 19 maggio 2005); il mandato, affidato dal presidente della Regione con proprio decreto, ha una durata di sette anni. Nel 2006 è stato nominato Garante il senatore Salvo Fleres, che ha svolto la funzione fino alla scadenza del mandato, il 16 settembre 2013, e da allora il presidente della Regione non ha ritenuto opportuno procedere ad una nuova nomina.
Non c’è il Garante, ma l’Ufficio del Garante (che ha ben due sedi, a Palermo ed a Catania) tuttora esiste con una decina di funzionari ed impiegati che percepiscono stipendi ma non possono operare: non sono neppure autorizzati ad aprire la corrispondenza che arriva dalle carceri agli uffici, all’indirizzo del Garante che non c’è. I Radicali che vivono e operano in Sicilia hanno più volte sollecitato il presidente della Regione a nominare il Garante, e nel gennaio del 2015 hanno presentato un esposto alla Procura regionale della Corte dei conti per il danno conseguente alla mancata nomina del Garante. Il costo delle due sedi e del personale (in stipendi e contributi) è stato stimato in circa 500mila euro all’anno.
È un motivo sufficiente per informare con urgenza l’opinione pubblica ed il Garante nazionale sul disordine dannoso in cui versa la situazione dei Garanti e di cui la Sicilia è soltanto un esempio ?

Laura Arconti (Partito Radicale)

L’Opinione, 10 marzo 2016

Carceri: diminuisce il sovraffollamento, non spariscono i problemi


consiglio europa 2Il Consiglio d’Europa archivia le accuse di violazione dei diritti umani nei confronti dell’Italia dopo aver constatato la diminuzione record del numero dei detenuti. Per il neo Commissario alla chiusura degli Opg Franco Corleone “si è aperta una fase nuova”, tuttavia “i problemi dei detenuti non sono solo i metri quadri, ma i diritti. Avanti con la riforma penitenziaria”.

Buone notizie dall’Europa per le carceri italiane. Il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha infatti lodato le misure adottate dall’Italia, i risultati ottenuti e gli impegni assunti dal governo nella lotta “contro il sovraffollamento carcerario in modo da ottenere una soluzione definitiva del problema”. L’esecutivo dell’organizzazione europea ha quindi deciso di chiudere il fascicolo aperto nei confronti del nostro paese dopo le condanne da parte della Corte europea dei diritti umani per lo spazio inadeguato in cui erano costretti una parte dei detenuti – meno di tre metri quadrati a testa. Il rapporto Space, in cui viene fotografata ogni anno la situazione del sistema penitenziario dei paesi membri del Consiglio d’Europa, ha confermato i traguardi raggiunti. Si è evidenziato infatti che tra il 2013 e il 2014 la popolazione carceraria italiana ha avuto un calo record del 17,8%, e che questa diminuzione è la più grande registrata nei 47 paesi monitorati. Questo non toglie che l’esecutivo dell’organizzazione ricordi al governo che c’è ancora della strada da fare (le celle strapiene rimangono un problema in circa 90 istituti su 185) e esprime la propria fiducia nel fatto che le autorità “continueranno gli sforzi per assicurare condizioni di detenzione in conformità con quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti umani e dal Comitato per la prevenzione per la tortura”.

E se il ministro della Giustizia Andrea Orlando parla di “una buona notizia per il nostro Paese, che mi riempie di orgoglio e soddisfazione, ma non di appagamento” e rimarca che “c’è tanto lavoro ancora da fare per rendere la pena aderente al dettato costituzionale”, pur dicendosi “fiero di aver contribuito di evitare un’onta al nostro Paese”, Franco Corleone, Garante dei diritti dei detenuti della regione Toscana nonché neo Commissario del governo per la chiusura degli Opg, parla di “uscita da una situazione pesantissima, anche se la vera partita inizia ora”. “In Italia abbiamo avuto punte di 67-68mila detenuti”, dice ancora Corleone a Vita. “E se oggi siamo a 52-53mila sicuramente dobbiamo registrare un notevole miglioramento, dovuto a una serie di provvedimenti del governo. Penso in particolare al diffondersi delle misure alternative, alla messa alla prova, alle sentenze della Corte Costituzionale sulla Fini Giovanardi che hanno permesso di rilasciare almeno 5500 detenuti per violazione delle norme sulla detenzione di sostanze stupefacenti. Sono poi diminuiti gli arresti”, analizza Corleone, “praticamente dimezzati dal 2008 a oggi. Siamo entrati una fase nuova, non c’è dubbio, anche se questo non vuol dire che la qualità di vita dei detenuti sia automaticamente migliorata”.

