Siracusa, Garante dei detenuti, emanato dal Comune l’avviso pubblico per la selezione


comune-di-siracusaÈ stato diffuso oggi l’avviso pubblico – a firma del sindaco, Giancarlo Garozzo, e dell’assessore alle Politiche sociali, Giovanni Sallicano – per la selezione del Garante dei diritti delle persone private della libertà, figura introdotta dal consiglio comunale lo scorso febbraio. L’incarico è a titolo gratuito; la sua durata è legata a quella del sindaco e resta in regime di prorogatio fino alla scelta del nuovo Garante. Può partecipare alla selezione chi ha esperienza o competenza nel campo della tutela dei diritti delle persone e delle attività sociali negli istituti di prevenzione e pena. Gli interessati non devono trovarsi nella situazioni di incandidabilità e ineleggibilità previste per i consiglieri comunali; il Garante decade se dovessero ricorrere tali condizioni durante il mandato.
L’incarico è incompatibile con professioni svolte nell’ambito della giustizia e della sicurezza pubblica, con la professione forense e con le cariche elettive o di amministratore in enti, aziende o società partecipate del Comune.

I candidati devono presentare domanda e curriculum entro 30 giorni al settore Politiche sociali (via Italia 105) e la nomina avviene con decreto del sindaco.
La figura nasce per tutelare i diritti fondamentali dell’individuo detenuto o limitato della libertà personale anche nel periodo di reinserimento sociale, finalità che vanno perseguite collaborando con le istituzioni penitenziarie per una reale funzione educativa della pena. Il Garante assume iniziative per l’inserimento nel mondo del lavoro dei detenuti una volta tornati in libertà; supporta i detenuti e le famiglie nell’accesso ai servizi garantiti dal Comune e nell’accesso agli atti amministrativi; si rivolge alle autorità competenti in caso di violazione dei diritti; promuove iniziative di sensibilizzazione pubblica; è a disposizione delle famiglie e di quanti si occupano della rieducazione e del reinserimento sociale dei detenuti.

siracusanews.it, 26 ottobre 2016

Asti, pestarono un detenuto. Poliziotti Penitenziari condannati anche in Appello


casa-circondariale-di-asti-2Imputati un Sovrintendente e un Assistente della Polizia Penitenziaria che nel 2010 avevano aggredito e picchiato un detenuto.
Sono stati condannati anche in Corte d’Appello per lesioni Carmelo Rositano e Nicola Sgarra, il Sovrintendente e l’Assistente della Polizia Penitenziaria che nel 2010 avevano aggredito e picchiato un detenuto, Mohammed Carlos Gola, 31, nell’infermeria del Carcere di Quarto. La vittima aveva riportato varie ferite, riconosciute da un medico legale e guarite in 1 mese. In primo grado in tribunale ad Asti nel 2014 erano state disposte le pene di 2 anni e 8 mesi per Rositano e di 2 anni e 2 mesi per Sgarra. Ieri in Appello i giudici hanno invece condannato entrambi ad 1 anno, concedendo la sospensione condizionale.

È stato ridotto da 10 a 5 mila euro il risarcimento che i due imputati devono versare a Gola, nel frattempo tornato libero ed attualmente residente a Portacomaro. L’accusa di ingiurie è caduta perché nel 2015 il reato è stato abrogato. È stata parzialmente accolta la tesi dei legali dei due agenti penitenziari, gli avvocati Enrico Calabrese e Maurizio La Matina, secondo i quali il pestaggio non era stato commesso per motivi religiosi. Gola è di fede islamica. “Sono soddisfatto – ha commentato Guido Cardello, avvocato di parte civile di Gola – Anche i magistrati dell’Appello hanno ritenuto veritiera la testimonianza del mio assistito. Ora confido che il Dipartimento della Penitenziaria allontani i due condannati dal loro incarico”.

