Uno ogni sette giorni. Questa è la frequenza dei suicidi nelle Carceri italiane dal 92 ad oggi


carcere-fotogramma-258Uno ogni sette giorni. Questa è la frequenza dei suicidi nelle carceri italiane dal 1992 ad oggi. A rivelarlo è uno studio di Openpolis sulle statistiche del ministero della giustizia che ha registrato ben 1046 casi di detenuti suicidi per gli anni 1992/2015. Ai dati del governo si affiancano quelli dell’associazione per i diritti dei detenuti “Ristretti Orizzonti” che, allo scopo di raccogliere maggiori informazioni sui profili di chi si suicida durante la detenzione, ha registrato nel suo dossier “Morire di carcere” cifre addirittura superiori a quelle ministeriali.

La differenza si spiega tenendo conto del fatto che l’associazione prende in considerazione, oltre i suicidi accertati, anche le morti meno chiare, comunque legate al disagio della detenzione. Colpisce il dato relativo ai casi di decessi auto-procurati tra gli agenti di custodia che, secondo fonti sindacali, si attesterebbe a 100 dal 2000 ad oggi.
I dati dell’associazione. Secondo quanto riportato dal dossier, i detenuti suicidi dal 2009 al 31 agosto 2016 sarebbero ben 423. Di questi, 326 si sarebbero procurati la morte con l’impiccagione, 64 con il gas, 20 con l’avvelenamento e 6 con il soffocamento. La fascia di età su cui le sofferenze del carcere hanno avuto maggiore incidenza è quella tra i 30 e i 44 anni. Sono 66, infatti, i casi di suicidi in età compresa tra i 30 e i 34 anni, 66 tra i 25 e i 29 anni, 65 tra i 35 e 39 e 63 tra i 40 e i 44. Le fasce meno colpite quelle tra i 17 e 19 anni (5 casi) e dai 60 in su (9 casi). L’amara classifica degli istituti penitenziari con più suicidi vede al primo posto Napoli Poggioreale; (19 casi), seguito da Firenze Sollicciano(17) e Rebibbia a Roma (14), all’ultimo Palermo Pagliarelli (9 casi).

Statistiche a confronto. Il confronto tra i dati registrati dal Ministero della giustizia con quelli riportati nel dossier dell’associazione “Ristretti Orizzonti” rivela non poche differenze. Guardando al numero dei casi di suicidio per anno, l’associazione registra cifre più elevate di quelle ufficiali con un picco nel 2010: 11 casi in più rispetto ai dati del Governo. Per un totale di 888 casi di morti auto-procurate negli anni 2000/2015 a fronte degli 840 ufficialmente accertati. Numeri alla mano l’anno con il maggior numero di detenuti suicidi sarebbe il 2001 per il Ministero (69 casi) e il 2009 per l’associazione (72 casi). Al contrario, l’anno con il più basso tasso di morti auto-procurate sarebbe il 2013 per il primo (42 casi), il 2014 per la seconda (44 casi).

Emergenza carceri. Le statistiche del ministero rivelano una coincidenza tra gli anni in cui si è concentrata la più alta frequenza di casi di detenuti suicidi e quelli in cui si sono registrati i più alti tassi di affollamento. È il caso, ad esempio del 2010. In quell’anno, infatti, gli istituti di pena, mentre ospitavano addirittura 151 persone ogni 100 posti letto, registravano ben 55 casi di morti auto-procurate. A seguito di tali accadimenti, i diversi provvedimenti adottati dai governi che si sono succeduti hanno riportato le statistiche verso numeri vicini a quelli di paesi con statistiche migliori.
Nel 2015, infatti, il tasso di affollamento delle carceri italiane globalmente considerate scendeva al 105% (105 detenuti ogni 100 posti letto), mentre diminuiva a 39 il numero dei suicidi. Secondo i dati raccolti dal ministero, al 30 giugno 2016 il tasso di affollamento delle carceri italiane si attesta al 108%. Nei 193 istituti penitenziari italiani si contano, infatti, 54.072 persone detenute per 49.701 posti letto disponibili. Questi dati hanno portato i politici italiani a considerare risolto il problema dell’emergenza carceri.
Tuttavia, basarsi sul tasso di affollamento nazionale per comprendere se il problema del sovraffollamento nei singoli istituti è stato risolto è fuorviante. Il dato, infatti, è il rapporto percentuale tra numero di detenuti e posti letto disponibili nell’intero paese e, dunque, il frutto di una media che non tiene conto del fatto che i posti disponibili in un istituto penitenziario poco utilizzato non compensano quelli mancanti in uno sovraffollato.
Se si calcola il tasso dei singoli istituti penitenziari risulta che circa i 2/3 hanno meno posti disponibili di quanto il numero dei detenuti richiederebbe. È il caso di Brescia “Nerio Fischione” Canton Mombello, che, con un tasso di affollamento pari al 191,53%, ospita quasi 90 detenuti in più rispetto alla disponibilità. A questo seguono Como, con un tasso pari al 181,45%, Lodi, con il 180,00% e Taranto, con il 173,53%.

