I detenuti scrivono al Ministro Orlando dopo l’apertura del Carcere di Rovigo


On. Andrea OrlandoScrivere direttamente da un carcere al ministro della Giustizia, da parte di persone che stanno scontando una pena, può sembrare un atto irriverente o arrogante, in realtà è un modo per riflettere su come dovrebbero essere le istituzioni: vicine a tutti i cittadini, anche a quelli che hanno sbagliato e stanno duramente pagando.

Noi questo bisogno di “vicinanza” lo vogliamo esprimere al ministro della Giustizia Andrea Orlando, che lunedì scorso ha fatto tappa in Veneto dove ha inaugurato il nuovo carcere a Rovigo ma, per fortuna, ha anche affermato che non è il carcere che ci rende più sicuri, quanto piuttosto le pene scontate in modo civile, e possibilmente dentro la comunità, e non fuori, da esclusi. E non è un caso che oggi le pene e le misure alternative al carcere si chiamano “misure di Comunità”: il nome deve ricordare ai cittadini che accogliere e accompagnare chi ha sbagliato è molto più efficace per la nostra sicurezza che escluderlo e cacciarlo per anni in galera.

Il recupero passa per il confronto

Mi chiamo Lorenzo Sciacca e sono un detenuto ristretto nella Casa di reclusione di Padova. Per quello che può significare, voglio dirle che ho apprezzato le parole che ha espresso davanti all’assemblea della Camera in occasione delle comunicazioni sull’anno giudiziario. Lei ha rivendicato di aver creato un clima nuovo grazie a una costante ricerca del confronto e di avere stimolato un senso diverso e più vivo della responsabilità.
Leggendo queste sue affermazioni la prima cosa che mi è venuta da pensare è stata la maniera in cui oggi sto affrontandola mia pena in questo istituto. Faccio parte della redazione di Ristretti Orizzonti da tre anni e da tre anni per la prima volta affronto la mia lunga pena con un senso di responsabilità e soprattutto con la voglia di confronto. Questa maniera diversa di affrontare la carcerazione è dovuta al progetto della redazione “Il carcere entra a scuola. Le scuole entrano in carcere”, un progetto che vede entrare migliaia di studenti ogni anno per confrontarsi con noi detenuti, per conoscere chi c’è dietro a questi imperiosi muri e per comprendere che il carcere dovrebbe essere parte integrante della società e non qualcosa di nascosto e “impresentabile”.
Durante questi incontri, condotti dalla nostra direttrice, noi partiamo raccontando tre nostre storie, una storia di un reato in famiglia, una storia di tossicodipendenza e un’altra, come la mia, che parla di una scelta di vita fatta in età adolescenziale. Partiamo da tre testimonianze per poi lasciare spazio alle domande che ovviamente sorgono negli studenti ad ascoltare le nostre storie, e qui nasce il confronto. Le loro domande molto spesso sono scomode per noi, ma assumendoci le nostre responsabilità per un gesto commesso, o nel mio caso per una scelta di vita, cerchiamo di rispondere nella maniera più onesta possibile.
Come vede sto parlando di “confronto” e di “responsabilità”, temi che molto spesso il detenuto non è stato abituato ad affrontare, sicuramente per un senso di presunzione, ma anche perché il carcere com’è oggi non consente delle opportunità per rivedersi in maniera critica.
Nel nostro Paese, il carcere è un sistema che produce una recidiva impressionante per un Paese che si ritiene civile. Questo è un progetto che farebbe bene a tutti per abbattere dei pregiudizi che molto spesso vengono alimentati da una informazione alquanto distorta, un’informazione che cavalca i dolori e il desiderio iniziale di vendetta, comprensibile, di una vittima, ma non va quasi mai oltre per cercare di comprendere, non di giustificare, ma provare a comprendere che tutti possono commettere degli errori e che a tutti può capitare di finire in questi posti abbandonati.
Sono convinto che nessuna parola possa realmente far capire l’importanza di questo progetto, potrei stare ore a spiegarle l’influenza positiva che dà confrontarsi con gli studenti che sono il futuro della società, è per questo che la invito a partecipare a uno di questi incontri, sono convinto che rafforzerebbe la sua idea di rieducazione grazie al confronto e alla responsabilità. Spero che anche questa mia richiesta non cada nel silenzio più assoluto. Per noi averla ospite qui, nella Casa di reclusione di Padova, sarebbe un chiaro segnale per iniziare a dare una svolta alla cultura di una pena esclusivamente retributiva che da anni vige nel nostro Paese.

