Quintieri (Radicali): “Più che la lettera di un detenuto sembra quella del Direttore”


Emilio Quintieri - RadicaliGentile Direttore de “La Provincia di Cosenza”, ho letto con molta attenzione la stupefacente lettera pubblicata, in data odierna, su “La Provincia di Cosenza” asseritamente redatta da tale R.M., detenuto ristretto presso la Casa Circondariale di Paola in riferimento al decesso del detenuto marocchino Youssef Mouhcine ed essendo stato chiamato più volte in causa ritengo doveroso replicare anche per chiarire alcuni atti, pensieri ed affermazioni attribuitimi che non corrispondono al vero.

Il detenuto, che asserisce di avermi conosciuto personalmente ai tempi della mia detenzione presso l’Istituto Penitenziario di Paola, di stimarmi ed ammirarmi per le mie battaglie civili – riconducibili a suo avviso anche all’insofferenza che ho sempre mostrato verso le regole dell’organizzazione carceraria ritenendole obsolete ed inutili e di essere anche un simpatizzante del Movimento dei Radicali, racconta di essersi “meravigliato di come una vera e propria disgrazia sia stata travisata, quasi come se volesse essere strumentalizzata a fini politici o propagandistici facendo leva persino sul dolore dei familiari della vittima”.

Non le nascondo che, la lettera, più che essere quella di un detenuto mi sembra quella del Direttore del Carcere o del suo difensore.

E’ la prima volta in assoluto che un detenuto si prende la briga di scrivere una nota pubblica per difendere l’operato del Corpo di Polizia Penitenziaria e della Direzione, violando quello che prevedono le “leggi non scritte” che i carcerati sono tenuti ad osservare rigorosamente.

Inoltre, da anni, ricevo ogni giorno decine di lettere di detenuti ma mai sino ad ora mi era capitato di leggere qualcosa di simile; una lettera perfetta, senza errori, con un lessico impeccabile, che forse nemmeno io sarei capace di fare nonostante abbia un pochino di esperienza e sia un laureando in Giurisprudenza !

Venendo alla lettera del detenuto (o del Direttore?) desidero precisare che in nessun mio intervento sono state formulate accuse nei confronti del personale di Polizia Penitenziaria che conosco benissimo e che, quasi sempre, all’esito di numerose visite ispettive effettuate con i membri del Parlamento o con varie Delegazioni Radicali, ho avuto modo di elogiare pubblicamente, ricevendo per questo motivo “attacchi” dai detenuti e dai loro familiari e da altri che, a loro dire, si occupano di carcere e carcerati.

Peraltro, anche quando si è verificato il decesso del detenuto Maurilio Pio Morabito, non ho mai rivolto accuse nei confronti della Polizia Penitenziaria, contrariamente ai familiari del detenuto con i quali, in più occasioni, ho avuto qualche “discussione” perché accusavano i Poliziotti della morte del loro congiunto.

Non sono stato io a dire che Mouhcine fosse “vittima di maltrattamenti” perché non avevo alcun elemento per poterlo affermare. Così come non sono stato io a dire che lo stesso era isolato, in cella liscia, costretto a dormire per terra sul pavimento o che gli veniva impedito di telefonare alla famiglia.

Sono “circostanze” che mi sono state riferite, oralmente e per iscritto, dai congiunti del Mouhcine e che ho ritenuto di esternare pubblicamente affinché venissero fatte delle verifiche, senza colpevolizzare nessuno.

In altri casi, quando ne ho avuto contezza, ho provveduto a denunciare tali fatti senza problemi, come ad esempio la indecente “cella liscia” in cui era allocato da giorni Morabito senza nemmeno la “sorveglianza a vista”, prassi illegale ancora seguita a Paola ed in altri stabilimenti penitenziari. Per cui, ad esser priva di fondamento, è soltanto la “difesa d’ufficio” accuratamente sostenuta del sedicente detenuto !

Leggo, inoltre, che in alcune parti della lettera, il detenuto parla al plurale scrivendo “noi detenuti” ma posso affermare, con tranquillizzante certezza e senza paura di essere smentito, che la stragrande maggioranza dei detenuti ristretti nel Carcere di Paola, non la pensa allo stesso modo di questo grande “scienziato”.

Proprio ieri, ho ricevuto l’ennesima lettera di un detenuto L.D. che si lamenta delle condizioni di detenzione e del trattamento offerto nella Casa Circondariale di Paola riferendo, tra le altre cose, che “la Direttrice non ti riceve mai” chiedendo di sapere “se in Calabria il diritto penitenziario è diverso” e che conclude “spero che il Dap mi rispedisce al Nord perché questo Carcere è un Carcere fantasma”.

Sia nel caso di Morabito che nel caso di Mouhcine ho mosso delle contestazioni ben precise nei confronti della locale Amministrazione Penitenziaria individuando quello che, a mio avviso, costituisce violazione alle disposizioni dell’Ordinamento Penitenziario, del Regolamento di Esecuzione, delle direttive emanate dal Dipartimento e delle altre norme vigenti in materia e criticando la gestione e la conduzione dell’Istituto, diritto che per fortuna è riconosciuto e garantito dalla Costituzione della Repubblica.

Nel chiederle, dunque, di voler pubblicare questa mia “replica” con risalto analogo a quello riservato al brano giornalistico cui la rettifica si riferisce, la ringrazio anticipatamente per la sua disponibilità.

