Morire di Carcere, Sono 104 i detenuti morti nei Penitenziari italiani nel corso del 2016


Carcere di PordenoneUn suicidio a settimana, celle dove si pratica la tortura, celle lisce che distruggono mente e corpo dei prigionieri. Ecco la vergogna dei penitenziari italiani

L’ultimo decesso è avvenuto il 5 dicembre, nel carcere di Cagliari. L’uomo si chiamava Igor Diana. Aveva 28 anni e dallo scorso maggio – accusato di aver ucciso i genitori adottivi – stava scontando la pena dell’ergastolo nel carcere dell’isola sarda. Ed è lì, in cella, che si è suicidato, impiccandosi. Inutile il tentativo di rianimarlo da parte del personale medico, è l’unica scarna informazione trapelata dal penitenziario di Cagliari Utta, che ha il primato dei suicidi in cella e dove nello scorso anno si sono verificati 250 casi di autolesionismo, 7 scioperi della fame collettivi, 16 detenuti hanno tentato il suicidio.

Ma la situazione carceraria è esplosiva in tutto il Paese. Sono 104 i detenuti morti nei penitenziari italiani, nel corso del 2016. Secondo una ricerca condotta da openpolis.it prendendo in esame i dati forniti dal Ministero della Giustizia, nelle carceri italiane c’è un suicidio ogni 7 giorni. È a Napoli, Poggioreale, il carcere dove di muore di più. Trentacinque sono i suicidi già censiti nell’anno in corso, accaduti soprattutto nelle galere del Sud. Senza contare le morti meno chiare, con cause ancora da accertare, ma comunque legate al disagio della detenzione. Infatti, rispetto ai dati diffusi dal Governo (prendendo in considerazione i decessi avvenuti dal 2000 ad oggi) il centro studi Ristretti orizzonti ha scoperto che i casi di suicidi in cella sarebbero di più. Già, perché in effetti quando si muore in carcere, le dinamiche non sono mai del tutto chiare. Lo sanno bene i genitori di Youssef Mouhcine, 31 anni, nazionalità marocchina, deceduto presso la casa circondariale di Paola dove era detenuto, a pochi giorni dalla sua dimissione per fine pena. Era la notte tra il 23 e il 24 ottobre 2016. È una storia che si tinge subito di giallo, perché per alcuni giorni rimane nascosta, anche alla famiglia. A farla saltar fuori è l’esponente dei radicali calabresi Emilio Enzo Quintieri il quale racconta a DINAMOpress che “nessuno aveva diffuso la notizia del tragico evento ma tramite i nostri informatori siamo riusciti a venirne a conoscenza”. E ancora: “non è la prima volta che qualcuno cerca di nascondere decessi o altri eventi critici accaduti nel carcere di Paola, come i tentativi di suicidio o come i casi di aggressione al personale dell’Amministrazione Penitenziaria.

Emilio Quintieri qualche giorno dopo le denunce è stato oggetto di una lettera pubblicata sul quotidiano La Provincia di Cosenza con la “firma anonima” di un detenuto che contribuisce a tingere di giallo, anzi di nero, i contorni di questa ennesima storia di morte in carcere. Perché è una missiva che appare molto strana, tant’è che lo stesso attivista radicale ha scritto una dura replica al direttore del quotidiano calabrese: “non le nascondo che la lettera, più che essere quella di un detenuto mi sembra quella del Direttore del Carcere o del suo difensore”, scrive Quintieri: “ho letto con attenzione la lettera apparsa sul suo giornale redatta da tale R. M. in riferimento al decesso del detenuto marocchino Youssef Mouhcine ed essendo stato chiamato più volte in causa ritengo doveroso replicare”. In particolare, rigetta al mittente l’accusa contenuta nella lettera del “detenuto” di “strumentalizzare la questione a fini politici o propagandistici facendo leva persino sul dolore dei familiari della vittima”. È chiaro che si tratta piuttosto di un tentativo di manipolazione mediatica della verità, magari involontario. Spiega l’attivista radicale: “se così non fosse, sarebbe la prima volta in assoluto che un detenuto scrive una nota pubblica per difendere l’operato del Corpo di Polizia Penitenziaria violando quello che prevedono le ‘leggi non scritte’ che i carcerati sono tenuti ad osservare rigorosamente, per di più dopo due suicidi”. E ancora: “da anni, ricevo ogni giorno decine di lettere di detenuti ma mai sino ad ora mi era capitato di leggere qualcosa di simile; una lettera perfetta, senza errori, con un lessico impeccabile”. Sarà. Quel che è certo è che intanto la procura di Paola indaga, disponendo l’autopsia; nel frattempo, i senatori Peppe De Cristofaro e Loredana De Petris di Sinistra Italiana il 16 novembre interrogano i Ministri della giustizia e degli affari esteri, per sapere perché “i familiari di Mouhcine sono stati informati del decesso soltanto diversi giorni dopo, per la precisione in data 27 ottobre 2016”. Nonostante la legge che disciplina l’ordinamento penitenziario, la n. 354 del 1975 preveda che, in casi del genere, “debba esserne data immediata notizia ai familiari con il mezzo più rapido e con le modalità più opportune”.