La Stampa, 26 ottobre 2016

Padova, L’ergastolo ti fa morire tutti i giorni, Said ha preferito farlo una volta e basta


cc-padovaIn un risveglio di una domenica come tante, in carcere dove le giornate hanno tutte lo stesso peso, ancora imbambolati di sonno, nei corridoi gira voce che stanotte si è impiccato un detenuto, dopo pochi minuti si scopre anche il nome, “È morto Said”, un ragazzo egiziano che noi tutti conoscevamo perché lavorava al casellario dove vengono smistati gli oggetti personali dei detenuti. Ancora increduli, io e i miei compagni ci guardavamo in faccia per capire perché. Alla tv se ne sentono tante di notizie che dei detenuti provano o riescono a togliersi la vita, ed è sempre un colpo preso da vicino per chi vive il carcere sulla propria pelle, quando invece la notizia ci colpisce da più vicino ancora e si conosce il detenuto di persona l’effetto è travolgente ed angosciante.

Questa mattina come ogni domenica si è celebrata la messa all’interno dell’istituto, ma non era la solita messa, era una giornata in memoria di tante persone andate via da questo mondo in questa settimana, quando è stato nominato Said da un altro compagno detenuto, che ha voluto ricordarlo tenendo in mano una sua foto e descrivendo a chi non lo conosceva che persona buona era quel ragazzo sempre timido e taciturno, è stato un momento davvero straziante.
Mentre si celebrava la messa avevo il volto di Said impresso nella mente, e mi domandavo perché avesse preso questa decisione di farla finita, fra le tante domande che ognuno di noi si pone in questi casi è che condanna avesse, se avesse cominciato ad andare in permesso, se avesse famiglia o altro. Il nostro amico Said era un ergastolano da 20 anni in carcere, probabilmente per arrivare a questa decisione forse non aveva avuto ancora neppure un’ora di permesso? E invece no, da un po’ di tempo i permessi gli erano stati dati. Allora mi dico perché? Il perché poi l’ho compreso, credo, Said non aveva proprio nessuno che lo aspettava fuori di qui, durante i permessi di cui usufruiva rimaneva in compagnia dei volontari nella struttura dei Piccoli passi che ospita i detenuti.

Penso che per Said lì fuori, senza qualcuno che ti ama veramente, questo posto era diventato uguale a tutti gli altri e forse ha pensato che non valeva la pena pagare un debito senza alcun familiare che ti aspetti e ti aiuti a ricostruire quello che rimane degli affetti dopo 20 interminabili anni di galera. Una persona condannata all’ergastolo dice spesso che una condanna così ti fa morire tutti i giorni, lui ha preferito farlo una volta e basta, morendo in carcere definitivamente e restituendo per intero il debito che aveva verso l’istituzione, quell’istituzione che invece gli aveva dato una condanna che lo avrebbe fatto morire lentamente. Ma all’azione materiale di farsi la corda e stringersela al collo ci ha pensato lui stesso, un pensiero che forse cresce piano piano nel corso della detenzione col passare degli anni, dopo aver perso tutto dalla vita. Quello che mi spaventa realmente è che lui era una persona che non dimostrava di poter arrivare a tal punto, di solito chi arriva a questi estremi ha dei precedenti squilibri, dei disagi, lui sembrava l’opposto, sempre per i fatti suoi, invadente solo nel suo silenzio che alla fine ha spiazzato tutti. Ancora non posso crederci: un ragazzo pieno di educazione, sorridente a suo modo e con molto altro di bello, a quanto pare è stato bravo a nascondere il suo diabolico piano di togliersi la vita, stavolta ha vinto lui non l’istituzione che non è riuscita a fermalo prima.

Ma tanto chi se ne fregherà di queste persone, se si toglieranno la vita o meno, in tanti che sentiranno una notizia del genere sicuramente diranno “uno in meno”, ed uno in meno a cui pagare il fitto di una casa sbarrata che doveva farlo morire ugualmente, ma giorno dopo giorno. Mi sento di dire a queste persone che la morte di tutti noi detenuti messi insieme non vi libererà dal vostro odio, quello vi accompagnerà sempre. Said era un bravo ragazzo per quanto mi riguarda, non conoscevo i suoi reati e neanche il suo passato. Io ho conosciuto Said dopo tanti anni, quello che conta è che non era più la persona di quando ha commesso i suoi gravi reati. È facile giudicare una persona senza conoscerla, dovevate guardare il suo sguardo da agnello smarrito e poi forse fareste altre valutazioni, ormai è troppo tardi nessuno potrà più guardarlo da vivo, ha preferito oltrepassare il mondo e provare a ricominciare da capo a ricostruirsi i suoi affetti vicino ai suoi cari lassù. Ciao Said, sarai nei nostri ricordi, nelle nostre preghiere e sempre in mezzo a noi con il tuo sorriso.

