Fassone : “Io, Giudice che ho condannato un uomo al carcere a vita dico no a questa pena”


Elvio Fassone GiudiceIntervista con Elvio Fassone, autore di “Fine pena ora”. Poteva essere l’ultima lettera. L’ultima di una fitta corrispondenza durata 26 anni, quella tra Salvatore, giovane ventisettenne condannato all’ergastolo 28 anni prima, ed Elvio Fassone il giudice che emise quella sentenza nel 1978. Poteva essere l’ultima lettera, ma per fortuna le cose sono andate diversamente. Salvatore, infatti, aveva deciso di cambiare il corso della sua vita da ergastolano con un “fine pena ora”.

Aveva deciso, cioè, in un momento di sconforto, di suicidarsi. Voleva farlo con una cinghia da stringere intorno al collo. Voleva usarla per riprendersi quella libertà che la condanna a “fine pena mai” non gli avrebbe mai potuto garantire. Ma poi l’intervento tempestivo di un agente di polizia penitenziaria ha evitato la tragedia. E così Salvatore ha scritto al suo giudice-confidente. “L’altra settimana ? gli ha confidato – ne ho combinata una delle mie: mi sono impiccato… Mi scusi”.
Inizia così “Fine pena: ora” (Sellerio editore), il racconto di Elvio Fassone, ex magistrato, ex senatore Ds per due legislature ed ex componente del Csm, del suo rapporto con Salvatore (nome di fantasia utilizzato dall’autore).

Fine pena ora. Ce lo spiega ?

Nella cartella che accompagna la vita di un ergastolano c’era scritto “fine pena mai”. Oggi il computer che pretende di tradurre i concetti in cifre ha sostituito quella frase con un freddo “31/12/9999”. Quando l’ergastolano esaurisce la sua capacità di sopportare la drammatica assenza totale di futuro può capitare, e purtroppo accade di frequente, che tenti di togliersi la vita. Ecco perché idealmente ho sostituito la parola “mai” con “ora”. La mia pena finisce adesso e faccio finire la mia vita dato che non ha più alcun senso.

Salvatore aveva deciso. Lo hanno salvato. Lei che lo ha conosciuto così bene pensa che sia stata per lui l’ennesima sconfitta ?

Mi auguro di no. Il fatto stesso che mi abbia scritto subito dopo per raccontare il gesto e abbia aggiunto le parole “mi scusi non lo farò più”, è confortante. Evidentemente è stato un cedimento di fronte a un’ulteriore delusione. Oramai da quel momento sono passati circa due anni e mezzo e finora non ha più manifestato intenzioni simili. La cosa, però, mi ha comunque allarmato. Per chi ha vissuto oltre trent’anni di reclusione sulla sua pelle, una ricaduta è sempre dietro l’angolo.

Ha deciso di fare qualcosa ?

L’unica cosa che ho potuto fare è stato raccontare questa storia attraverso il carteggio con Salvatore. Credo che raccontare una sofferenza significhi in piccola parte risarcirla e sperare che una mobilitazione di intelligenze e di spiriti possa contribuire ad arrivare anche a un cambio legislativo.

Qual è stata la molla che lo ha spinto a scrivere quella prima lettera ?

Il disagio interiore che provavo dal fatto che avendo instaurato un rapporto un po’ diverso dal solito con alcuni dei detenuti, che normalmente stanno davanti al giudice poche ore, massimo pochi giorni. Nel corso del processo di Salvatore c’era stata una frequentazione di quasi due anni. Era nato un rapporto meno impersonale, meno burocratico. In particolare mi aveva colpito l’ultimo colloquio prima della fine del processo.

Perché ?

Mi chiese se avessi dei figli. Alla mia risposta positiva mi disse: “se suo figlio nasceva dove sono nato io forse a quest’ora era lui nella gabbia e se io nascevo dove è nato suo figlio forse adesso io facevo l’avvocato ed ero pure bravo”. Come a dirmi che nella lotteria della vita aveva avuto il biglietto sbagliato. Fu allora che decisi di scrivergli.

Si aspettava una risposta ?

Ero molto dubbioso, perché quella lettera poteva essere interpretata come un gesto ipocrita. Il gesto del carnefice che si china a fare una carezza alla vittima e può anche giustificare una reazione. Ma Salvatore per fortuna la prese bene.

Dopo quella lettera nella quale Salvatore le chiedeva scusa per il suo tentato suicidio il rapporto epistolare è finito ?

No, affatto. Dura tuttora, ma sta diventando particolarmente difficile perché la sua capacità di resistenza si sta esaurendo e la mia capacità di sostenerlo si rivela piuttosto inefficace. Ho scritto il libro per sollecitare, per quel che mi riesce, l’opinione pubblica a intervenire su questa materia che esige un intervento. L’ergastolo senza via d’uscita ha manifestato e manifesta la sua disumanità e come tale è evidente la necessità di un intervento collettivo.

