Roma, detenuto muore al Carcere di Regina Coeli. Il Pm: cure interrotte troppo presto


Elvio Durante, 45 anni, finito in manette il 23 settembre, è stato rimandato in cella dal centro clinico del carcere dopo quattro giorni di Tso: il dubbio degli inquirenti è che il suo stato psicofisico consigliasse un monitoraggio più accurato da parte dei medici. Mandato in cella dopo (soli) quattro giorni di trattamento sanitario obbligatorio. Si concentra sui tempi molto brevi del ricovero l’inchiesta della procura sulla morte di Elvio Durante, deceduto a Regina Coeli al dodicesimo giorno di detenzione per una crisi respiratoria improvvisa avvenuta mercoledì mattina.

Il dubbio degli inquirenti è che il detenuto – finito in manette lo scorso 23 settembre con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale – sia stato dimesso troppo presto, quando invece il suo stato psicofisico avrebbe consigliato un monitoraggio più accurato. Il pubblico ministero Sabina Calabretta, che indaga con l’accusa di omicidio colposo senza ancora aver iscritto nessuno nel registro degli indagati, ha disposto l’autopsia affidandola al medico legale de La Sapienza, il dottor Giorgio Bolino. È vero che Durante, assuntore saltuario di cocaina come ammesso da lui stesso una volta entrato in carcere, aveva fornito il consenso all’interruzione del ricovero. Tuttavia il sospetto è che l’uomo, residente a Guidonia, avrebbe dovuto essere trattenuto più a lungo, anche per via della tendenza chiaramente manifestata di perdere la pazienza per un nonnulla.
Infatti nel corso dell’udienza di convalida, l’indagato, arrestato per aver reagito con violenza a un controllo della polizia, aveva dato in escandescenze, insultando il giudice prima ancora dell’inizio dell’istruttoria.

A quel punto il magistrato non aveva potuto fare altro che allontanarlo dall’aula e poi disporne il Tso (Trattamento sanitario obbligatorio) in carcere.
La cartella clinica, comunque, non aveva evidenziato alcuna patologia allarmante, ma i facili scatti d’ira avrebbero dovuto preoccupare i medici perché potevano essere il segnale di una profonda alterazione psichica. Dopo essere stato trasferito in cella, nessuno dei compagni di detenzione si era lamentato dei comportamenti di Durante, nei cui confronti risulta solo qualche precedente penale di lieve entità.

Giulio De Santis

Corriere della Sera, 7 ottobre 2016

Sassari, il boss di “Gomorra” Amato denuncia : qui al 41 bis a Bancali non mi curano


raffaele-amatoRaffaele Amato, capo clan camorrista sottoposto al 41bis, si rivolge alla procura perché a suo avviso gli sarebbero negati assistenza medica e un intervento chirurgico dovuto a “gravi patologie”. Aperto un fascicolo.
Un “quadro sanitario preoccupante” al quale non sarebbero seguiti i necessari “accertamenti né da parte di medici di fiducia né presso una struttura esterna, né tantomeno da parte dei medici dell’area sanitaria dell’istituto penitenziario (di Bancali ndr), del tutto inadeguati nel gestire situazioni patologiche gravi. E le visite specialistiche mi vengono puntualmente rigettate”.

Non è lo sfogo di un detenuto qualsiasi. A denunciare nero su bianco una situazione “per la quale rischio la vita” è Raffaele Amato in persona, considerato uno dei camorristi più pericolosi in Italia e in Europa, il capo del clan degli Scissionisti di Secondigliano che ha dato vita nel 2004 alla faida di Scampia. Amato denuncia e la Procura di Sassari decide di indagare. Oggi Raffaele Amato è detenuto in regime di 41 bis nel carcere di Bancali e proprio dalla sua cella ha dato mandato all’avvocato di fiducia Sara Luiu perché depositasse la querela negli uffici della Procura della Repubblica di Sassari. Il magistrato Emanuela Greco ha aperto un’inchiesta – al momento contro ignoti – per verificare se esistano responsabilità ed eventualmente a carico di chi.