Raffaele Delle Chiaie

Ristretti Orizzonti, 26 ottobre 2016

Detenuto muore in Carcere a Paola. Notizia tenuta nascosta, Radicali protestano col Dap


 

Casa Circondariale di PaolaUn giovane detenuto, di nazionalità straniera, con problemi di tossicodipendenza ed al quale restava da espiare circa un mese di reclusione, nei giorni scorsi, è stato trovato morto all’interno della sua cella nella Casa Circondariale di Paola. Al momento non è dato capire se si tratti di un suicidio oppure di un incidente visto che l’evento critico sarebbe stato causato dalla inalazione del gas della bomboletta, del tipo consentito di cui i detenuti sono in legittimo possesso per riscaldare cibi e bevande. Pare, inoltre, che la Procura della Repubblica di Paola abbia disposto l’esame autoptico per accertare le cause del decesso. Lo dichiara Emilio Enzo Quintieri, esponente dei Radicali Italiani ed attivista per i diritti dei detenuti. Non ci sono notizie ufficiali e nessuno ha diffuso la notizia del tragico evento ma nonostante tutto, tramite i nostri informatori, siamo riusciti a venirne a conoscenza. E non è la prima volta che accade che si cerchi di nascondere decessi o altri “eventi critici” nella Casa Circondariale di Paola. Infatti ci sono stati altri gravi atti autolesivi anche con tentativi di suicidio nonché casi di aggressione al personale dell’Amministrazione Penitenziaria che non sono state rivelate all’esterno, contrariamente a quanto avviene in altri Penitenziari.

Viene ripetutamente violato – prosegue l’esponente radicale – un provvedimento del Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del 18/10/2011, trasmesso con Circolare n. 397498 del 21/10/2011, col quale si stabilisce che “Per garantire una trasparente e corretta informazione dei fenomeni inseriti nell’applicativo degli “eventi critici” le principali notizie d’interesse saranno, inoltre trasmesse al Direttore dell’Ufficio Stampa e Relazioni Esterne per le attività di informazione e comunicazione agli organi di stampa e la eventuale diffusione mediante i canali di comunicazione di cui dispone il Dap (rivista istituzionale, newsletter, siti istituzionali).” Non è più tollerabile che venga nascosto quanto avviene all’interno degli Istituti Penitenziari. Ho sentito l’Ufficio Stampa e Relazioni Esterne del Dap e non sapevano nulla. Ho sentito anche la Sala Situazioni dell’Ufficio per l’Attività Ispettiva e per il Controllo ma mi hanno detto che, telefonicamente, non davano queste notizie, pretendendo una formale richiesta scritta alla quale, per il momento, non è stata data risposta. Nemmeno all’Osservatorio Permanente per le Morti in Carcere sapevano nulla. L’ultimo decesso inserito nell’elenco riguarda il suicidio del detenuto El Magharpil Said, 47 anni, avvenuto il 22 ottobre scorso nella Casa di Reclusione di Padova. Senza il decesso verificatosi a Paola, continua Quintieri, nelle Carceri italiane in questi mesi del 2016 sono morte 81 persone detenute, 29 delle quali per suicidio, mentre dal 2000 ad oggi sono 2.575 i detenuti “morti di carcere”, 917 dei quali si sono tolti la vita. Una strage che non fa notizia e che non interessa a nessuno !

A protestare e chiedere spiegazioni in ordine al decesso del detenuto straniero anche Shyama Bokkory, Presidente dell’Associazione Alone Cosenza Onlus che si occupa della tutela dei diritti degli stranieri, già Mediatrice interculturale e linguistica presso la Casa Circondariale di Paola, attività di volontariato stranamente fatta cessare dal Direttore Caterina Arrotta perché non vi erano più stranieri quando invece il Carcere di Paola è uno dei pochi in cui la presenza dei detenuti extracomunitari è particolarmente rilevante (83 su 210). La Bokkory ha scritto al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ed al Provveditorato Regionale della Calabria nonché all’Ufficio di Sorveglianza presso il Tribunale di Cosenza.