Non solo. La legge sulle carceri – scrivono i parlamentari: “è stata violata anche quando Mouhcine veniva tumulato presso il cimitero di Paola, nonostante i parenti dell’uomo avessero chiesto la restituzione del corpo per poter celebrare il rito islamico”. Anche qui: l’art.44 al comma 3 stabilisce che – in questi casi – la salma debba essere messa immediatamente a disposizione dei congiunti e che questa venga sepolta dall’amministrazione nel caso in cui i congiunti non vi provvedano. Ma non era questo il caso, evidentemente. Così anche il consolato generale del Regno del Marocco di Palermo – su sollecitazione dei familiari – ha chiesto lumi sulla questione. Ottenendo nessuna risposta. Come del resto, non ne hanno avuta alcuna i senatori in questione. Si sa soltanto che – secondo quanto riferito dalla direzione dell’istituto carcerario ai congiunti – Mouhcine si sarebbe suicidato nella sua cella, inalando il gas dalla bomboletta che aveva in dotazione, avvolgendosi la testa con un sacchetto di plastica. Sempre secondo quanto racconta la famiglia: l’uomo, nel corso della sua detenzione a Paola, “sarebbe stato sottoposto a trattamenti inumani e degradanti” a pratiche di detenzione che si configurano come di vera e propria tortura, ancora oggi tollerate dall’ordinamento italiano, come lo è la cosiddetta cella liscia, il non-luogo dove era rinchiuso Mouhcine, appunto.

La chiamano così perché è una cella completamente vuota, spoglia, priva di mobili, brande, di qualsiasi oggetto che possa essere usato come appiglio. Quasi tutti i reparti di isolamento dei penitenziari italiani ne contengono almeno una. Lì dentro viene rinchiuso chi è vittima di crisi isteriche o psichiatriche, chi disobbedisce agli ordini della disciplina carceraria. È buia, stretta “dentro ha un odore nauseabondo, perché è lì, sul pavimento, che si esercitano i bisogni primari e fisiologici. Ed è disteso a terra, che il detenuto dorme. Nella cella liscia non ci sono letti”, lo racconta così, l’inferno dei penitenziari italiani, un ex dirigente del Ministero della Giustizia che preferisce rimanere anonimo: “è per non vedere più violazioni dei diritti umani, che ho lasciato il mio lavoro. Le celle lisce sembrano le segrete del Medio Evo”. Continua: “di vera e propria tortura si tratta, dal sapore medievale”. Si può essere rinchiusi lì dentro per qualche ora, qualche giorno, al massimo due settimane, prima di impazzire. Non di più. Il Dap ( dipartimento amministrazione penitenziaria) questo lo sa ed è per questo che in passato ha emanato direttive di questo tipo.

