Napoli, assolto dopo 23 anni, l’avvocato cerca di rintracciarlo e scopre che è morto


giustizia1-640x436Un imprenditore napoletano è stato anche in carcere in Germania accusato dalla moglie di averle sottratto la figlia. La tenacia di una penalista napoletana gli ha restituito giustizia postuma. La moglie tedesca, Carola Hinz, lo accusò di aver sequestrato la figlia di 7 anni. Ma non era vero. Mario Ferraro, imprenditore napoletano, si fece quattro anni di carcere, adorato dalla bambina e del tutto innocente. Al contrario, fu la donna a tentare di portargliela via e a rendersi irreperibile. Il tribunale italiano gli ha restituito giustizia, dopo 23 anni. Troppo tardi. Uscito dalla prigione nel 2004, l’uomo si è ammalato ed è morto in solitudine con un tumore al cervello. Scioccato dalla profonda ingiustizia, aveva fatto perdere le sue tracce. Nemmeno la figlia, oggi trentenne, aveva più sue notizie. E quando il suo avvocato ha cercato di rintracciarlo tra i conoscenti per regalargli la consolazione della sentenza, è spuntato solo un vecchio compagno di banco: “Mario Ferraro si è spento, a 59 anni”.

La sua vicenda creò un caso diplomatico Italia-Germania. Ferraro fu arrestato a Pilsen, Repubblica Ceca e rilasciato su pressioni del governo Ciampi. Fermato di nuovo in Germania, fu condannato alla prigione, sentenza definitiva a fine 1999, quattro scontati nel penitenziario di Monaco di Baviera durante i governi D’Alema e Berlusconi. Poi sulla vicenda è calato il silenzio, anche politico. Lo ha squarciato una tenace penalista napoletana, Esther Lettieri, che nel giudizio di riconoscimento di sentenza straniera ha impugnato quella condanna del tribunale tedesco e dimostrato quello che già all’epoca appariva un incredibile errore giudiziario durante il quale l’uomo si appellò a tutti: da Maurizio Costanzo al capo dello Stato. Grazie alla ricostruzione del legale, è stato assolto dall’ottava sezione penale della Corte d’Appello di Napoli che ha rigettato in 16 punti la richiesta del tribunale tedesco.

Ferraro aveva sposato Carola Hinz a Pomezia e vissuto con la moglie e le due figlie in Germania fino all’ottobre 1992 quando si recò in visita in Italia con una delle due bambine e il consenso della moglie. Ma poco dopo la magistratura tedesca emise un provvedimento cautelare nei suoi confronti per sequestro di minore: la moglie, mentre l’uomo era lontano, lo aveva denunciato a sorpresa, chiesto e ottenuto dal tribunale tedesco un divorzio lampo e senza contraddittorio. Fu l’inizio di un calvario. Il tribunale dei minorenni di Napoli affida la piccola al padre, motivando la decisione anche con i ripetuti tentativi della moglie di rapire la bambina. Lo stallo divide come un muro di Berlino i due coniugi, lui in Italia con Manuela, la moglie in Germania con la seconda figlia. Eppure, sottolinea la Corte d’Appello, l’uomo dichiarò la sua disponibilità a riportare la figlia alla madre a patto di poterla vedere senza essere arrestato. Nonostante l’intervento del ministero degli affari esteri gli consentì di rimettere piede sul suolo tedesco, l’imprenditore finì in manette di nuovo. Gli anni del carcere, la malattia e la solitudine segneranno la sua vita. Un macabro messaggio sul suo profilo Facebook, il volto di un uomo assetato di sangue, l’ultima sua traccia. Fino alla sentenza di innocenza. Fino alla morte.

Ferruccio Fabrizio

La Città di Salerno, 20 ottobre 2016

 

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