Nelle ultime visite dei Radicali al Carcere di Paola, tenutesi il 16 luglio ed il 24 settembre, era stata riscontrata e denunciata alle Autorità competenti, tra le altre cose, l’assenza del Mediatore culturale per gli stranieri, la mancata attivazione nell’Istituto della “sorveglianza dinamica”, la carenza degli Educatori ed il mancato accesso e visita del Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria.

Nei giorni scorsi, il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo con nota Prot. n. 346188 del 20/10/2016, in risposta alla relazione inviatagli dai Radicali all’esito della visita presso la Casa Circondariale di Paola, ha trasmesso la direttiva impartita alle articolazioni competenti con la quale ha chiesto di relazionare in merito alle criticità rilevate durante la visita e agli interventi all’uopo adottati.

La direttiva del Capo Dipartimento Prot. n. 346169 del 20/10/2016 è stata inviata alla Direzione Generale del Personale e delle Risorse del Dap, al Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria per la Calabria di Catanzaro ed al Direttore della Casa Circondariale di Paola.

Consolo ha chiesto che gli vengano riferite notizie riguardo al “perdurare dell’assenza del “mediatore culturale”, nonostante all’esito della precedente visita del 16/7/2016 la Direzione dell’Istituto de quo avesse dato rassicurazione circa l’adozione di apposite iniziative, anche mediante le associazioni e gli enti presenti sul territorio tirreno, al fine di individuare una idonea figura professionale; avvio delle opportune verifiche volte a favorire l’eventuale applicazione del modello operativo della c.d. “sorveglianza dinamica”, anche tramite il ricorso, con progetti specifici, ai finanziamenti della Cassa delle Ammende; carenza di personale appartenente alla qualifica professionale di Funzionario giuridico pedagogico, atteso che si asserisce che risultino in servizio solo n. 2 educatori, a fronte di una previsione organica di n. 6 unità totali (con conseguente opportunità di mobilità intra-distrettuale o inter-distrettuale finalizzata ad una progressiva soluzione della problematica) e sugli asseriti mancati accessi e ispezioni da parte del Provveditore, sia nell’Istituto di Paola che in altri Penitenziari calabresi”.

Detenuto in coma all’Ospedale Don Bosco di Napoli. Nessuna revoca della carcerazione


CC SecondiglianoUn giovane romano, Stefano Crescenzi, di anni 37, è detenuto in custodia cautelare in quanto condannato alla pena di anni 23 di reclusione dalla Corte di Assise di Roma presieduta dal Giudice dott.ssa Anna Argento, ed è in atteso del giudizio di appello. Il reato è quello dell’omicidio di Giuseppe Cordaro avvenuto in Roma alla via Aquaroni, zona Tor Bella Monaca il 30 marzo dell’anno 2013. Negli ultimi giorni, a causa delle sue gravi condizioni di salute dovute e connesse al rifiuto di alimentarsi, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha ritenuto che Crescenzi non potesse rimanere presso un ordinario istituto penitenziario ed ha deciso il suo trasferimento dalla casa circondariale di Livorno presso il centro clinico della casa circondariale di Napoli – Secondigliano.

A spiegare la circostanza, l’avvocato Dario Vannetiello: “Subito, i sanitari del centro clinico di Napoli – Secondigliano si sono resi conto che non avrebbero potuto apprestare le cure al detenuto, le cui condizioni peggioravano. Così, la direzione sanitaria del penitenziario partenopeo ha deciso il trasferimento all’Ospedale Cardarelli di Napoli, e, di lì, trasferito, infine, in condizioni a dir poco preoccupanti, all’Ospedale Don Bosco di Napoli. Le condizioni del detenuto sono ancora di più precipitate tanto da portare il difensore di Crescenzi, l’avvocato Dario Vannetiello del Foro di Napoli, nel pomeriggio del 19 ottobre a chiedere alla Corte di Assise di Roma di revocare immediatamente la misura cautelare, o adottare urgentemente una decisione che consentisse al detenuto di ricevere le cure adeguate in un centro specializzato, da individuarsi da parte della Corte o da parte dei familiari.
Il detenuto era ed è a rischio di morte improvvisa. Ora il detenuto è addirittura arrivato in coma, morirà se non verranno effettuati i giusti interventi e le opportune cure.
La urgentissima richiesta formulata dall’avvocato ancora non riceve risposta. In tali provate condizioni, a prescindere dagli accertamenti del caso, la decisione deve esser assunta con la immediatezza che il caso impone, così come l’avvocato Vannetiello pretende. Ognuno ha diritto di non morire, ivi compreso un uomo in stato di detenzione, a maggior ragione quando non è stato neppure condannato definitivamente. Vi è la presunzione di innocenza dei cittadini sino alla decisione definitiva di condanna.
La legge, giustamente, prevede che un uomo può essere sottoposto a carcerazione preventiva, quindi prima della sentenza definitiva, ma devono ricorrere le esigenze cautelari che sono quelle del pericolo di inquinamento delle prove, di fuga e di reiterazione del reato. Nel presente caso il pericolo di inquinamento delle prove è superato dalla avvenuta conclusione del processo di primo grado. Mentre il pericolo di fuga e quello di reiterazione è escluso in radice dall’essere il detenuto in coma, in fin di vita. Allora perché la Corte di Assise di Roma non ha deciso subito ?

