Delegazione Radicale visita il Carcere di Bari dopo il suicidio di un detenuto


1casa-circondariale-bariIl 29 febbraio 2016, una delegazione di Radicali dell’Associazione Radicale di Foggia “Mariateresa Di Lascia” e Radicali Bari, guidata dai due Segretari, rispettivamente, Norberto Guerriero e Michele Macelletti, si è recata nella Casa circondariale di Bari, per una visita resasi necessaria in seguito all’ultimo suicidio avvenuto nel carcere il 16 Febbraio scorso.
I Radicali, accolti con grande disponibilità dalla Direttrice Dott.ssa Lidia De Leonardis, e dalla Comandante del reparto di polizia penitenziaria, hanno avuto modo di visitare la struttura in particolare la sezione femminile e la seconda sezione maschile, unica ad essere stata oggetto di un intervento di ristrutturazione. Dalla visita effettuata emergono almeno tre rilevanti criticità delle quali i Radicali investiranno le autorità competenti e preposte. In primo luogo, la Casa circondariale di Bari è un edificio vetusto, costruito quasi un secolo fa, ormai assolutamente obsoleto e strutturalmente inadeguato ad assolvere la sua funzione di accoglienza, rieducazione e reinserimento sociale della popolazione carceraria.

Nelle sezioni maschili, le celle sono generalmente piccolissime con letti a castello che occupano da soli la gran parte dello spazio a disposizione e meglio non va nella sezione seconda unica ad essere stata ristrutturata. Attualmente la casa circondariale di Bari, a fronte di un capienza regolamentare di 301 posti, ospita 348 detenuti, dei quali ben 267 in attesa di giudizio. L’amministrazione carceraria riesce a rispettare l’insufficiente parametro dei 3 metri quadri per detenuto, imposti dopo la sentenza Torreggiani del 2013, solamente facendo ricorso a continui trasferimenti di detenuti presso altre strutture detentive. Le sezioni sono generalmente prive di aree idonee per lo svolgimento delle attività rieducative e per la socializzazione, le poche presenti sono state faticosamente ricavate in una struttura, che costruita secondo filosofie detentive ormai vetuste, non consente di averne in numero e dimensioni sufficienti. Mancano aree verdi e le zone destinate all’ “ora d’aria” sono insufficienti.
Un discorso a parte merita la sezione femminile, che non essendo stata oggetto di lavori di ristrutturazione, si presenta ancora oggi, come un incubo penitenziario, celle con water a vista e niente acqua calda, pavimenti sconnessi e muri scrostati. Una condizione di precarietà che non può certo essere modificata con i semplici e colorati disegni che le detenute hanno realizzato sulla pareti. La notizia buona però è quella, comunicata dalla Direttrice, dell’arrivo di un finanziamento per i lavori di ristrutturazione della sezione femminile. Ovvio che gli stessi difficilmente potranno incidere così profondamente da rendere davvero funzionale una struttura così obsoleta.

La Casa circondariale di Bari, andrebbe dismessa, sia per la vetustà dell’edificio, sia per la sua collocazione all’interno della città consolidata, incapace per limiti insuperabili a poter garantire ai detenuti gli spazi aperti regolamentari che la legge prevede.
Alle criticità strutturali si aggiunge l’emergenza dei detenuti con patologie psichiatriche. Oltre 80 detenuti presentano patologie accertate rispetto alle quali il personale medico è insufficiente non essendo presente nel carcere barese un’equipe completa d’intervento. Ciò si è tradotto in oltre 320 atti di autolesionismo negli ultimi 24 mesi sintomo di una situazione insostenibile.
Il tutto è reso ancor più grave dai colpevoli inadempimenti della Regione Puglia nell’attuazione della normativa nazionale per il superamento degli Opg. Delle 3 Rems che dovevano essere realizzate in Puglia solo quella di Spinazzola è stata inaugurata, ma i 20 posti letto previsti sono assolutamente insufficienti. I Radicali auspicano che il Dott. Corleone, appena nominato commissario ad acta dal Governo nazionale, possa prontamente intervenire dinanzi a tali assenza del nostro governo regionale.
A questo stato di cose si aggiungono le carenze del personale della polizia penitenziaria e degli educatori. Secondo la pianta organica ministeriale gli agenti dovrebbero essere 340, attualmente sono soltanto 317, dei quali 78 destinati al nucleo traduzioni, numeri destinati a calare nei prossimi mesi oltre la soglia critica delle 300 unità. Non va meglio per gli educatori, ne sono presenti solo 6, oltre un terzo in meno rispetto al numero previsto dal ministero. Si chiedono i Radicali come sia possibile assicurare la funzione di rieducazione e reinserimento sociale che la costituzione affida alla sanzione penale della reclusione.