Sesti su sette. Se si confrontano i “benevoli” tassi di affollamento nazionale europei, il risultato italiano non è dei migliori. Tra i 25 Paesi considerati, infatti, il nostro rientra nei soli 7 che dispongono di un numero di posti letto inferiore a quello dei detenuti. Tra questi 7 quello con il sistema carcerario meno sostenibile è il Belgio, che registra un tasso pari al 131,10%. A questo seguono la Grecia, (119,30%), la Francia 113,90%), la Slovenia (112,70%), Cipro (109,60), ed infine l’Italia, con un tasso del 108%, accompagnata dalla Romania (104,30%).
Per quanto riguarda i restanti 18 Paesi, tutti con sistemi sostenibili, la medaglia d’oro va ai Paesi Bassi che, registrando un tasso dell’80,20%, dispone di circa 19 posti letto in più rispetto al numero dei detenuti. Medaglia d’argento alla Lettonia che, con un tasso dell’81,10%, potrebbe accogliere altri 18 detenuti circa. Bronzo al Belgio il cui tasso di sovraffollamento nazione si attesta all’81,60%.

Marta De Nicola

Il Centro, 29 novembre 2016

Capano (Radicali): I pentiti sono un esercito. Come Radicali chiederemo la modifica della Legge


michele-capano-tesoriere-radicali-italianiNel 2015 i collaboratori di giustizia sottoposti a misure di protezione raggiungono, insieme ai familiari, la bella cifra di 6.300 unità. Non sono un po’ troppi? Non sarebbe ragionevole rivedere la legge?
Nelle parole di Wikipedia Dairago è un “comune italiano di 6.167 abitanti situato nella città metropolitana di Milano, in Lombardia, a circa 32 chilometri a nord-ovest dal capoluogo, nell’alta pianura al limite con la provincia di Varese, in un territorio ancora in parte coperto da boschi, non lontano dai fiumi Olona (che scorre a 5 chilometri a levante) e Ticino (distante 10 chilometri a ponente)”.
Che c’entra Dairago con i collaboratori di giustizia? C’entra, c’entra eccome, perché la Relazione del Servizio Centrale di Protezione presso il Viminale ci informa che nel 2015 i collaboratori di giustizia sottoposti a misure di protezione (ben 1253, raddoppiati nel corso dell’ultimo decennio) raggiungono, insieme ai familiari ammessi allo stesso programma di protezione, la bella cifra di 6300 unità: gli abitanti del comune di Dairago.
Dobbiamo immaginare, dunque, che tutti: dall’amministrazione comunale ai consiglieri di opposizione, dal personale della scuola elementare a quello del supermercato, dai giocatori della squadra di calcio giù giù fino a medici, farmacisti, benzinai, per finire ai novantenni e ai neonati in carrozzina, proprio tutti gli abitanti di Dairago fruiscano della protezione statale con il sussidio, le provvidenze legali, i cambi di identità.
E poi dobbiamo chiederci se ne sia valsa la pena, a venticinque anni dalla legge sui pentiti di mafia e a quindici dalla riforma con cui si tentò di correggerne alcune storture e che il Presidente del Senato Pietro Grasso, all’epoca Procuratore capo della Repubblica a Palermo, il 18 marzo del 2001 in un’intervista al Corriere della Sera liquidò così: “Se fossi un mafioso, non mi pentirei più” (fosse stato per lui, insomma, non parleremmo di 6300 beneficiari di programmi di protezione, ma di almeno dieci volte tanti).
Davanti a organizzazioni criminali ancora o nuovamente vitali, dobbiamo chiederci se è valsa la pena di dare vita a un vero e proprio “paese” di persone protette a mezzo di una legislazione che ha premiato ? in nome della necessità di disarticolare la criminalità organizzata ? pluriomicidi disposti a un patto con la Repubblica in virtù del quale più o meno robusti benefici sul piano economico finanziario e dell’esecuzione della pena sono stati barattati (con rispetto parlando per il nobile istituto del baratto) con rivelazioni su fatti, circostanze e responsabilità personali criminali.
Dobbiamo chiederci se è valsa la pena di affrontare vicende dolorose, come quella di Enzo Tortora e degli altri cittadini che – per “pentito” dire – hanno sacrificato, pur essendo innocenti, anni di vita, la reputazione, la carriera, qualche volta la pelle sull’altare del Dio dell’Antimafia militante.
Dobbiamo chiederci se è valsa la pena di rinunciare all’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge in nome di una “guerra” alla criminalità organizzata che imponeva e impone un “diritto di guerra” nel quale – sul piano penitenziario come su quello delle misure cautelari, sul piano del diritto penale sostanziale come su quello dell’uso investigativo dei “premi” alla collaborazione di giustizia – non è possibile star lì a sottilizzare, a cincischiare. Bisognava debellare mafia, ‘ndrangheta, camorra. Venticinque anni or sono. Appunto.
L’impegno di Radicali Italiani, in continuità con la difesa dello Stato di diritto che Marco Pannella è stato in grado di assicurare anche nei momenti giuridicamente più bui della nostra Repubblica, è diretto a ricondurre a razionalità e “ordinarietà” quell'”enclave” caotica – sul territorio del nostro ordinamento giuridico – che è ormai divenuta il diritto “antimafia”.