Cosa i giudici aspettano? C’è mezzo la vita di un uomo, un presunto innocente. La mamma del detenuto ed i familiari tutti chiedono solo di non farlo morire, poi, se Crescenzi ha sbagliato, pagherà il suo conto con lo Stato. Ma adesso lo Stato, e gli uomini che lo rappresentano, cioè i Giudici della Corte di Assise di Roma lo devono proteggere. La detenzione non deve mai essere disumana, come le decisioni di chi rappresenta lo Stato, le quali non possono in casi simili arrivare in ritardo. E poi, come potrebbe un moribondo in coma (attualmente è intubato, con ventilazione assistita ed ha perso conoscenza) con prognosi estremamente riservata, darsi alla fuga o commettere reati?
I familiari di Crescenzi hanno o non hanno il diritto di decidere loro dove e come e chi deve cercare di salvare Stefano? Qualora i medici dell’ospedale dove per legge è stato portato (e che non sono stati scelti né da detenuto, né dai familiari) hanno riferito che il detenuto è talmente grave tale da non poter essere trasportato altrove, allora come è possibile che non viene revocata la carcerazione preventiva? Spesso ci si dimentica che dietro un nome ed un cognome, non c’è un numero, ma un uomo, come ci sono i familiari, i quali, spesso, non hanno neppure compiuto un’ illegalità, ma che subiscono quello che, in questi tragici momenti, nessun uomo non dovrebbe subire, tantomeno da chi rappresenta la Giustizia. Tutto quello che accadendo è inaccettabile”.

Quotidiano del Sud, 21 ottobre 2016

Napoli, assolto dopo 23 anni, l’avvocato cerca di rintracciarlo e scopre che è morto


giustizia1-640x436Un imprenditore napoletano è stato anche in carcere in Germania accusato dalla moglie di averle sottratto la figlia. La tenacia di una penalista napoletana gli ha restituito giustizia postuma. La moglie tedesca, Carola Hinz, lo accusò di aver sequestrato la figlia di 7 anni. Ma non era vero. Mario Ferraro, imprenditore napoletano, si fece quattro anni di carcere, adorato dalla bambina e del tutto innocente. Al contrario, fu la donna a tentare di portargliela via e a rendersi irreperibile. Il tribunale italiano gli ha restituito giustizia, dopo 23 anni. Troppo tardi. Uscito dalla prigione nel 2004, l’uomo si è ammalato ed è morto in solitudine con un tumore al cervello. Scioccato dalla profonda ingiustizia, aveva fatto perdere le sue tracce. Nemmeno la figlia, oggi trentenne, aveva più sue notizie. E quando il suo avvocato ha cercato di rintracciarlo tra i conoscenti per regalargli la consolazione della sentenza, è spuntato solo un vecchio compagno di banco: “Mario Ferraro si è spento, a 59 anni”.