Una denuncia dettagliata, quella consegnata all’avvocato Luiu, nella quale Amato – accusato tra l’altro di essere importatore di tonnellate di droga dalla Spagna in Italia – come prima cosa evidenzia “la necessità di essere sottoposto a un immediato intervento chirurgico (peraltro già in programma all’ospedale dell’Aquila prima del mio trasferimento a Sassari) per la rimozione di una “lesione aneurismatica sacciforme della vena gemellare mediale di destra”, come risulta dalle perizie contenute nel diario clinico”. Una patologia che lo costringe a seguire una terapia antitrombotica con eparina “per evitare l’elevato rischio di trombosi venosa profonda e conseguente embolia polmonare. In attesa dell’intervento, dal 3 luglio del 2015 a oggi mi viene fatta un’iniezione di eparina. Per 12 giorni mi è stata somministrata nell’addome attraverso le sbarre della cella!”.
L’elenco delle patologie di Raffaele Amato è lungo: “Sto male anche per via di un intervento di resezione dell’intestino tenue in seguito a una ferita d’arma da fuoco. Ho violente coliche addominali ricorrenti con rischio di occlusione intestinale”.

Ed è per questo motivo che il boss che ha ispirato in “Gomorra” il personaggio di don Salvatore Conte, rivale di Pietro Savastano, sostiene di dover seguire “un particolare regime dietetico che a oggi non mi viene ancora somministrato”. E poi i problemi dentari con un bite andato smarrito: “Ho dato la disponibilità ad acquistarlo a mie spese ma mi è stato risposto che non è consentito”. E ancora le tante malattie dermatologiche: “Mi è stato prescritto l’uso di coperte e lenzuola anallergiche, il dirigente sanitario ha dato l’autorizzazione un anno fa e a tutt’oggi non mi sono ancora state concesse, così come il materasso ortopedico. Mi hanno diagnosticato varie discopatie e mi hanno negato quel tipo di materasso, neppure a mie spese”. Da qui la denuncia e la conseguente apertura di un’inchiesta.

Nadia Cossu

La Nuova Sardegna, 7 ottobre 2016

Adriano Sofri: L’ergastolo ostativo in Italia è uno scempio ! Una pena di morte centellinata


Adriano-SofriLe armi, Trump, e quel sondaggio sulla pena di morte in America. Un accreditato sondaggio annuale, di cui ho letto sul New York Times, avverte che per la prima volta nella storia la maggioranza dei cittadini degli Stati Uniti si dichiara contraria alla pena di morte. La trovo una formidabile notizia, sostanzialmente e simbolicamente. Verrà il giorno in cui si conoscerà il nome dell’ultimo giustiziato, e forse non è lontano. Nel 1994, poco più di vent’anni fa, era l’80 per cento degli americani a dichiararsi in favore della pena capitale.

Le tendenza opposta non ha fatto che crescere poi, per una serie di cause: lo spaventoso numero di assassinati legali dimostrati poi innocenti, le peripezie dei metodi dell’omicidio legale, i costi finanziari eccetera, ma soprattutto il turbamento crescente per la contraddizione fra quella pratica e una società che si vuole civile. Questo complicato intreccio di cause era riassunto dall’Economist a gennaio (ne trovate un resoconto sul Post.it): è interessante che a quella data si valutasse che i favorevoli alla pena di morte fossero ancora il 60 per cento. Ci sono due ragioni peculiari per congratularsi della notizia sul sondaggio: che viene in un periodo in cui particolarmente calda è la discussione sul “libero” spaccio di armi, e nel periodo in cui tiene metà della scena un personaggio come Trump. La speranza sul progressivo rigetto della schifezza della pena di morte è amareggiata da un suo complemento americano ma non solo americano. Là le voci contrarie alla pena capitale ricorrono spesso all’argomento del carcere inesorabilmente a vita, una pena di morte centellinata.

