Polidoro (Camere Penali) : Orlando è l’unico Ministro ad esser impegnato sulle Carceri


avv-riccardo-polidoroNonostante non vi sia stato un concreto mutamento va riconosciuto all’attuale Guardasigilli di avere posto le basi per un possibile cambiamento culturale. Il 30 novembre, l’Osservatorio Carcere dell’Unione Camere Penali ha visitato la Casa circondariale di Sollicciano a Firenze. Tornava nell’istituto dopo esserci stato il 6 maggio 2015. Un disastro. Al peggio, è vero, non c’è mai fine.

L’Istituto fu aperto nel 1983. Progettato con velleità artistiche e con grandi ambizioni, avrebbe dovuto ricordare la forma di un giglio, simbolo della città di Firenze, ed ispirarsi all’idea del carcere città, con ampi spazi aperti destinati alle attività ricreative e trattamentali. Ma questa originaria ispirazione illuminata fu abbandonata ancor prima del collaudo, perché ritenuta incompatibile con le concrete esigenze di sicurezza.
Dopo poco più di trenta anni, oggi il muro di cinta è inagibile, vi sono infiltrazioni d’acqua dalla copertura e dappertutto. All’emergenza strutturale si aggiunge il sovraffollamento che non lascia ai detenuti quello spazio vitale e quel minimo di decenza indicato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Apprendere, dopo pochi giorni, che il Presidente del Consiglio ha rassegnato le sue dimissioni, che si è aperta un’ennesima profonda crisi istituzionale, che è stato conferito un nuovo mandato per un Governo di “scopo”, mentre in Parlamento giace la riforma dell’Ordinamento Penitenziario, lascia cadere anche quel minimo di speranza che si poteva nutrire per l’affermazione di diritti da tempo cristallizzati nella Carta Costituzionale.
Intendiamoci, non era la riforma che avrebbe potuto creare aspettative reali – da oltre 40 anni, infatti, molte delle norme in materia non vengono rispettate – ma l’impressione era che finalmente se ne parlasse in termini diversi, come se si fossero compresi valori, principi ed idee sino ad oggi del tutto trascurati.

Nonostante non vi sia stato, infatti, un concreto e sostanziale mutamento delle condizioni di detenzione e Sollicciano ne è la prova, va riconosciuto all’attuale Ministro della Giustizia di avere posto le basi per un possibile mutamento culturale in ordine alle innumerevoli problematiche che affliggono l’esecuzione penale. Un percorso difficile e lungo, appena iniziato e che aveva trovato, negli Stati Generali, la rotta da seguire.
Nessun Ministro aveva, in precedenza, dedicato tanto impegno all’impopolare tema del carcere, nel tentativo di trovare soluzioni praticabili per porre fine agli abusi che l’Europa ci ha contestato. Un solitario impegno istituzionale che aveva finalmente dato ascolto alla voce, o meglio al grido di dolore, dei radicali, delle associazioni e, fra gli addetti ai lavori, degli Avvocati che da sempre hanno denunciato la violazione di diritti fondamentali. In un recente convegno il Ministro ha manifestato la sua “frustrazione” per non vedere ancora presi in considerazione i lavori degli Stati Generali. Delusione che è anche delle oltre 200 persone che all’iniziativa hanno partecipato, mossi esclusivamente da una sana passione civile.
Cosa accadrà ora ? Il vento che spira non è favorevole. La politica internazionale sta percorrendo mari impraticabili per il debole vascello dei diritti dei detenuti, che, appena restaurato e messo a mare, rischia di naufragare ancora.