Lorenzo Sciacca

Meglio investire in strutture alternative

“Un Paese misura il grado di sviluppo della propria democrazia dalle scuole e dalle carceri, quando le carceri siano più scuole e le scuole meno carceri. La pena deve essere un diritto, se sia condanna deve poter essere la condanna a capire e capirsi” (Giuseppe Ferraro, docente di Filosofia all’Università Federico II di Napoli).
In questi giorni sui giornali mi ha colpito la notizia dell’inaugurazione del nuovo carcere di Rovigo, vissuta un po’ come una festa. Io credo che ci sia poco da festeggiare per l’apertura di una nuova prigione, perché nel nostro Paese il carcere produce nella stragrande maggioranza criminalità. Non lo dico solo io che sono un avanzo di galera, ma lo dice lo stesso ministro della Giustizia: “Siamo un Paese che spende 3 miliardi di euro all’anno per l’esecuzione della pena, più di tutti gli altri in Europa e siamo il Paese con il più alto tasso di recidiva di tutta l’Europa.
(…) Un carcere che accoglie delinquenti e restituisce delinquenti non garantisce sicurezza” (fonte: Il Gazzettino, 1 marzo 2016). Sostanzialmente il ministro della Giustizia conferma l’alta recidiva che esiste nelle carceri italiane: infatti, il 70% dei detenuti che finiscono la loro pena rientrano presto in carcere e le carceri minorili rappresentano, di fatto, l’anticamera di quelle per gli adulti. Signor ministro, credo che lei abbia ragione perché il carcere così com’è ti fa disimparare a vivere, ti fa odiare la vita e ti fa sentire innocente anche se non lo sei.
E credo che se cambi il tuo modo di vedere soffri di più. Forse per questo molti detenuti preferiscono non cambiare per difendersi dalla sofferenza della detenzione. Mi creda, in Italia la prigione è l’anti-vita perché nella stragrande maggioranza dei casi qui da noi il carcere ti vuole solo sottomettere e distruggere. Non penso certo che quelli che stanno in carcere siano migliori di quelli di fuori, forse però in molti casi non sono neppure peggiori, ma con il passare del tempo lo diventeranno se vengono trattati come rifiuti della società.
Signor ministro, fra queste mura hai poche possibilità di scelta, perché spesso è “l’assassino dei sogni” (il carcere come lo chiamo io) che ci condiziona su come, quando e cosa pensare. Purtroppo, va a finire che spesso ti dimentichi chi sei e cosa sei e c’è il rischio di diventare cosa fra le cose. Signor ministro, mi permetto di citare un brano della tesi di laurea di una volontaria, Anna Maria Buono: “La mia esperienza di relazione di aiuto si svolge in questa struttura alternativa al carcere situata a Montecolombo, della comunità Papa Giovanni XXIII. È una casa colonica, in mezzo al verde abbastanza grande da ospitare una ventina di persone. Ha un grande cortile da cui si accede all’entrata principale, sulla quale spicca un grande cartello in cui è scritto “l’uomo non è il suo errore”. (…)
Qui non vi sono cancelli, sbarre, tutte le porte e finestre sono aperte, non vi sono guardie. Signor ministro, dalle notizie di stampa il nuovo carcere di Rovigo è costato 30 milioni, ma non sarebbe stato meglio investire quel denaro in strutture alternative al carcere come questa appena citata? Non dico per me che sono un delinquente incallito e pericoloso, ma almeno per i detenuti problematici e tossicodipendenti. Colgo l’occasione per invitarla a venirci a trovare nella redazione di Ristretti Orizzonti nella Casa di reclusione di Padova, perché di carcere ce ne intendiamo e le potremmo dare qualche idea per portare la legalità costituzionale nelle nostre “Patrie Galere”. Un sorriso fra le sbarre.

Carmelo Musumeci

Il Mattino di Padova, 7 marzo 2016

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