Non solo americano, perché come si sa, se solo lo si voglia sapere, l’Italia ha introdotto una mostruosa dizione giuridica, l’ergastolo cosiddetto “ostativo”, che cioè non può mai avere fine per quanto tempo trascorra e quali che siano i cambiamenti attraversati dal condannato, salvo che questi “collabori”, cioè denunci altre persone. Condizione ulteriormente mostruosa e caricatura del pentimento beninteso.
L’ergastolo “ostativo” è una micidiale violenza fatta al dettato e allo spirito della Costituzione. Oggi lo denunciano prima di tutto con voci intelligenti e sconvolgenti molti di quegli ergastolani che hanno saputo riscattarsi in carcere e nonostante il carcere, e con loro “i soliti radicali” (anch’io) e un numero crescente di persone che hanno professionalmente a che fare con la giustizia, la galera e i detenuti: giuristi, magistrati, avvocati, dirigenti e personale di carceri. Il Papa, anche, che al suo Stato ha provveduto in fretta. Oggi succede anche che all’ergastolo “ostativo” siano contrari anche i maggiori responsabili dell’amministrazione penitenziaria e del ministero della Giustizia. Bel paradosso, cui contrasta l’estensione progressiva e quasi per inerzia dell’ergastolo “ostativo” a categorie di condannati diverse da quelle che pretesero di giustificarne l’introduzione. Americani e italiani, ancora uno sforzo.

Adriano Sofri

Il Foglio, 5 ottobre 2016

Spes contra spem, Capozzoli : La cultura vince su tutti i fronti, anche contro la Mafia


giancarlo-capozzoliSpes contra spem è il docufilm presentato all’ ultima mostra del cinema di Venezia, prodotto in collaborazione con Nessuno tocchi Caino, Indexway e Radio Radicale e girato dal regista Ambrogio Crespi.

E’ un documentario sulle storie di criminali, mafiosi e camorristi, privati della libertà personale presso il carcere di Opera, ma è sopratutto un documentario sulla speranza di queste persone di immaginare ancora il proprio futuro, fuori dalle mura del carcere.

Sulla speranza di loro, intervistati, che sono condannati all’ ergastolo ostativo.

L’ ergastolo è ostativo quando sono negati i benefici e le misure alternative previste dagli articoli 17 e 22 del codice penale.

Possibilità prevista dall’ Art. 4 dell’ Ordinamento Penitenziario, “Divieto di concessione dei benefici e accertamento della pericolosità sociale dei condannati per taluni delitti”.

Un ergastolano, lo scrittore Musumeci, ha lanciato una campagna per raccogliere firme a favore di una proposta di iniziativa popolare per l’ abolizione di questo ergastolo, in virtù di quanto prescritto dall’ art. 27 della Costituzione Italiana che prevede la rieducazione del condannato come fine ultimo della pena e vieta trattamenti contrari al senso di umanità, proposta rilanciata dalla Associazione A buon diritto.

Questo docufilm prende il titolo dal VI Congresso di Nessuno tocchi Caino, tenuto nel carcere di Opera, a Milano, e il titolo è tratto dalle parole della Lettera di San Paolo ai Romani su Abramo che “ebbe fede sperando contro ogni speranza”.

Protagonisti sono i detenuti che hanno aderito a questo progetto, nove in tutto. Di età diversa. Entrati in carcere giovanissimi, sbarbati. E in carcere poi diventati anche nonni. Sono giovani nonni…

Il regista sembra che non abbia voluto sapere nulla dei reati commessi, per non essere condizionato. “Sapevo che erano persone che avevano commesso reati molto gravi, ma poco altro”.

Io preferisco chiedere invece direttamente alle persone con cui lavoro all’ interno della Casa Circondariale di Rebibbia dei loro reati proprio per abbattere questi muri….