Avv. Michele Capano, Tesoriere di Radicali Italiani

Il Dubbio, 29 novembre 2016

Chi ha paura di un carcere umano o meglio, a chi giova un carcere che non lo sia davvero ?


Casa CircondarialeIn questi giorni in tutta Italia i volontari della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia entrano negli istituti scolastici con il progetto A scuola di libertà, un progetto che intende far conoscere il mondo del carcere e delle pene ai ragazzi e intende farli riflettere su come si possa scivolare da comportamenti a rischio a reati. Sono circa quindicimila gli studenti che hanno occasione di partecipare ogni anno alla nostra manifestazione.

Come è noto nella nostra Costituzione non si parla mai di carcere ma di pene, e all’art 27 si cita “le pene devono tendere alla rieducazione”. Anche l’uso del carcere, che dovrebbe davvero essere extrema ratio, dovrebbe avere comunque questa funzione rieducativa. Ci troviamo spesso a dover commentare situazioni in cui i più elementari principi giuridici non sono rispettati.
È bene ricordare che il nostro paese nel 2013 è stato condannato dalla C.E.D.U. per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione, cioè per trattamento “disumano e degradante”. Il nostro Paese è un sorvegliato speciale dalle istituzioni europee in tema di giustizia, perché spesso all’interno delle proprie carceri non rispetta non solo le norme europee ma neppure le stesse norme italiane, in primis la Costituzione.
Ci sono carceri dove, pur nella difficoltà di spazi e risorse, alcuni direttori cercano di lavorare nel rispetto delle norme, costituzionali ed europee, applicando principi che Lucia Castellano, oggi dirigente generale del Dipartimento della Giustizia minorile e di Comunità, ma per anni direttrice della Casa di Reclusione di Bollate, afferma nel libro Diritti e castighi: “riconoscere al detenuto tutta la libertà possibile compatibile con la presenza delle mura di cinta”. Succede che a volte direttori che si impegnano in questa operazione difficile, di garantire il rispetto delle norme e il rispetto delle persone che a vario titolo gravitano nel carcere, città nella città, vengano in qualche maniera presi di mira perché accusati di non difendere una o più categorie. A Bolzano in questi giorni la Direttrice Anna Rita Nuzzaci è messa sotto accusa da alcuni sindacati di Polizia penitenziaria proprio per questa sua propensione al dialogo e all’apertura. Nel dettaglio le si contesta:
– di avere una politica dei permessi facili
– di permettere corsi serali a celle aperte con utilizzo anche di coltelli (negli articoli di giornale non si spiega che sono corsi formativi di commis di cucina tenuti da regolari docenti degli Istituti professionali – da cui l’uso anche di coltelli).
Anna Rita Nuzzaci non è la prima e non sarà certo l’ultima dirigente che in qualche modo rischia di pagare per una visione delle pena, che è quella che la Carta costituzionali e le norme, sia italiane che europee, ci indicano e ci chiamano a rispettare. Una contraddizione di cui molti direttori prima di lei hanno già fatto le spese, promossi per essere rimossi, o semplicemente non salvati da attacchi continui anche a mezzo stampa.
Su questo caso vogliamo prendere una posizione chiara. Una delle associazioni aderenti alla Conferenza è il servizio Odòs della Caritas altoatesina, che si occupa di accompagnare ed accogliere sia le persone in permesso premio che quelle in misura alternativa. Centinaia sono le persone che in questi anni hanno potuto usufruire di misure alternative e di permessi premio. Sono più di cento le giornate di permessi premio nel solo anno in corso, permessi che vengono svolti o nella Casa di accoglienza o nell’appartamento dell’affettività o permessi ad ore con l’accompagnamento di volontari.
