Capano (Radicali): I pentiti sono un esercito. Come Radicali chiederemo la modifica della Legge


michele-capano-tesoriere-radicali-italianiNel 2015 i collaboratori di giustizia sottoposti a misure di protezione raggiungono, insieme ai familiari, la bella cifra di 6.300 unità. Non sono un po’ troppi? Non sarebbe ragionevole rivedere la legge?
Nelle parole di Wikipedia Dairago è un “comune italiano di 6.167 abitanti situato nella città metropolitana di Milano, in Lombardia, a circa 32 chilometri a nord-ovest dal capoluogo, nell’alta pianura al limite con la provincia di Varese, in un territorio ancora in parte coperto da boschi, non lontano dai fiumi Olona (che scorre a 5 chilometri a levante) e Ticino (distante 10 chilometri a ponente)”.
Che c’entra Dairago con i collaboratori di giustizia? C’entra, c’entra eccome, perché la Relazione del Servizio Centrale di Protezione presso il Viminale ci informa che nel 2015 i collaboratori di giustizia sottoposti a misure di protezione (ben 1253, raddoppiati nel corso dell’ultimo decennio) raggiungono, insieme ai familiari ammessi allo stesso programma di protezione, la bella cifra di 6300 unità: gli abitanti del comune di Dairago.
Dobbiamo immaginare, dunque, che tutti: dall’amministrazione comunale ai consiglieri di opposizione, dal personale della scuola elementare a quello del supermercato, dai giocatori della squadra di calcio giù giù fino a medici, farmacisti, benzinai, per finire ai novantenni e ai neonati in carrozzina, proprio tutti gli abitanti di Dairago fruiscano della protezione statale con il sussidio, le provvidenze legali, i cambi di identità.
E poi dobbiamo chiederci se ne sia valsa la pena, a venticinque anni dalla legge sui pentiti di mafia e a quindici dalla riforma con cui si tentò di correggerne alcune storture e che il Presidente del Senato Pietro Grasso, all’epoca Procuratore capo della Repubblica a Palermo, il 18 marzo del 2001 in un’intervista al Corriere della Sera liquidò così: “Se fossi un mafioso, non mi pentirei più” (fosse stato per lui, insomma, non parleremmo di 6300 beneficiari di programmi di protezione, ma di almeno dieci volte tanti).
Davanti a organizzazioni criminali ancora o nuovamente vitali, dobbiamo chiederci se è valsa la pena di dare vita a un vero e proprio “paese” di persone protette a mezzo di una legislazione che ha premiato ? in nome della necessità di disarticolare la criminalità organizzata ? pluriomicidi disposti a un patto con la Repubblica in virtù del quale più o meno robusti benefici sul piano economico finanziario e dell’esecuzione della pena sono stati barattati (con rispetto parlando per il nobile istituto del baratto) con rivelazioni su fatti, circostanze e responsabilità personali criminali.
Dobbiamo chiederci se è valsa la pena di affrontare vicende dolorose, come quella di Enzo Tortora e degli altri cittadini che – per “pentito” dire – hanno sacrificato, pur essendo innocenti, anni di vita, la reputazione, la carriera, qualche volta la pelle sull’altare del Dio dell’Antimafia militante.
Dobbiamo chiederci se è valsa la pena di rinunciare all’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge in nome di una “guerra” alla criminalità organizzata che imponeva e impone un “diritto di guerra” nel quale – sul piano penitenziario come su quello delle misure cautelari, sul piano del diritto penale sostanziale come su quello dell’uso investigativo dei “premi” alla collaborazione di giustizia – non è possibile star lì a sottilizzare, a cincischiare. Bisognava debellare mafia, ‘ndrangheta, camorra. Venticinque anni or sono. Appunto.
L’impegno di Radicali Italiani, in continuità con la difesa dello Stato di diritto che Marco Pannella è stato in grado di assicurare anche nei momenti giuridicamente più bui della nostra Repubblica, è diretto a ricondurre a razionalità e “ordinarietà” quell'”enclave” caotica – sul territorio del nostro ordinamento giuridico – che è ormai divenuta il diritto “antimafia”.

Avv. Michele Capano, Tesoriere di Radicali Italiani

Il Dubbio, 29 novembre 2016

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