La sua vicenda creò un caso diplomatico Italia-Germania. Ferraro fu arrestato a Pilsen, Repubblica Ceca e rilasciato su pressioni del governo Ciampi. Fermato di nuovo in Germania, fu condannato alla prigione, sentenza definitiva a fine 1999, quattro scontati nel penitenziario di Monaco di Baviera durante i governi D’Alema e Berlusconi. Poi sulla vicenda è calato il silenzio, anche politico. Lo ha squarciato una tenace penalista napoletana, Esther Lettieri, che nel giudizio di riconoscimento di sentenza straniera ha impugnato quella condanna del tribunale tedesco e dimostrato quello che già all’epoca appariva un incredibile errore giudiziario durante il quale l’uomo si appellò a tutti: da Maurizio Costanzo al capo dello Stato. Grazie alla ricostruzione del legale, è stato assolto dall’ottava sezione penale della Corte d’Appello di Napoli che ha rigettato in 16 punti la richiesta del tribunale tedesco.

Ferraro aveva sposato Carola Hinz a Pomezia e vissuto con la moglie e le due figlie in Germania fino all’ottobre 1992 quando si recò in visita in Italia con una delle due bambine e il consenso della moglie. Ma poco dopo la magistratura tedesca emise un provvedimento cautelare nei suoi confronti per sequestro di minore: la moglie, mentre l’uomo era lontano, lo aveva denunciato a sorpresa, chiesto e ottenuto dal tribunale tedesco un divorzio lampo e senza contraddittorio. Fu l’inizio di un calvario. Il tribunale dei minorenni di Napoli affida la piccola al padre, motivando la decisione anche con i ripetuti tentativi della moglie di rapire la bambina. Lo stallo divide come un muro di Berlino i due coniugi, lui in Italia con Manuela, la moglie in Germania con la seconda figlia. Eppure, sottolinea la Corte d’Appello, l’uomo dichiarò la sua disponibilità a riportare la figlia alla madre a patto di poterla vedere senza essere arrestato. Nonostante l’intervento del ministero degli affari esteri gli consentì di rimettere piede sul suolo tedesco, l’imprenditore finì in manette di nuovo. Gli anni del carcere, la malattia e la solitudine segneranno la sua vita. Un macabro messaggio sul suo profilo Facebook, il volto di un uomo assetato di sangue, l’ultima sua traccia. Fino alla sentenza di innocenza. Fino alla morte.

Ferruccio Fabrizio

La Città di Salerno, 20 ottobre 2016

 

Le Carceri in Italia costano circa 3 miliardi di euro l’anno ma producono uno dei tassi di recidiva più alti d’Europa


Casa CircondarialeIl sistema penitenziario italiano costa al contribuente circa 3 miliardi di euro l’anno, ma produce uno dei tassi di recidiva più alti d’Europa. È un grande paradosso, conseguenza di molteplici fattori che possono essere sinteticamente riassunti in un dato di fatto; la galera è stata pensata più per l’afflizione che per il ravvedimento.

È un carcere punitivo e infantilizzante quello italiano, dove il recupero e la rieducazione passano prevalentemente per l’obbedienza e la sottomissione ai regolamenti e all’istituzione. La Riforma penitenziaria del 1975 aveva cominciato a recepire i principi dell’articolo 27 della Costituzione che, tra l’altro, dichiara che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità.
Dopo questa legge non sono stati fatti quegli ulteriori passi in avanti necessari a trasformare le prigioni da luoghi di mera custodia, a occasioni per sviluppare percorsi di cambiamento e riscatto sociale che spingessero a sganciarsi dalle maglie della criminalità. C’è da dire che, mentre in questi anni la società ha subito grandi trasformazioni, il carcere è rimasto uguale a se stesso.

Una istituzione deresponsabilizzante, dove il periodo della detenzione è contrassegnato per lo più da un ozio forzato che fa sprecare il tempo che dovrebbe essere invece impiegato per la risocializzazione, e per un vero ripensamento della propria vita. Nelle nostre prigioni la routine e il linguaggio di tutti i giorni spingono i detenuti verso una dimensione passiva e infantile che riesce al massimo a formare un buon detenuto, ma non certamente un buon cittadino. È uno spaccato che emerge anche dalle lettere scritte da Enzo Tortora alla sua compagna durante i mesi trascorsi in carcere, pubblicate durante l’estate da Il Mattino. È una straordinaria descrizione della quotidianità vissuta all’interno dei penitenziari. “Sapessi – scriveva Tortora – cos’è l’umiliazione di dover scrivere ogni cosa, la più rutile come una lametta da barba, una lozione, un telegramma che verrà letto prima, in fondo a una domandina”. Si dice proprio così – aggiungeva – come all’asilo. E con tanto di “con ossequio” finale.