La vera partita, secondo il Commissario, si giocherà infatti nella prossima discussione di una più ampia riforma carceraria, i cui lavori preparatori si stanno svolgendo in seno agli Stati Generali dell’Esecuzione Penale, un Comitato di esperti nominati dal Ministero della Giustizia, articolato in 18 tavoli tematici composti da operatori penitenziari, magistrati, avvocati, docenti, esperti, rappresentanti della cultura e dell’associazionismo civile – tra cui lo stesso Corleone. “Il problema non si riduce a una questione di metri quadri”, conclude, “ma occorre che vengano applicate le norme del regolamento penitenziario e che siano rivisitate le tante questioni aperte, dal diritto all’affettività, al lavoro, all’integrazione”.

Gabriella Meroni

Vita, 10 marzo 2016

Sanità Penitenziaria, il Sen. Molinari ed i Radicali accusano la Regione Calabria


Delegazione visitante il Carcere di CrotoneI detenuti e gli internati ristretti negli Istituti Penitenziari calabresi hanno diritto, al pari dei cittadini in stato di libertà, di avere garantito dalla Regione Calabria, il diritto alla tutela della propria salute fisica e psichica con la erogazione di prestazioni di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione, efficaci ed appropriate. Lo sostiene l’Avvocato Francesco Molinari, Senatore della Repubblica (Gruppo Misto) e Presidente dell’Associazione Calabria Terra Libera che unitamente ad Emilio Quintieri e Valentina Moretti, esponenti dei Radicali Italiani, sta effettuando una serie di visite ispettive negli stabilimenti penitenziari calabresi per rendersi conto anche della grave compressione del diritto alla salute per i detenuti, causata dalle inadempienze della Regione Calabria. A tal proposito, proprio di recente, il Senatore Molinari, dopo una ispezione alla cittadella giudiziaria minorile di Catanzaro, aveva denunciato al Governo Renzi la mancata istituzione di Comunità Psichiatriche Minorili in Calabria.

Nei giorni scorsi, con una nuova Interrogazione a risposta scritta (Atto nr. 4-05333 del 23/02/2016) indirizzata ai Ministri della Giustizia Andrea Orlando, della Salute Beatrice Lorenzin e per gli Affari Regionali e le Autonomie Enrico Costa, firmata dai Senatori Francesco Molinari, Giuseppe Vacciano, Maria Mussini, Ivana Simeoni e Cristina De Pietro (Gruppo Misto) sono state sollevate ulteriori problematiche che, in parte, sono state già risolte come ad esempio la nomina del Commissario ad acta On. Franco Corleone per provvedere in via sostitutiva in luogo della Regione Calabria, alla realizzazione del programma approvato dal Ministro della Salute con Decreto del 09/10/2013 per l’immediata apertura delle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems) di Girifalco in Provincia di Catanzaro e Santa Sofia d’Epiro in Provincia di Cosenza al fine di potervi ricoverare i pazienti aventi residenza in Calabria che, purtroppo e ancora oggi, si trovano illegittimamente internati presso gli ex Ospedali Psichiatrici Giudiziari nonché le persone sottoposte a misura di sicurezza provvisoria dall’Autorità Giudiziaria competente e quelle che, da tempo, si trovano ospitate presso le strutture sanitarie extraospedaliere di altre Regioni d’Italia. Allo stato, infatti, presso l’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto sono ancora internati 14 calabresi (13 uomini e 1 donna) ed altri 7 pazienti calabresi sono ospitati nelle Rems delle Regioni Lazio, Campania, Basilicata e Sicilia. Per quelli “ospitati” presso la Rems di Pisticci in Provincia di Matera (4), la Regione Calabria dal 1 maggio 2015 sino ad oggi ha pagato alla Regione Basilicata circa 500 mila euro ed ogni giorno che passa sono 1.000 euro in più.