Qualche evento critico in questi anni è stato registrato, perché quando si opera seriamente in settori così difficili, è inevitabile che ci siano anche delle criticità, ma statisticamente siano a meno del 4%. È bene ricordare poi che i permessi premio non vengono “concessi” dalla direttrice, ma prevedono molti passaggi formali e giuridici e che poi è il Giudice di sorveglianza che ne dispone o meno la fruibilità, seguendo quelle che sono le indicazioni degli operatori penitenziari, funzionari giuridici pedagogici, comandante e direttrice. I permessi premio abbattono la conflittualità all’interno del carcere e in particolare gli eventi di autolesionismo, permettono di mantenere i legami famigliari e aiutano a pensare in maniera progettuale al proprio futuro. Bolzano è una casa circondariale, i detenuti che vi sono reclusi non hanno lunghe pene da scontare, sono tutti in prossimità del fine pena, è quindi importante che le persone possano rientrare gradualmente nella società, e il primo passo di questo rientro graduale è svolto attraverso i permessi.
È bene ricordare che la sicurezza non si crea escludendo le persone ma lavorando con loro perché il passaggio dal carcere alla società possa essere accompagnato, le statistiche in questo senso dimostrano proprio che è con questo sistema che si abbatte la recidiva, cioè si riduce enormemente il rischio che le persone uscite dal carcere ricommettano reati. Qualche giorno fa i responsabile dei vertici della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia erano a Roma impegnati in diversi colloqui con i due capidipartimento, quello dell’Amministrazione penitenziaria e quello della Giustizia minorile e di Comunità.
Le scelte che la direttrice Nuzzaci ha adottato, in materia di permessi, in materia di apertura (delle celle, delle ore d’aria, della fruibilità degli spazi e delle offerte formative e delle attività di volontariato) vanno nella direzione di applicare le norme esistenti. Pensare ad un carcere che alle 14 chiude le attività formative e ricreative è fuori dal tempo, è dannoso per i detenuti, per la sicurezza stessa degli agenti e per la sicurezza delle popolazione che a breve vedrà quegli stessi detenuti scarcerati perché al fine pena.
A breve la Provincia di Bolzano si doterà di un nuovo carcere, un carcere che dovrebbe nelle intenzioni far propri tutti questi principi e proporre una qualità della vita detentiva nuova e percorsi di reinserimento avanzati, in sinergia con il mondo dell’imprenditoria e con gli organismi di volontariato. Un carcere che possa davvero ridurre la recidiva e quindi creare maggiore sicurezza. Un carcere che metta al centro la persona detenuta e i suoi bisogni e che resti comunque sempre extrema ratio, e non prima e unica risposta penale.
Un carcere finalmente rispettoso delle norme. È bene ricordare che “Tutte le persone private della libertà personale devono essere trattate nel rispetto dei diritti dell’uomo. Le persone private della libertà conservano tutti di diritti che non sono stati tolti loro secondo la legge con la loro condanna (…). Le restrizioni imposte alle persone private della libertà devono essere ridotte allo stretto necessario e devono essere proporzionate agli obiettivi legittimi per i quali sono state imposte…” (Regole penitenziare europee adottate dal Consiglio dei Ministri del Consiglio d’Europa 11 gennaio 2006).
Ci sembra che la direttrice, pur nella ristrettezza e precarietà degli spazi che l’attuale Casa Circondariale offre, stia tentando di applicare norme che vanno in questa direzione. Siamo certi che il rinnovamento che con questo ministro sta avvenendo e che speriamo proseguirà con forza nei prossimi anni, quando vi saranno nuove norme che recepiranno anche l’esito degli Stati generali dell’esecuzione penale che si sono conclusi qualche mese fa, vedrà anche il personale delle Polizia penitenziaria impegnarsi nella stessa direzione. Quella Polizia penitenziaria che spesso per prima segnala a volontari e operatori casi di carcerati a cui prestare attenzione.
Ritorniamo allora alla domanda iniziale: chi ha paura di un carcere umano, o meglio, a chi giova un carcere che non lo sia davvero ?