Cosenza 22 Novembre 2016

Emilio Enzo Quintieri (Radicali Italiani)

Stupefacente lettera di un detenuto di Paola “Youssef Mouhcine non si è suicidato”


LCasa Circondariale di Paolaa morte di Youssef Mouchine, avvenuta nella notte tra il 23 e il 24 ottobre nel carcere di Paola continua a tenere banco e ad alimentare polemiche. Alla redazione de La Provincia di Cosenza è stata recapitata una lettera da parte di un detenuto che, per ovvie ragioni ha deciso di mantenere l’anonimato, nella quale smentisce categoricamente la possibilità che Youssef si sia sucidato “amava la vita ed era felicissimo, perché a giorni sarebbe tornato libero” ma scagiona anche il personale del carcere che “svolge il proprio lavoro con umanità”.

Quindi, ricapitoliamo, Youssef non si è suicidato, non è stato “vittima di maltrattamenti e non è morto per cause naturali. Allora che cosa è successo, la notte tra il 23 e il 24 ottobre? A dare la risposta è sempre il detenuto: “Forse proprio per “festeggiare” la sua imminente liberazione, ha pensato di “sballarsi” un po’ inalando del gas dal fornellino che noi detenuti abbiamo in dotazione nella cella, inconsapevole che avrebbe trovato la morte nel sonno”.

Ma veniamo alla lettera, scritta da R.M. “Premetto che sono un detenuto dellastessa casa circondariale e che ho conosciuto personalmente Emilio Quintieriai tempi della sua detenzione presso questo stesso carcere; è una persona che stimo e che ammiro per le sue battaglie civili (riconducibili, a mio avviso, anche all’insofferenza che ha sempre mostrato verso le regole dell’organizzazione carceraria ritenute da lui obsolete ed inutili) e sono anche un simpatizzante del movimento dei Radicali che si è sempre battuto per ladifesa dei diritti dei detenuti. Proprio perché conosco l’onestà intellettuale di questo partito e dei suoi esponenti, in primis del compianto Marco Pannella, nel leggere l’articolo apparso sul vostro giornale, mi sono meravigliato di come una vera e propria disgrazia sia stata travisata, quasi come se volesse essere strumentalizzata a fini politici o propagandistici facendo leva persino sul dolore dei familiari della vittima.

Personalmente ho conosciuto bene Youssef, con cui spesso ho avuto modo di parlare; svolgendo la stessa mansione lavorativa all’interno del carcere eravamo diventati amici e per l’affetto che mi legava a lui, sarei stato io il primo a chiedere che venisse fatta chiarezza se avessi avuto il benché minimo sospetto sulle circostanze della sua morte. Dopo aver letto l’articolo posso sostenere che le affermazioni che stigmatizzano pesantemente l’operato della locale Polizia Penitenziaria e mettono in cattiva luce l’operato di tutta l’Amministrazione, siano dal mio punto di vista totalmente prive di fondamento.

Da detenuto vorrei spezzare una lancia a favore della Direzione, degli agenti e di tutta l’Amministrazione di Polizia Penitenziaria del carcere di Paola, che svolgono il loro lavoro con senso di umanità e solidarietà soprattutto nei confronti dei detenuti più deboli e fragili. Posso affermare, dopo dieci anni di detenzione in varie carceri italiane, che da quando sono arrivato in questa struttura ho trovato uno “sguardo” diverso, un calore umano nei confronti di chi vive dietro le sbarre; tutti gli operatori mi hanno teso la loro mano nei momenti più difficili della mia vita carceraria, mi hanno sostenuto in ogni modo e mi hanno accompagnato nel mio percorso interiore aiutandomi a trovare un nuovo equilibrio.

Come dicevo sopra, conoscevo bene Youssef e so per certo che non era sua intenzione suicidarsi, è vero; era, al contrario, felicissimo perché tra breve sarebbe tornato in libertà. E’ proprio per questo, e conoscendo l’ambiente di questo carcere che sicuramente non istiga nessuno al suicidio anzi prende tutte le misure possibili per evitare che i detenuti compiano gesti estremi, che penso che la sua morte sia stata solo una tragica fatalità. Forse proprio per “festeggiare” la sua imminente liberazione, ha pensato di “sballarsi” un po’ inalando del gas dal fornellino che noi detenuti abbiamo in dotazione nella cella, inconsapevole che avrebbe trovato la morte nel sonno. Il ritrovamento del suo corpo ormai privo di vita, ha gettato nello sconforto non solo noi detenuti, ma anche gli agenti perché ogni vita persa qui dentro è una sconfitta anche per chi vi lavora. Personalmente non ritengo giusto, ogni volta che si verificano disgrazie, puntare dall’esterno il dito contro chi, qui dentro, in realtà ci tutela; solo noi che ci viviamo vediamo con i nostri occhi quanto tutti si adoperino per la nostra sicurezza ed incolumità. Alla cronaca balzano solo gli episodi tragici, le morti che si verificano in carcere, ma non si conoscono nemmeno tutti i tentativi di suicidi sventati grazie alla prontezza ed alla competenza degli agenti che spesso per salvare uno di noi mettono in gioco la loro stessa vita.

Non mi sembra giusto inveire contro il personale carcerario e credo che sia doveroso da parte di tutti avere rispetto per il dolore dei familiari e per la memoria del povero Youssef. Tutti noi che viviamo in questo carcere, oggi siamo legati da un unico sentimento: il dolore ed il rammarico che sia potuta accadere una disgrazia del genere e ci stringiamo idealmente nel ricordo di un ragazzo di trent’anni che amava la vita e che voleva correre verso la felicità, senza sapere che avrebbe trovato la morte”.

Per capire le cause che hanno portato alla morte di Yousef dovremo attendere i risultati dell’esame autoptico.

Francesca Piffi

La Provincia di Cosenza 22/11/2016