Questa proiezione è comunque stata una esperienza straordinaria anche grazie all’ intervento del Ministro della Giustizia Orlando il quale è seriamente sensibile al tema delle carceri. Se da un lato, infatti, il docufilm, vuole fare emergere le problematiche legate alla questione dell’ ergastolo ostativo, da un altro lato vuole “semplicemente” affrontare e affronta in maniera diretta il problema delle carceri in Italia.

C’è da dire che il carcere di Opera sta diventando davvero un modello, nonostante sia un carcere di Alta Sicurezza. Ma grazie soprattutto all’ opera del Direttore Siciliano sta cambiando sostanzialmente a partire dal rapporto assistenti-detenuti.

Quello che voglio dire è che è in atto una vera trasformazione culturale, messa in atto dal Direttore. Se generalmente il rapporto “guardie”- detenuti è un rapporto basato sulla reciproca diffidenza, oggi, ad Opera, si tenta quantomeno un approccio culturale diverso, che sta portando e in parte ha già portato ad un cambiamento radicale nel rapporto tra queste due figure apparentemente incompatibili. Alla diffidenza sostanziale e solita, si è sostituito lo scambio, la confidenza.

Questo approccio diverso ha condotto ad una cultura diversa nei confronti del detenuto, grazie soprattutto al dialogo.

Il Direttore si è speso e continua ad impegnarsi affinchè questo cambiamento in atto sia soltanto l’ inizio di un cambiamento reale.

Cambiamento che è accaduto già nel detenuto stesso.

Il detenuto è cambiato, ha abbandonato per così dire, la sua parte “nera”, per usare le parole del regista, in vista un effettivo ritorno alla vita. Gli assistenti/ guardie devono, nell’ ottica del Direttore, contribuire a questo cambiamento sostanziale e reale. Ma non è semplice.

Una persona privata della sua libertà è inevitabilmente “duro”, rigido. E lo è anche per quella che è stata la sua condotta precedente, la sua vita precedente.

Questo è l’aspetto davvero fondamentale in vista della rieducazione prevista e sancita dalla Costituzione.

Nel Carcere di Opera il detenuto è davvero cambiato a partire da questa relazione altra con gli assistenti.

Oggi c’è confidenza, e i detenuti sono orgogliosi di confidarsi con loro. Confidarsi nel senso proprio di confidenza, consigli che chiedono agli assistenti stessi.

Questo emerge dalla visione stessa del docufilm.

E’ un aspetto decisivo, come si diceva, ed è la svolta che ci si aspetta da un mondo chiuso come quello dello carcere.

E’ l’ unico modo anche, ed è questa l’ idea di Crespi, per riportare effettivamente nella legalità, chi ha vissuto ai margini della società.

Il pericolo, altrimenti, è rendere ancora più pericoloso chi lo era già prima di entrare in carcere.

Pertanto la Cultura vince su tutti i fronti, intanto come unico argine contro la Mafia.

Concretamente.

Ed inoltre questo nostro docufilm  lascia emergere un altro aspetto che mi sembra molto importante anche: sono i detenuti stessi che letteralmente smontano, distruggono con le loro parole, con il loro vissuto raccontando, esponendo, anche con la loro speranza di altro, di una vita diversa, il mito del criminale stesso.

È un aspetto determinante. Chi come noi racconta queste storie ne coglie appieno l’ importanza.

Il rischio è che i giovani delle periferie degradate e dimenticate, con poca o nessuna cultura, che non hanno accesso al sapere e allo studio, prendano i criminali come”modello”.

Esattamente.

Mi sembra essenziale che, grazie all’ arte, al cinema e alla cultura in generale, si possono fare dei passaggi sostanziali in vista di un reale ripensamento del sè e di reale conoscenza di se stessi, che apre nuove strade e porta ad un allontanamento vero dal rischio di emulazione della criminalità.