*Alessandro Pedrotti, Vicepresidente C.N.V.G
**Ornella Favero, Presidente C.N.V.G

Ristretti Orizzonti, 28 novembre 2016

Per costi fissi il 92% delle somme stanziate dall’Amministrazione Penitenziaria, ai detenuti solo briciole


Ministero Giustizia DAPGli agenti penitenziari ci costano troppo: dei 124 euro al giorno spesi dal Dap per detenuto nel 2013, solo 9 euro sono serviti a mantenere la persona perché le spese per il personale e l’edilizia carceraria si sono mangiate quasi l’intero budget. Il sovraffollamento carcerario, sebbene sia sceso, arriva ancora a contenere in qualche caso fino a 191 detenuti per cento posti letto. È quanto riporta Openpolis, associazione indipendente di open government e osservatorio civico della politica.

La spesa per le carceri – Solo il 7,5% dei 124 euro spesi nel 2013 per detenuto dall’amministrazione penitenziaria è servito a mantenerlo. Tutto il resto va a coprire i costi fissi a cominciare dalle spese per il personale pari a quasi 102 euro, l’82% della cifra complessiva: totale spiegato dalla riduzione del sovraffollamento carcerario.
Personale che per il 90% è rappresentato da agenti di custodia per un totale di oltre 40 mila unità contro i circa 30 mila di Francia e Inghilterra e i 25 mila della Spagna. La spesa per il mantenimento dei detenuti è invece un costo variabile in funzione del loro numero: 9,26 euro al giorno per ogni carcerato. Gli investimenti, tra cui la ristrutturazione degli istituti penitenziari o la costruzione di nuove carceri, hanno rappresentato il 5,6% della spesa pari a 6,90 euro. Le spese per beni e servizi, come quelle per le utenze e la manutenzione ordinaria degli immobili, valgono invece il 4,8% pari a poco meno di 6 euro.
Quanto al costo giornaliero per ogni carcerato, si nota che dal 2010 al 2013 il costo è stato costantemente contenuto dal 116 euro del 2010 ai 123 del 2013. Fa eccezione il 2007, l’anno successivo all’indulto dove il costo ad personam è schizzato fino a 190 euro in conseguenza della riduzione della popolazione carceraria.

Affollamento carceri – Oggi le nostre carceri hanno circa 17 mila detenuti in più rispetto a 24 anni fa: nel 1991 i carcerati erano oltre 35 mila, nel 2015 poco più di 52 mila. Se però si guarda al grafico dell’andamento del sovraffollamento carcerario descritto da Openpolis in questo arco di tempo ultraventennale, si nota come dal 1991, quando i carcerati erano oltre i 35 mila, si arrivi con un andamento medio sostanzialmente crescente agli oltre 59 mila del 2005 per poi scendere di colpo a 39 mila detenuti con l’indulto indetto nel 2006 dall’allora ministro della Giustizia Mastella. Numeri che risalgono addirittura di diecimila in diecimila nei due anni successivi fino ad arrivare al dato più recente di 52.164 nel 2015. Un trend ancora una volta sgonfiato di 10 mila rispetto ai 62 mila del 2012 per via di politiche legislative e istituzionali dell’anno scorso che in un caso hanno favorito gli arresti domiciliari per pene fino a tre anni e nell’altro potenziato lavori di pubblica utilità al posto del carcere.