La storia di Salvatore è quella di tanti detenuti italiani per i quali quel 9999 significa non avere speranze.

I dati ministeriali, di alcuni mesi fa, ci dicono che gli ergastolani sono 1619, dei quali 1200 ostativi. In molti non hanno possibilità di una via d’uscita a meno che non si decidano a collaborare con la giustizia.

Il suo Salvatore decide di riprendersi la libertà, come tanti altri detenuti. I dati sono impressionanti: dal 2000 ad oggi il censimento puntuale di Ristretti Orizzonti ci dice che i morti sono stati 2.527 e i suicidi ben 900.
La media dei suicidi in carcere è superiore di 15/20 volte rispetto ai quella dei cittadini liberi. È uno scarto patologico e va in qualche modo curato.

I radicali da sempre propongono l’amnistia e l’indulto per risolvere il sovraffollamento delle carceri. Che ne pensa ?

L’amnistia riguarda i reati piccoli e serve a svuotare non le carceri, ma gli armadi. L’indulto si è rivelato un palliativo con benefici di breve durata: molti di quelli che sono usciti ritornano in carcere.

Invece che cosa bisognerebbe fare secondo lei ?

Secondo la mia esperienza la soluzione strutturale per i delitti di media gravità, sarebbe quella di sostituire la reclusione con prestazioni pubbliche di utilità a titolo gratuito: in termini di pena potrebbero valere più della reclusione. Ad esempio un giorno di prestazione potrebbe equivalere a tre giorni di detenzione. Occorrerebbe un programma ben definito, con un apparato, al momento inesistente, fatto soprattutto di formatori. Soltanto allora si potrebbe alleggerire in maniera massiccia la popolazione carceraria.

La legge Gozzini ha già indicato una strada simile.

Parliamo di un’eccellente legge sotto molti aspetti. Ne vorrei sottolineare uno in particolare: la possibilità di utilizzare il tempo della detenzione ha incentivato chi è dietro le sbarre a diventare collaboratore delle istituzioni. Se il detenuto sa che ogni sei mesi può scalare giorni di pena partecipando all’opera di trattamento prevista dalla Gozzini, è invogliato a farlo e fin dal primo giorno.

Quello che ha fatto anche il “suo” Salvatore.

Assolutamente. Ha maturato una serie di 45 giorni sterminata, finché ha perso la speranza. Ha pensato: “tanto non mi servono: il mio fine pena non finisce mai. Questa mancanza di prospettiva è un modo indiretto, e forse non pensato, di vanificare parte della Gozzini.

Carmelo Musumeci nel suo libro “Gli uomini ombra” descrive molto bene l’ergastolo e la differenza tra quello ordinario e quello ostativo. Mi sembra questo il punto fondamentale.

L’ergastolo può essere mantenuto, però deve avere una via d’uscita praticabile. Dico questo perché la Corte costituzionale, già stata investita del problema dell’ergastolo ostativo, ha risposto che la via d’uscita c’è, basta che il detenuto collabori. È una risposta poco soddisfacente, perché la collaborazione non è un indice di rieducazione. Si può collaborare per tanti motivi: convenienza, vendetta o quant’altro. Non può essere questo il parametro al quale vincolare il percorso rieducativo.

L’ergastolo ostativo è la pena, quindi, meno comprensibile e meno conciliabile con l’articolo 27 della Costituzione.

Direi di sì. Anche la Corte europea dei diritti dell’uomo ha cambiato registro: in una sentenza del 2013 ha stabilito che una pena senza una via d’uscita praticabile è contraria al senso d’umanità e alla dichiarazione dei diritti dell’uomo che abbiamo sottoscritto. Quindi questa sentenza vincola anche lo Stato italiano. Mi auguro che questo discorso entri nel vivo. Mi fa piacere che il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, abbia istituito dei tavoli di lavoro sulla riforma della giustizia e che uno si occupi dell’esecuzione della pena.

Da magistrato e da legislatore crede ci sia speranza che si possa modificare la norma sull’ergastolo ?

Nel 1981 il 77,4% disse di no al referendum che chiedeva l’abrogazione dell’ergastolo. Oggi si otterrebbe, penso, lo stesso risultato. Una battaglia frontale sul piano della praticabilità, non su quello dei principi la vedo molto complicata, anzi perdente. Per questo motivo, nella seconda parte del libro, propongo un approccio graduale che fissi come punto di arrivo una via di uscita all’ergastolo, correlata al percorso di rieducazione del detenuto. Chi continua a delinquere anche in carcere non è meritevole. Chi, invece intraprende un strada diversa deve poter avere una prospettiva di libertà. E questo deve valere per tutti i detenuti.