Le persone protagoniste del docufilm sono “pentiti dell’ anima”. Non si pongono come modelli per i ragazzi “fuori”, tutt’altro.

Non pongono più dei modelli criminali.

L’ arte, la Cultura, il cinema e anche questo docu sono “un grande lenzuolo bianco contro la Mafia” parole che Melillo, capo gabinetto del Ministro Orlando ha usato proprio per dire di questo film.

Raccontare queste storie dicevo.

Storie negative.

I detenuti che raccontano nel film, raccontano degli sbagli fatti, di non sapere cosa sia la felicità.

E’ facilmente comprensibile come queste parole pronunciate da un detenuto abbiano una forza dirompente. Ma mostrano anche l’ aspirazione e la speranza verso un cambiamento reale e profondo nella società stessa.

E’ un film in questo senso educativo che potrebbe essere proiettato anche nelle scuole.

Anche se credo non sia semplice.

Non si vuole sentire parlare di carcere e di detenuti. Ma quest’ opera ha cercato di dimostrare invece che una svolta, un cambiamento reale e radicale è possibile e concreto.

Cambiamento che è il primo obiettivo dell’ Arte e della Cultura.

La cultura o porta a un radicale mutamento o non è cultura.

Riuscire a intervenire a livello culturale al fine di riuscire a cambiare i giovani, e proporre modelli culturali differenti  è un bel cambiandoti culturale anche da parte di chi progetta cultura.

É quello che tento di fare anche io con i miei laboratori integrati con i giovani studenti della facoltà di lettere e filosofia di Tor Vergata, a Roma, e i “ragazzi” reclusi presso la Casa Circondariale…

Il cinema, il teatro servono a cambiare. Assolutamente.

Noi siamo In questo senso responsabili, abbiamo il diritto e il dovere di mostrare ai giovani che esistono possibilità altre.

É l’ unico modo in cui la criminalità può essere efficacemente combattuta e marginalizzata.

É una bella scommessa.

Ma sono convinto, anche dopo aver visto questo progetto, che chi è cambiato deve poter aiutare gli altri. E non marcire in galera ad aspettare che il tempo passi.

Spes contra spem è un progetto che si radica nella storia e nella esperienza di Nessuno tocchi e dei Radicali in generale.

Ecco, Pannella è presente nel film.

E’ nel film la lettera ultima che il leader radicale ha scritto a Papa Francesco sul tema delle carceri.

L’ impegno dei Radicali in favore dei diritti dei detenuti è ben importante. All’ inizio di settembre si è tenuto il congresso straordinario all’ interno della Casa Circondariale di Rebibbia.

La scena nel docufilm è essenziale, sacra quasi.

Una cella illuminata da quattro luci, Quasi a ricreare una sacralità che in un luogo del genere, è ben davvero difficile da trovare.

I detenuti, nell’aprirsi, nel raccontarsi, si sono commossi, mi confida il regista.

Erano, sono sinceri davvero.

Distruggere la figura del criminale, è andare anche contro loro stessi, contro il loro essere stati criminali, contro l’ aver creduto in certi valori o dis-valori piuttosto che in altri.

Raccontano del loro vissuto recluso, delle loro sensazioni, emozioni.

Si sono lasciati andare.

Quando iniziano a parlare sembra che non smetteranno più.

Sono perlopiù ragazzi/uomini ai limiti dell’ analfabetismo.

Se la Cultura è davvero uno degli aspetti più importanti rispetto all’ animo, allo spirito di una persona, lo è anche e soprattutto dove è del tutto assente.

In carcere molti, quasi tutti, hanno una cultura davvero basilare. Minima.

La cultura serve a combattere sia all’ interno del mondo penitenziario, sia e soprattutto fuori, per contrastare combattere e sconfiggere i fenomeni mafiosi, la criminalità.

Dopo Cesare deve morire dei fratelli Taviani, questo tuo docufilm sul carcere. Che è un modo dal mio punto di vista di sensibilizzare la società civile rispetto ad un mondo altrimenti chiuso e dimenticato.