Mancano ancora i posti letto – Al 30 giugno 2016, dai dati del ministero della Giustizia, risultano 54.072 persone detenute nei 193 istituti di pena in Italia. Un numero in diminuzione rispetto agli anni passati quando superavano i 60 mila ma comunque superiore ai 49.701 posti letto disponibili. E proprio in virtù della complessa questione degli spazi minimi di vivibilità per i detenuti e delle sue metodologie di calcolo recepite e ribadite da diverse sentenze della Corte di cassazione, il Garante nazionale dei diritti dei detenuti ha riportato la scorsa settimana l’esito dell’ultima sentenza in ordine di tempo della Corte europea dei diritti dell’uomo, la 3498 di questo novembre 2016.
Il provvedimento ribadisce che lo spazio minimo di 3 metri quadrati va considerato al lordo degli arredi, ma che questi, spesso fissi e ingombranti, devono consentire l’agevole circolazione dei detenuti all’interno della cella. La disponibilità di meno di tre metri quadri evidenzia infatti una “forte presunzione” della violazione del divieto assoluto di trattamenti inumani o degradanti. Una situazione da monitorare per non incorrere più in un caso come quello del 2013 quando la condanna dell’Italia da parte dell’alta Corte con la sentenza Torreggiani, ha disposto un equo indennizzo per quei detenuti che disponevano di uno spazio carcerario addirittura inferiore ai 3 metri quadri.

Marzia Paolucci

Italia Oggi, 28 novembre 2016

Nelle carceri italiane c’è un suicidio ogni 7 giorni. Al primo posto Napoli Poggioreale


Lo dicono i dati del Ministero della Giustizia. Ma se si contano anche le morti meno chiare, comunque legate al disagio della detenzione, si arriva a un numero ancora più alto. Un calo si segnala in seguito alla riduzione del sovraffollamento.

L’istituto dove ce ne sono stati di più è Poggioreale. Pochi dati mettono il luce il disagio nelle carceri come quello dei suicidi, un dramma che coinvolge sia i detenuti che gli agenti di custodia. Su questi ultimi non esiste una statistica ufficiale, ma fonti sindacali parlano di almeno 100 suicidi dal 2000 ad oggi.

statistiche-suicidiIl Ministero della Giustizia pubblica annualmente il dato dei suicidi avvenuti tra i carcerati dal 1992. Oltre al governo, anche l’associazione per i diritti dei detenuti Ristretti Orizzonti tiene traccia di questa statistica, presentando un dato che, per alcuni anni, è addirittura superiore a quello ufficiale.

In base ai dati del ministero, dal 1992 in media si è suicidato un detenuto alla settimana. Entrambe le fonti segnano comunque una riduzione successiva al contenimento del sovraffollamento.

La statistica riportata da Ristretti Orizzonti nel suo dossier “Morire di carcere” non vuole sostituirsi quella ufficiale, né smentirla. L’intenzione è semmai quella di raccogliere maggiori informazioni sul profilo di chi si suicida in carcere; accanto ai suicidi accertati, comprende anche le morti meno chiare, comunque legate al disagio della detenzione. Proprio questi dati ci permettono alcune considerazioni ulteriori sui detenuti che si uccidono nelle carceri italiane.

statistiche-suicidi-2Dal 2009 al 31 agosto 2016, le “morti di carcere” registrate dall’associazione sono state 423. Si tratta di persone in larga parte comprese tra i 25 e i 44 anni di età, anche se l’incidenza è alta anche tra i giovanissimi (20-24 anni) e attorno ai 50 anni.

Il metodo di uccisione più frequente è nel 77% dei casi l’impiccamento, seguito dall’asfissia con il gas (64 casi), l’avvelenamento (20) e il soffocamento (6). Nella triste classifica degli istituti penitenziari con più suicidi dal 2009, al primo posto Napoli Poggioreale (19 casi), seguito da Firenze Sollicciano (17) e Rebibbia a Roma (14).

openpolis.it, 27 novembre 2016

 

Nelle Carceri italiane si continuano a fare spese d’oro. Vitto e sopravvitto sono un business


Centro Penitenziario SecondiglianoNelle carceri italiane si continuano a fare spese d’oro. Nonostante l’ultimo rapporto della Corte dei Conti, risalente al 2014, che mette all’indice il business del vitto e conseguentemente il sopravvitto, i prodotti di prima necessità in carcere continuano ancora ad avere prezzi alti e superiori alla media. Andiamo con ordine. Secondo il vecchio dossier dei magistrati contabili, lo Stato spende al massimo tre euro e 90 centesimi al giorno per i pasti dei detenuti. Eppure alla luce del numero di persone custodite nei penitenziari, l’importo complessivo diventa impressionante: nei quattro anni dal luglio 2013 allo stesso mese del 2017 il costo sarà di 390 milioni di euro. Questo perché non è stato calcolato il numero reale dei detenuti che, rispetto al 2013, è sceso. Rimane il fatto che con tre euro e 90 viene garantita la colazione, pranzo e cena a ciascun detenuto. Viene da se che nessun detenuto riesce a sfamarsi con quello che offre lo Stato. Motivo per il quale i detenuti sono costretti a ricorrere al cosiddetto “sopravvitto”: gli alimenti da acquistare negli empori interni agli istituti. I prodotti in vendita sono gestiti dalla stessa ditta appaltatrice che fornisce anche i generi alimentari per la cucina. Il problema è che i prodotti in vendita hanno cifre da capogiro e non tutti i detenuti hanno la possibilità di acquistarli.