Riccardo Polidoro, Avvocato, Responsabile Osservatorio Carcere Unione Camere Penali Italiane

Il Dubbio, 15 dicembre 2016

Taranto, 8 medici indagati per omicidio colposo del detenuto Antonio Fiordiso


Carcere di TarantoAntonio Fiordiso, 32 anni, è morto in carcere un anno fa, l’8 dicembre 2015. Rigettando la richiesta di archiviazione della procura, il gip chiede di effettuare ulteriori indagini sulla sua morte. Sono otto gli iscritti al registro degli indagati per la morte di Antonio Fiordiso, morto in carcere un anno fa, l’8 dicembre 2015.
Sono i medici che erano di guardia presso l’ospedale di Taranto quella maledetta notte in cui Antonio morì, ridotto ad un fantasma, immerso nelle sue feci: A. S., 34 anni di Lizzano; A. M., 43 anni di Terlizzi (Ba); N. M., 50 anni di Taranto; F. S., 39 anni di Conversano; O. B., 36 anni di Pulsano; B. P. 38 anni di Locorotondo; e gli psichiatri O. N. 47 anni di Noci e M. M., 34 anni di Lizzano, tutti indagati per avere, per ragioni in corso di accertamento, causato per negligenza, imperizia e imprudenza e con violazione delle leges artis, la morte di Antonio Fiordiso.
La sostituta procuratrice della Repubblica Maria Grazia Anastasia ha anche disposto “accertamenti tecnici irripetibili”, come aveva richiesto il giudice delle indagini preliminari Pompeo Carriere, accogliendo la richiesta di Oriana Fiordiso, zia di Antonio e sua unica parente.
La Procura ha nominato i consulenti Alberto Tortorella, medico legale e Salvatore Silvio Colonna, anestesista rianimatore. Per Paolo Vinci, avvocato della zia di Antonio, tra i maggiori esperti italiani di malasanità, è una “bella pagina della Giustizia coniugata con la Verità, la cui ricerca deve essere sempre perseguita e mai sottesa”.
Infatti il pm Lelio Festa, chiedendo l’archiviazione aveva rilevato una “insussistenza di profili di responsabilità penale” nella condotta del personale sanitario e della sorveglianza coinvolti. Invece il gip ha disposto la prosecuzione delle indagini, perché il pm “avrebbe dovuto disporre la riesumazione della salma e un esame autoptico urgente”, come aveva chiesto, inascoltata, la zia nella sua denuncia all’indomani della morte del nipote.
Nel caso poi che l’autopsia sia impraticabile, si procederà ad una perizia medico-legale “di scienza” che accerti le cause della morte.
Il gip inoltre, rigettando la richiesta di archiviazione del pm, ha disposto che vengano sentiti i detenuti, il personale penitenziario e il personale dell’ospedale SS. Annunziata e Moscati di Taranto, dove fu ricoverato Antonio, ormai quasi incosciente, disidratato e denutrito.
Antonio Fiordiso aveva 32 anni, una vita ai margini, abbandonato dalla madre e con il padre che, con problemi psichiatrici ed entrando e uscendo per piccoli reati dal carcere, aveva condannato il figlio alla stessa vita. Antonio aveva sempre goduto di ottima salute, arrestato per piccoli furti, non aveva mai fatto uso di droghe pesanti. Poi la situazione nel carcere di Lecce precipita e in tre mesi Antonio, prima trasferito ad Asti, comincia ad essere spostato in altri istituti di detenzione e ospedali.
La zia, quando lo rivede dopo tre mesi in cui nessuno le aveva comunicato, nonostante numerose richieste, dove lo stessero trasferendo, si ritrova davanti ad un simulacro d’uomo. Ha la prontezza di spirito di filmarlo e fotografarlo. Antonio è semi-incosciente: denutrito, contratto, con vistosi ematomi lunghi e stretti sui fianchi, escoriazioni.
Alle interrogazioni dei deputati Elisa Mariano e Salvatore Capone (Pd), il Ministro della Giustizia risponde ricostruendo gli ultimi mesi di vita. Così si apprende che Antonio era stato picchiato in carcere da alcuni detenuti di origine rumena. Tre mesi dopo morirà, ridotto così: “Stato settico in paziente con polmonite a focolai multipli bilaterali. Diabete tipo 2. Grave insufficienza renale. Tetraparesi spastica”, versava in uno stato di “progressiva astenia, con tremori, ipoalimentazione e progressiva chiusura relazionale”. Non si conoscono le cause della sua fine disumana, ma l’iscrizione nel registro degli indagati dei medici di guardia e degli psichiatri, è l’inizio di una pagina della Giustizia tutta da scrivere.

Marilù Mastrogiovanni

Il Manifesto, 15 dicembre 2016