In una cella liscia ci era finito pure Mouhcine, dunque, costretto a dormire anche lui per terra sul pavimento. Raccontano i familiari: “ci disse di aver subito non meglio definiti maltrattamenti”. Quel che è certo è “che non gli veniva consentito di intrattenere, con regolarità, corrispondenza telefonica con la sua famiglia” si legge così nell’interrogazione parlamentare presentata dai senatori di Sinistra Italiana, dopo che sulla vicenda erano intervenuti – tra gli altri – i Radicali italiani, il Dipartimento politiche per l’immigrazione della Cgil di Cosenza ed il Movimento italiano diritti civili. Denunciando l’ennesimo decesso avvenuto nel carcere di Paola e stigmatizzando l’operato della direzione carceraria “per aver tenuto nascosta la notizia, e per aver provveduto alla tumulazione della salma, nonostante la richiesta di restituzione avanzata dalla famiglia per il funerale”.

Quelle strane morti nel carcere di Paola

Non è la prima volta che presso il carcere di Paola avvengono “eventi critici” del genere – scrive il senatore Giuseppe De Cristoforo che è anche membro della Commissione parlamentare straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani. Facendo riferimento alla morte avvenuta ad aprile scorso, nello stesso penitenziario, del detenuto Maurilio Pio Morabito, 46 anni, di Reggio Calabria, in prossimità del fine pena. Mancava un mese alla sua liberazione. Anche Maurilio si è suicidato. Aveva già manifestato intenti autolesionistici. Eppure era stato collocato – anche lui – in una cella liscia, dove si sarebbe impiccato con una coperta alla grata della finestra. Ora la Procura della Repubblica di Paola ha aperto un fascicolo di inchiesta, al momento nei confronti di ignoti, per istigazione al suicidio. Anche questa vicenda è finita in Parlamento, all’attenzione del Ministro della Giustizia Orlando. Nel dettaglio, in una interrogazione parlamentare presentata alla Camera dei deputati il 7 giugno 2016 dall’on. Vincenza Bruno Bossio, a cui lo stesso Ministro della giustizia non ha ancora fornito risposta.

Nel testo si legge che “grazie ad una visita ispettiva effettuata il 4 maggio 2016 da una delegazione dei Radicali Italiani nei giorni successivi al decesso del Morabito, si è potuto verificare che la cella n. 9 in cui si è impiccato lo stesso detenuto era liscia. Cioè era priva di ogni arredo. Non solo. Sporca e maleodorante, si legge negli atti parlamentari: “il citato detenuto non era stato sottoposto a sorveglianza a vista nonostante, già in altre occasioni, avesse compiuto vari atti autolesionistici e distrutto due celle”. Intanto, dalla relazione seguita all’ispezione dei Radicali italiani nell’ottobre scorso è emerso che nello stesso carcere quasi la metà dei detenuti sono stranieri, eppure non risultano in organico mediatori culturali, né traduttori.

Ma è l’eccessivo ricorso alle “celle zero” che inquieta particolarmente. Un modus operandi che riguarda diversi penitenziari italiani, dove l’osservatorio sulle carceri Ristretti Orizzonti – nell’ambito della ricerca Morire di carcere– ha calcolato che dagli inizi del 2000 ad oggi, 10 dicembre 2016, sono morte 2.599 persone. 925 sono stati complessivamente i suicidi. Il 77% avviene di questi atti autolesionisti avviene per impiccagione, la restante parte per asfissia da gas o avvelenamento.

Ciò che era in gioco, non era la cornice troppo frusta o troppo asettica, troppo rudimentale o troppo perfezionata della prigione, era la sua materialità nella misura in cui è strumento e vettore di potere, era tutta la tecnologia del potere sul corpo, che la tecnologia dell’«anima» – quella degli educatori, dei filosofi e degli psichiatri – non riesce né a mascherare né a compensare, per la buona ragione che essa non è che uno degli strumenti. E’ di questa prigione, con tutti gli interventi del potere politico sul corpo che essa riunisce nella sua architettura chiusa, che io vorrei fare la storia. Per puro anacronismo? No, se intendiamo con questo fare la storia del passato in termini del presente. Sì, se intendiamo con questo fare la storia del presente.

cit. Foucault. M. Il corpo del condannato in “Sorvegliare e Punire” Einaudi, 1976

Gaetano De Monte

http://www.dinamopress.it, 12 Dicembre 2016

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