Per capire i prezzi abbiamo l’esempio recente di un listino riportato da una lettera di denuncia dei detenuti del carcere di Secondigliano: 500 grammi di provola 4,30 euro, un chilo di banane 99 centesimi, cento grammi di prezzemolo 0,26 euro, una bottiglia di olio extravergine da un litro 4.99 euro, 250 grammi di caffè 2,70 euro, un chilo di scarole in confezioni 2,30 euro. una singola bottiglia d’acqua da un litro e mezzo va da 0,37 a 0,55 euro. E così via. I detenuti evidenziano nel prezzario anche alcuni articoli da cucina, come la bomboletta gr. 190 (2,05 euro) e una serie di articoli natalizi: biglietti augurali (1.35 euro), datteri gr. 250 (1,49 euro) e i mustaccioli gr. 400 (4,50 euro). E ancora: carta igienica 10 rotoli (2,42 euro), l’accendino bic (1.02 euro).
L’istituzione del sopravvitto risale al 1920 – anno nel quale fu stabilito il Regolamento Generale per gli stabilimenti carcerari – e le ditte che si sono aggiudicate l’appalto per entrambe i servizi nelle carceri italiane sono 14 tra le quali spicca la Arturo Beselli spa con sede a Bergamo e filiali in altre zone della penisola che gestisce gli appalti dal 1930 (quasi un secolo) con un fatturato annuo di diversi milioni di euro. Da anni i detenuti segnalano che i prezzi sono troppo cari, e da anni i volontari che provano a fare una verifica nei supermercati della zona hanno verificato che i prezzi interni al carcere sono uguali a quelli dei negozi.

Apparentemente quindi sembrerebbe che il costo del “sopravvitto” rispetti l’ordinamento penitenziario, il quale recita: “I prezzi non possono essere superiori a quelli comunemente praticati nel luogo in cui è sito l’Istituto”. Ma non è esattamente così. La regola dell’ordinamento è vecchia e andrebbe aggiornata. Era l’epoca in cui non esistevano i discount, e i prezzi erano accessibili. Oggi, soprattutto con la crisi economica, molte persone non possono permettersi di fare spesa nei negozietti e quindi ricorrono ai discount, oppure fanno acquisti nei mercati a Km zero dove hanno tagliato i costi del trasporto e distribuzione. Ma per i detenuti non è così. Per loro vale la dittatura del prezzo unico e ciò ha scatenato numerose “rivolte” nelle carceri. Un problema che esiste da anni. Eppure proprio grazie ad un esposto dei radicali, nel 2011, l’allora capo del Dap aveva predisposto un’indagine approfondita e una valutazione attenta sui costi del sopravvitto. Che fine ha fatto quell’indagine?

Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 21 Novembre 2016

Quintieri (Radicali): “Più che la lettera di un detenuto sembra quella del Direttore”


Emilio Quintieri - RadicaliGentile Direttore de “La Provincia di Cosenza”, ho letto con molta attenzione la stupefacente lettera pubblicata, in data odierna, su “La Provincia di Cosenza” asseritamente redatta da tale R.M., detenuto ristretto presso la Casa Circondariale di Paola in riferimento al decesso del detenuto marocchino Youssef Mouhcine ed essendo stato chiamato più volte in causa ritengo doveroso replicare anche per chiarire alcuni atti, pensieri ed affermazioni attribuitimi che non corrispondono al vero.

Il detenuto, che asserisce di avermi conosciuto personalmente ai tempi della mia detenzione presso l’Istituto Penitenziario di Paola, di stimarmi ed ammirarmi per le mie battaglie civili – riconducibili a suo avviso anche all’insofferenza che ho sempre mostrato verso le regole dell’organizzazione carceraria ritenendole obsolete ed inutili e di essere anche un simpatizzante del Movimento dei Radicali, racconta di essersi “meravigliato di come una vera e propria disgrazia sia stata travisata, quasi come se volesse essere strumentalizzata a fini politici o propagandistici facendo leva persino sul dolore dei familiari della vittima”.