Carcere Siano - ingressoAltra problematica oggetto dell’atto di sindacato ispettivo parlamentare è quella relativa alla mancata apertura del Centro Diagnostico Terapeutico presso la Casa Circondariale “Ugo Caridi” di Catanzaro, che tra l’altro prevedeva che fosse ivi creata, al quarto piano, una Sezione destinata alla tutela intramuraria della salute mentale per detenuti per 8 posti ed una Sezione di Osservazione Psichiatrica per l’accertamento delle infermità psichiche per 5 posti dedicata a detenuti appartenenti al Circuito dell’Alta Sicurezza visto che quella dedicata ai detenuti del Circuito della Media Sicurezza è già attiva dal 2006 presso la Casa Circondariale “Giuseppe Panzera” di Reggio Calabria. L’Asp di Catanzaro avrebbe già posto in essere tutti gli adempimenti necessari per la ristrutturazione dei locali, l’implementazione tecnologica delle attrezzature ed il rinnovo degli arredi spendendo centinaia di migliaia di euro ricevuti da specifici fondi ministeriali. Ma, ad oggi, nonostante le sollecitazioni provenienti in particolar modo dal Movimento dei Radicali Italiani, nulla è cambiato : il Centro Diagnostico Terapeutico (Cdt) annesso al Carcere di Catanzaro continua ad esser chiuso e non funzionante, unitamente alle Sezioni anzidette che avrebbero dovuto essere istituite per contribuire alla riforma epocale del superamento degli Opg. e, secondo quanto risulta all’Avv. Molinari ed ai suoi colleghi Senatori, non può essere aperto a causa della mancanza delle figure professionali specifiche (Psichiatri, Psicologi, Neurologi, Tecnici della Riabilitazione Psichiatrica, Educatori professionali, etc.). che dovrebbero essere reclutate tramite procedura concorsuale pubblica. Tale questione, pur rappresentata dalla Regione Calabria, non avrebbe ricevuto alcuna risposta da parte del Ministero della Salute. Dalle recenti ispezioni effettuate da Molinari e da altre visite effettuate dai Radicali, autorizzati dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, è emerso che negli Istituti Penitenziari della Calabria vi sono ristretti 513 detenuti con patologie psichiatriche.

In conclusione, i Senatori Molinari, Vacciano, Mussini, Simeoni e De Pietro hanno chiesto al Governo Renzi di sapere se i Ministri siano a conoscenza dei fatti e se questi corrispondano al vero; se e quali provvedimenti intendano adottare, sollecitare e/o promuovere, affinché venga aperto al più presto il Centro Diagnostico Terapeutico presso la Casa Circondariale “Ugo Caridi” di Catanzaro, con la Sezione destinata alla tutela intramuraria della salute mentale e quella per l’osservazione psichiatrica per l’accertamento delle infermità psichiche dei detenuti, valutando, altresì, la richiesta di reclutamento di personale qualificato avanzata dalla Regione Calabria e concedendo la relativa autorizzazione per l’assunzione del personale; se l’istituenda Sezione destinata alla tutela intramuraria della salute mentale presso il Centro Diagnostico Terapeutico, sia sufficiente ad accogliere i numerosi detenuti affetti da problematiche di natura psichiatrica presenti in tutti gli Istituti Penitenziari della Regione Calabria e, in caso negativo, se non si ritenga opportuno istituire almeno nella Provincia di Cosenza (totalizzante 4 Istituti Penitenziari : 3 Case Circondariali ed 1 Casa di Reclusione), un analogo reparto a custodia attenuata prevalentemente sanitaria per ospitare detenuti affetti da infermità o minorazioni psichiche che, a causa delle loro condizioni, non possono essere sottoposti al regime degli istituti ordinari, ciò anche per armonizzare il principio di tutela della salute con quello della territorialità della pena così evitando l’allontanamento di tali soggetti dal nucleo familiare che, proprio nei momenti di maggior fragilità psicologica, potrebbe risultare ancor più destabilizzante e, contestualmente, per ridurre il costo e l’impiego di personale di Polizia Penitenziaria per le traduzioni che verrebbero evitate per i continui trasferimenti ristretti negli Istituti della Provincia di Cosenza presso la Casa Circondariale di Catanzaro nella quale, stando al programma della Regione Calabria, dovrebbe essere ubicata l’unica Sezione detentiva per detenuti con disturbi psichiatrici. All’Interrogazione Parlamentare è stato delegato a rispondere il Ministro della Giustizia Andrea Orlando.

Interrogazione a risposta scritta n. 4-05333 del 23/02/2016 (clicca per leggere)