Oggi Elvio Fassone è un pensionato che non vuole venire meno all’impegno che ha caratterizzato la sua vita, sia da magistrato sia da senatore. Giusto ?

Chi è stato magistrato rimane nella cultura e nella formazione giuridica per sempre. Ho la fortuna di essere sollecitato a continuare a raccontare le mie esperienze e ad esprimere le mie opinioni. Spero che, anche grazie ai miei interventi, cresca un movimento d’opinione pubblica abbastanza diffuso per stimolare la modifica dell’ergastolo a livello istituzionale.

Giustizialisti e garantisti: due fazioni in lotta ?

È un aspetto non bello del nostro costume quello di ridurre tutto a un derby. La divisione tra giustizialisti e garantisti è pluriennale. Occorre innanzitutto ricordare che c’è un codice penale e uno deontologico per ogni professione che è molto più ampio. Non è corretto il permanere o meno in ruolo di grande responsabilità a secondo dell’azione della magistratura.

Il rapporto tra politica e magistratura sta vivendo un momento particolare.

Non penso al protagonismo, ritengo che ci sia il pericolo, oggi più intenso di ieri, della poca percezione da parte della magistratura dei suoi limiti. Il dovere di sindacare certe condotte esiste e legittima l’azione della magistratura, però bisogna fare attenzione su quello che c’è da sanzionare. A costo di rischiare, dico: ritenere che debba essere oggetto di un accertamento penale il voto in Consiglio dei ministri su un emendamento non va bene, a meno che non ci siano gli estremi di un reato, ovviamente. Bisogna fare attenzione ai confini delle azioni delle varie istituzioni.

Lei è stato anche componete del Csm.

Non bisogna mai dimenticare che il Csm è un organo di autogoverno, un privilegio che produce delle responsabilità. Ciascun singolo consigliere deve percepire quali sono i suoi doveri. Tutti i magistrati hanno il diritto di esprimere le loro opinioni, ma non come soggetti istituzionali, soprattutto quando possono avere una marcata influenza sull’opinione pubblica.

I magistrati tedeschi hanno un obbligo molto stringente alla riservatezza: pensa che sia giusto ?

Le rispondo con difficoltà, perché esiste un diritto a manifestare le proprie opinioni sancite dalla Costituzione. Per i magistrati la linea di margine è difficilmente tracciabile. Personalmente nel dubbio propendo per il riserbo. Quando ero in attività mi sono sempre posto il problema del cittadino che doveva essere giudicato e che, conoscendo la mia opinione, avrebbe potuto pensare di essere fregato. In un caso del genere sarei venuto meno al mio dovere che è quello di avere un’immagine che garantisca a tutti i cittadini di avere fiducia nel magistrato singolo e nell’istituzione. Se per ottenere questo c’è bisogno di un piccolo sacrificio del magistrato al riserbo ritengo che debba essere accettato. Purtroppo i tempi cambiano e io mi sono formato a una scuola del diritto che aveva ben chiari questi criteri.

Da magistrato che rapporti ha avuto con gli avvocati ?

Ho vissuto innumerevoli rapporti di cordialità e di amicizia con una quantità di avvocati. Con il codice del 1989 ha esaltato l’antagonismo tra le parti ed è inevitabile. In questi anni è aumentato il peso ed è chiaro che i rapporti siano diventati più tesi.

La prescrizione è uno degli argomenti di scontro tra magistrati e avvocati.

Il legislatore e l’opinione pubblica continuano a ignorare il fatto che la prescrizione consta di due segmenti totalmente diversi che, invece, vengono fusi insieme. Il primo da quando è stato commesso il fatto a quando la giurisdizione ha incominciato ad attivarsi. Il primo periodo andrebbe neutralizzato per un periodo ragionevolmente lungo. La seconda fase è legata all’attività degli avvocati tesa solo a far trascorrere il tempo. Alla difesa devono essere riconosciuti tutti i diritti, ma se il rinvio è conseguente a un’attività difensiva la prescrizione va interrotta. Non è corretto né logico, secondo me, che la prescrizione vada a danno di un parte processuale, l’accusa, per un’azione della controparte, la difesa.

Presidente, chi è il giudice ?

Il giudice è una persona che fa una profezia retrospettiva. Deve affermare l’esistenza di un fatto che non ha visto, che non conosce e che deve ricostruire sulla base di tracce attuali che portino a un giudizio di mera probabilità, seppur alta. Al di là di ogni ragionevole dubbio.

Franco Insardà

Il Dubbio, 3 giugno 2016

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