Questo tipo di opere serva a porre una luce diversa su un mondo che viene raccontato sempre e solo in “negativo”. Si parla di carcere solo quando un detenuto è evaso, o solo quando un detenuto è picchiato.

Questo film ne racconta in maniera positiva.

Un detenuto non è un criminale.

Se il film dei Taviani rappresenta esattamente la risposta culturale contro la criminalità stessa, questo docufilm dà voce alle loro parole.

Parole che hanno un effetto micidiale in questo racconto.

Tirare fuori un criminale in meno, è questa l’ intenzione di chi realizza progetti importanti come questo.

Giancarlo Capozzoli *

*Giornalista, regista e scrittore teatrale

Nelle Carceri 42 mila detenuti con disturbi mentali, il 77% degli oltre 54 mila totali


Casa Circondariale Oltre un detenuto su tre soffre di problemi quali psicosi, depressione, disturbi della personalità. Una percentuale che supera anche di tredici volte quella di chi sta “fuori” e viene alimentata dalla segregazione. Contro questo circolo vizioso parte un progetto integrato per nuovo approccio che sia efficace.

Più di 42 mila detenuti italiani – il 77% degli oltre 54 mila totali – convivono con un disagio mentale: dai disturbi della personalità alla depressione, fino alla psicosi. Problemi gravi che possono portare a conseguenze estreme come l’autolesionismo (circa 7 mila episodi in un anno) o il suicidio (43 casi e oltre 900 tentativi solo nel 2014). Il carcere – avvertono gli esperti della Società Italiana di Medicina e Salute Penitenziaria – diventa così un amplificatore dei disturbi mentali: l’isolamento insieme allo shock della detenzione, possono facilitare la comparsa o l’aggravarsi di un problema psichico, a volte latente.

Il panorama delle malattie mentali nelle carceri italiane è molto variegato, con una prevalenza nettamente più alta rispetto a quella che si registra nella popolazione generale. Se fuori dal carcere, ad esempio, i disturbi psicotici si riscontrano nell’1% delle persone, dietro le sbarre la percentuale sale al 4%. Più alti sono anche i numeri della depressione: nei detenuti la prevalenza si attesta intorno al 10% contro il 2-4% della popolazione generale. Inoltre più della metà dei reclusi, il 65%, convive con un disturbo della personalità, una percentuale dalle 6 alle 13 volte superiore rispetto a quella che si riscontra normalmente (5-10%). Al disagio mentale, infine, si sommano spesso i disturbi da sostanze stupefacenti, che tra i detenuti hanno una frequenza 12 volte maggiore rispetto a quella della popolazione generale (48% contro 4%).

Constatando questa situazione è nato il progetto “INSIEME – La Salute mentale in carcere”. promosso dalla Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria, dalla Società Italiana di Psichiatria e dalla Società Italiana di Psichiatria delle Dipendenze con il supporto di Otsuka. Obiettivi dell’iniziativa sono spezzare il circolo vizioso della sofferenza psichica e introdurre un approccio integrato nella gestione dei disturbi mentali in carcere, sviluppando un percorso applicabile in tutti gli istituti penitenziari italiani. Lunedì 10 ottobre, Giornata Mondiale della Salute Mentale, il progetto INSIEME presenta un nuovo Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale che si propone di integrare le diverse figure professionali che lavorano all’interno delle prigioni e di assicurare una continuità terapeutica-assistenziale anche dopo la scarcerazione. Si tratta di un progetto multidisciplinare che, puntando sull’integrazione delle diverse figure professionali che lavorano all’interno delle prigioni, propone schemi unitari per la gestione del detenuto psichiatrico sia durante la detenzione, sia al momento del suo rilascio, assicurando così una continuità terapeutica-assistenziale anche dopo la scarcerazione.

Gabriella Meroni

Vita, 6 ottobre 2016