Un capitolo a parte riguarda la presenza all’interno del carcere di Bari del SAI, struttura assistenza integrata, , una delle solo 8 presenti in tutta Italia, un vero e proprio mini-ospedale con la presenza di figure professionali, medico e farmacista interne alla pianta organica, affiancate da altri medici specialisti in regime di consulenza e personale infermieristico
Una struttura alla quale spesso però si chiede di fare veri e propri miracoli, anche da parte di magistrati, che nel tempo si sono fatti latori di richieste impossibili da soddisfare, come il sottoporre il detenuto oncologico alla chemioterapia in carcere.
I Radicai sono purtroppo consapevoli di quanto il carcere italiano sia non solo criminogeno, ma spesso diventi anche assassino, lungo è l’elenco delle morti per suicidio e ancor più lunga la serie dei tentativi di suicidio per fortuna falliti. Le carceri Italiane, ma oramai lo ripetiamo da tempo e purtroppo sempre più come “voce sola nel deserto” assolvono molte funzioni, meno quella che assegna loro la Carta costituzionale, cioè il recupero del detenuto ed il suo reinserimento nella società.

I detenuti scrivono al Ministro Orlando dopo l’apertura del Carcere di Rovigo


On. Andrea OrlandoScrivere direttamente da un carcere al ministro della Giustizia, da parte di persone che stanno scontando una pena, può sembrare un atto irriverente o arrogante, in realtà è un modo per riflettere su come dovrebbero essere le istituzioni: vicine a tutti i cittadini, anche a quelli che hanno sbagliato e stanno duramente pagando.

Noi questo bisogno di “vicinanza” lo vogliamo esprimere al ministro della Giustizia Andrea Orlando, che lunedì scorso ha fatto tappa in Veneto dove ha inaugurato il nuovo carcere a Rovigo ma, per fortuna, ha anche affermato che non è il carcere che ci rende più sicuri, quanto piuttosto le pene scontate in modo civile, e possibilmente dentro la comunità, e non fuori, da esclusi. E non è un caso che oggi le pene e le misure alternative al carcere si chiamano “misure di Comunità”: il nome deve ricordare ai cittadini che accogliere e accompagnare chi ha sbagliato è molto più efficace per la nostra sicurezza che escluderlo e cacciarlo per anni in galera.

