“Cucchi era un drogato che rubava ed aggrediva le vecchiette per drogarsi”. Agente di Polizia Penitenziaria segnalato al Dap


“Cucchi era un drogato che rubava ed aggrediva le vecchiette per drogarsi.” Questo è quanto si è permessa di scrivere Pina Bernardini, Assistente Capo del Corpo di Polizia Penitenziaria su un gruppo del social network facebook “Sostenitori Polizia Penitenziaria”, commentando un post riguardante la proposta di intitolare una strada della Città di Roma al 31enne geometra romano che nell’ottobre del 2009, mentre era in stato di arresto perché trovato in possesso di sostanza stupefacente, venne sottoposto ad un pestaggio violentissimo con calci, pugni e schiaffi da parte di alcuni Carabinieri (Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro), che oggi sono finalmente imputati per il delitto di omicidio preterintenzionale innanzi alla Prima Sezione della Corte di Assise di Roma.

Dopo aver letto le dichiarazioni volgari ed indecenti della Poliziotta Penitenziaria, ho immediatamente provveduto a segnalare la questione con un esposto al Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Francesco Basentini per le valutazioni del caso ed i provvedimenti di competenza, informandone anche l’Avv. Fabio Anselmo, difensore della famiglia Cucchi.

Ritengo gravissimo e non più tollerabile il fatto che degli Operatori Penitenziari, peraltro in servizio nei Reparti detentivi e quindi a diretto contatto con i detenuti, possano esprimersi in questi modi sui social network, nonostante le disposizioni dipartimentali vigenti in materia. Non mi risulta che il Cucchi, fosse gravato da precedenti penali per furto od aggressione ai danni delle vecchiette al fin di potersi drogare oppure che i suoi familiari lo avessero abbandonato in carcere come invece ha scritto l’Assistente Capo della Polizia Penitenziaria Pina Bernardini.

Per tale ragioni, mi sono formalmente rivolto al Capo dell’Amministrazione Penitenziaria inviandogli anche gli screenshot, chiedendogli di voler disporre gli opportuni accertamenti affinché non solo la Bernardini ma tutti gli Operatori Penitenziari che si rendano responsabili di tali comportamenti vengano sanzionati, nel rispetto di quanto prevedono le disposizioni dipartimentali, il Codice di comportamento dei dipendenti pubblici, il Regolamento di servizio del Corpo di Polizia Penitenziaria e le Regole Penitenziarie Europee emanate dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa.

Nel Corpo di Polizia Penitenziaria ci sono tantissime brave persone che svolgono il loro lavoro con grande professionalità e straordinaria umanità ma, purtroppo, ci sono anche tanti personaggi come la Bernardini che andrebbero destituiti dal Corpo, poiché con i loro comportamenti ledono gravemente l’immagine di tutta l’Amministrazione Penitenziaria, offuscando agli occhi della cittadinanza il suo prezioso e delicato mandato costituzionale.

Emilio Enzo Quintieri

già Consigliere Nazionale Radicali Italiani

Torino, 17 Agenti Penitenziari indagati, 6 sono stati già arrestati. Torture e abusi sui detenuti sex offender


Le spedizioni della «squadretta» in divisa scattavano di sera. E via di schiaffi, calci, insulti, cinghiate. La cella devastata. Una raffica di pugni nello stomaco, ma solo dopo aver indossato i guanti, per non lasciare traccia dei colpi. «Ti renderemo la vita molto dura», era il benvenuto all’arrivo in carcere. «Ti dovrei ammazzare e invece devo tutelarti», è la frase che si è sentito rivolgere uno dei detenuti prima di essere percosso da uomini dello Stato.

È SOLO UNO SPACCATO del quadro raccapricciante emerso dall’inchiesta della Procura di Torino nei confronti di diversi agenti della polizia penitenziaria in servizio alla Casa Circondariale Lorusso e Cutugno, comunemente detto carcere delle Vallette. L’ordinanza del gip Sara Perlo è stata eseguita ieri mattina dai «colleghi» del Nucleo investigativo centrale: sei «secondini» sono così finiti agli arresti domiciliari, per il pericolo di inquinamento probatorio, accusati di tortura, abuso di autorità sui detenuti, violenza e maltrattamenti. Ma l’inchiesta non è che agli inizi: gli indagati sono, infatti, diciassette, tanto da essere già considerata la più grande in Italia per il reato di tortura. Un reato ancora giovane introdotto solo a fine 2017. Il difficile lavoro degli investigatori ha preso le mosse dopo la segnalazione del Garante dei detenuti di Torino, Monica Gallo, che il 3 dicembre 2018 ha presentato un esposto preso in carico dal procuratore reggente Paolo Borgna.

I DETENUTI PRESI di mira sono prevalentemente sex offender, ovvero reclusi per reati sessuali nel Padiglione C delle Vallette. I fatti si sarebbero svolti nel 2018. Indiscrezioni, voci e timori sarebbero arrivati piano piano anche all’orecchio della direzione. E tutto sarebbe iniziato con l’arrivo di un nuovo agente, particolarmente violento e forte di leadership negativa. La «squadretta» agiva con regolarità – una routine – e impunità, minacciavano i detenuti (italiani e stranieri) obbligandoli al silenzio. Terrore fisico e psicologico. «Figlio di… ti dovresti impiccare», dicevano. Sono molte le storie raccolte dai pm Enrica Gabetta e Francesco Pelosi. Dalla storia del recluso, che appena arrivato in carcere, viene lasciato senza materasso e costretto a dormire sulla lastra di metallo, al detenuto in attesa di un Tso, chiuso in uno stanzino e malmenato. Mentre urlava per il dolore, gli agenti «ridevano».

Secondo il gip, i poliziotti di Torino si sono comportati con «spudorato menefreghismo e senso di superiorità verso le regole del loro pubblico ufficio», dimostrando di «non credere nell’istituzione di cui fanno parte».

Michele Miravalle è il coordinatore dell’Osservatorio sulle condizioni detentive dell’Associazione Antigone e sottolinea alcuni aspetti di questa vicenda: «Gli agenti indagati sono per la maggior parte giovani, un dato preoccupante che testimonia, in questo caso, come le nuove leve non riescano a evitare comportamenti che pensavamo relegati al carcere premoderno. Un dato che rileva problemi relativi alla formazione e ai canali d’ingresso, il reclutamento di personale militare di ferma breve. Ma ci sono anche aspetti positivi nell’esito dell’indagine, che dimostrano come nello Stato ci siano anticorpi forti pronti a individuare il virus. Penso all’intervento del Garante dei diritti dei detenuti locale in stretto contatto con il Garante nazionale. E, poi, al fatto che l’indagine sia stata svolta dalla stessa polizia penitenziaria. Una scelta potenzialmente rischiosa che, invece, si è rivelata efficace. Il reato di tortura, tanto vituperato a destra, permette di dare strumenti di indagine nuovi e di distinguere tra i tanti poliziotti irreprensibili e i pochi che portano avanti comportamenti fuori da ogni norma». L’inchiesta di Torino segue di poche settimane quella di San Giminiano e altre analoghe a Napoli e a Monza.

L’EX VICEPREMIER Matteo Salvini, uno dei nemici del reato di tortura, non ha molti dubbi e sceglie la linea innocentista: «Se uno sbaglia in divisa sbaglia come tutti gli altri. Però che la parola di un detenuto valga gli arresti di un poliziotto a me fa girare terribilmente le palle. Solidarietà ai sei padri di famiglia».

Mauro Ravarino

Il Manifesto 18/10/2019