Non le nascondo che, la lettera, più che essere quella di un detenuto mi sembra quella del Direttore del Carcere o del suo difensore.

E’ la prima volta in assoluto che un detenuto si prende la briga di scrivere una nota pubblica per difendere l’operato del Corpo di Polizia Penitenziaria e della Direzione, violando quello che prevedono le “leggi non scritte” che i carcerati sono tenuti ad osservare rigorosamente.

Inoltre, da anni, ricevo ogni giorno decine di lettere di detenuti ma mai sino ad ora mi era capitato di leggere qualcosa di simile; una lettera perfetta, senza errori, con un lessico impeccabile, che forse nemmeno io sarei capace di fare nonostante abbia un pochino di esperienza e sia un laureando in Giurisprudenza !

Venendo alla lettera del detenuto (o del Direttore?) desidero precisare che in nessun mio intervento sono state formulate accuse nei confronti del personale di Polizia Penitenziaria che conosco benissimo e che, quasi sempre, all’esito di numerose visite ispettive effettuate con i membri del Parlamento o con varie Delegazioni Radicali, ho avuto modo di elogiare pubblicamente, ricevendo per questo motivo “attacchi” dai detenuti e dai loro familiari e da altri che, a loro dire, si occupano di carcere e carcerati.

Peraltro, anche quando si è verificato il decesso del detenuto Maurilio Pio Morabito, non ho mai rivolto accuse nei confronti della Polizia Penitenziaria, contrariamente ai familiari del detenuto con i quali, in più occasioni, ho avuto qualche “discussione” perché accusavano i Poliziotti della morte del loro congiunto.

Non sono stato io a dire che Mouhcine fosse “vittima di maltrattamenti” perché non avevo alcun elemento per poterlo affermare. Così come non sono stato io a dire che lo stesso era isolato, in cella liscia, costretto a dormire per terra sul pavimento o che gli veniva impedito di telefonare alla famiglia.

Sono “circostanze” che mi sono state riferite, oralmente e per iscritto, dai congiunti del Mouhcine e che ho ritenuto di esternare pubblicamente affinché venissero fatte delle verifiche, senza colpevolizzare nessuno.

In altri casi, quando ne ho avuto contezza, ho provveduto a denunciare tali fatti senza problemi, come ad esempio la indecente “cella liscia” in cui era allocato da giorni Morabito senza nemmeno la “sorveglianza a vista”, prassi illegale ancora seguita a Paola ed in altri stabilimenti penitenziari. Per cui, ad esser priva di fondamento, è soltanto la “difesa d’ufficio” accuratamente sostenuta del sedicente detenuto !

Leggo, inoltre, che in alcune parti della lettera, il detenuto parla al plurale scrivendo “noi detenuti” ma posso affermare, con tranquillizzante certezza e senza paura di essere smentito, che la stragrande maggioranza dei detenuti ristretti nel Carcere di Paola, non la pensa allo stesso modo di questo grande “scienziato”.

Proprio ieri, ho ricevuto l’ennesima lettera di un detenuto L.D. che si lamenta delle condizioni di detenzione e del trattamento offerto nella Casa Circondariale di Paola riferendo, tra le altre cose, che “la Direttrice non ti riceve mai” chiedendo di sapere “se in Calabria il diritto penitenziario è diverso” e che conclude “spero che il Dap mi rispedisce al Nord perché questo Carcere è un Carcere fantasma”.

Sia nel caso di Morabito che nel caso di Mouhcine ho mosso delle contestazioni ben precise nei confronti della locale Amministrazione Penitenziaria individuando quello che, a mio avviso, costituisce violazione alle disposizioni dell’Ordinamento Penitenziario, del Regolamento di Esecuzione, delle direttive emanate dal Dipartimento e delle altre norme vigenti in materia e criticando la gestione e la conduzione dell’Istituto, diritto che per fortuna è riconosciuto e garantito dalla Costituzione della Repubblica.

Nel chiederle, dunque, di voler pubblicare questa mia “replica” con risalto analogo a quello riservato al brano giornalistico cui la rettifica si riferisce, la ringrazio anticipatamente per la sua disponibilità.

Cosenza 22 Novembre 2016

Emilio Enzo Quintieri (Radicali Italiani)