La “domandina” è il modello attraverso cui i detenuti possono fare ogni tipo di richiesta: il lavoro, i colloqui con i volontari, l’accesso ai corsi professionali, le visite mediche e la spesa settimanale. Sono passati oltre 30 anni ma il carcere è rimasto sempre identico a se stesso, nella terminologia come nei ritmi della vita ordinaria. La conta, le ore d’aria, le giornate sempre uguali nelle celle, dove “il tempo è un gocciolare interminabile, inutile, assurdo”, e solo se sei fortunato puoi partecipare a qualche attività lavorativa o rieducativa. Il detenuto modello è quello che non crea problemi e come i bambini non deve arrecare disturbo. In questo modo, i carcerati vengono deresponsabilizzati e non diventano i protagonisti del loro percorso di riscatto e di reinserimento nella società. C’è una enorme sproporzione tra l’enorme numero di agenti di polizia penitenziaria presenti nelle nostre carceri e quello di educatori, assistenti sociali, per non parlare degli psicologi, specie ormai in estinzione. I premi e i benefici sono concessi solo per la buona condotta e per l’assenza di sanzioni disciplinari.

Si tratta invece di coinvolgere chi ha avuto comportamenti devianti in processi di revisione personale, che devono produrre cambiamenti determinanti, attraverso condotte riparatorie nei confronti di chi ha subito violenza, o nella partecipazione concreta a rendere migliori le condizioni del carcere in cui si vive, solo per fare qualche esempio. Succede che chi è impiegato in una attività retribuita non ha la dignità di lavoratore, diventa un participio e viene chiamato “lavorante”.
Anche le mansioni vengono sminuite nelle prigioni. Chi raccoglie gli ordinativi della spesa dei detenuti assume l’incarico di “spesino”, chi è addetto a spazzare nei luoghi comuni è lo “scopino”. Proprio qualche tempo fa mi è capitata tra le mani una domandina che chiedeva “umilmente alla stimatissima Signoria Vostra di poter effettuare un breve colloquio con il volontario”. Le notizie di cronaca talvolta ci parlano di detenuti modello che usciti in permesso premio o per fine della pena, commettono reati che appaiono poi inspiegabili agli operatori penitenziari. Chi, invece, durante la carcerazione manifesta un disagio, magari con gesti violenti o autolesionistici viene isolato e tanto spesso trasferito in altro penitenziario, per evitare ulteriori problemi, senza capire che dietro quei comportamenti ci potrebbero essere malesseri o domande inespresse. Il clima di paura e la domanda di sicurezza della nostra società hanno avuto una grande influenza nel determinare un approccio esclusivamente punitivo.

Chiudere in cella chi ha commesso reati e buttare la chiave non è solo uno slogan, ma è tutto un modo rassicurante e liberatorio di concepire l’esecuzione della pena. Tuttavia il carcere che umilia i detenuti aumenta la recidiva e non la sicurezza. Questo strabismo sociale è stato colto negli Stati generali dell’esecuzione penale, promossi dal ministro della Giustizia Andrea Orlando. Una discussione articolata in 18 tavoli tematici a cui hanno partecipato operatori del mondo penitenziario, accademici, volontari, intellettuali. Questo confronto dovrebbe produrre alcune proposte di modifiche legislative in materia di esecuzione delle pene. Perché non lo dimentichiamo, la Costituzione parla di pene al plurale, ricordando così che la detenzione non è l’unico modo per scontare una sanzione penale. Il dibattito dovrà continuare nei prossimi mesi per contribuire a quel cambiamento culturale che dovrà trasformare chi è recluso da buon detenuto a buon cittadino. Guai a fare passi indietro sulle carceri. È un’utopia ? Edoardo Galeano, intellettuale uruguaiano, ricordato proprio negli Stati generali, diceva che “l’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora, a cosa serve l’utopia? A questo, serve per continuare a camminare”. Ma nel frattempo perché non cominciare a modificare subito il linguaggio delle nostre galere?

Antonio Mattone

Il Mattino, 19 ottobre 2016