Il recupero passa per il confronto

Mi chiamo Lorenzo Sciacca e sono un detenuto ristretto nella Casa di reclusione di Padova. Per quello che può significare, voglio dirle che ho apprezzato le parole che ha espresso davanti all’assemblea della Camera in occasione delle comunicazioni sull’anno giudiziario. Lei ha rivendicato di aver creato un clima nuovo grazie a una costante ricerca del confronto e di avere stimolato un senso diverso e più vivo della responsabilità.
Leggendo queste sue affermazioni la prima cosa che mi è venuta da pensare è stata la maniera in cui oggi sto affrontandola mia pena in questo istituto. Faccio parte della redazione di Ristretti Orizzonti da tre anni e da tre anni per la prima volta affronto la mia lunga pena con un senso di responsabilità e soprattutto con la voglia di confronto. Questa maniera diversa di affrontare la carcerazione è dovuta al progetto della redazione “Il carcere entra a scuola. Le scuole entrano in carcere”, un progetto che vede entrare migliaia di studenti ogni anno per confrontarsi con noi detenuti, per conoscere chi c’è dietro a questi imperiosi muri e per comprendere che il carcere dovrebbe essere parte integrante della società e non qualcosa di nascosto e “impresentabile”.
Durante questi incontri, condotti dalla nostra direttrice, noi partiamo raccontando tre nostre storie, una storia di un reato in famiglia, una storia di tossicodipendenza e un’altra, come la mia, che parla di una scelta di vita fatta in età adolescenziale. Partiamo da tre testimonianze per poi lasciare spazio alle domande che ovviamente sorgono negli studenti ad ascoltare le nostre storie, e qui nasce il confronto. Le loro domande molto spesso sono scomode per noi, ma assumendoci le nostre responsabilità per un gesto commesso, o nel mio caso per una scelta di vita, cerchiamo di rispondere nella maniera più onesta possibile.
Come vede sto parlando di “confronto” e di “responsabilità”, temi che molto spesso il detenuto non è stato abituato ad affrontare, sicuramente per un senso di presunzione, ma anche perché il carcere com’è oggi non consente delle opportunità per rivedersi in maniera critica.
Nel nostro Paese, il carcere è un sistema che produce una recidiva impressionante per un Paese che si ritiene civile. Questo è un progetto che farebbe bene a tutti per abbattere dei pregiudizi che molto spesso vengono alimentati da una informazione alquanto distorta, un’informazione che cavalca i dolori e il desiderio iniziale di vendetta, comprensibile, di una vittima, ma non va quasi mai oltre per cercare di comprendere, non di giustificare, ma provare a comprendere che tutti possono commettere degli errori e che a tutti può capitare di finire in questi posti abbandonati.
Sono convinto che nessuna parola possa realmente far capire l’importanza di questo progetto, potrei stare ore a spiegarle l’influenza positiva che dà confrontarsi con gli studenti che sono il futuro della società, è per questo che la invito a partecipare a uno di questi incontri, sono convinto che rafforzerebbe la sua idea di rieducazione grazie al confronto e alla responsabilità. Spero che anche questa mia richiesta non cada nel silenzio più assoluto. Per noi averla ospite qui, nella Casa di reclusione di Padova, sarebbe un chiaro segnale per iniziare a dare una svolta alla cultura di una pena esclusivamente retributiva che da anni vige nel nostro Paese.

Lorenzo Sciacca

Meglio investire in strutture alternative

“Un Paese misura il grado di sviluppo della propria democrazia dalle scuole e dalle carceri, quando le carceri siano più scuole e le scuole meno carceri. La pena deve essere un diritto, se sia condanna deve poter essere la condanna a capire e capirsi” (Giuseppe Ferraro, docente di Filosofia all’Università Federico II di Napoli).
In questi giorni sui giornali mi ha colpito la notizia dell’inaugurazione del nuovo carcere di Rovigo, vissuta un po’ come una festa. Io credo che ci sia poco da festeggiare per l’apertura di una nuova prigione, perché nel nostro Paese il carcere produce nella stragrande maggioranza criminalità. Non lo dico solo io che sono un avanzo di galera, ma lo dice lo stesso ministro della Giustizia: “Siamo un Paese che spende 3 miliardi di euro all’anno per l’esecuzione della pena, più di tutti gli altri in Europa e siamo il Paese con il più alto tasso di recidiva di tutta l’Europa.
(…) Un carcere che accoglie delinquenti e restituisce delinquenti non garantisce sicurezza” (fonte: Il Gazzettino, 1 marzo 2016). Sostanzialmente il ministro della Giustizia conferma l’alta recidiva che esiste nelle carceri italiane: infatti, il 70% dei detenuti che finiscono la loro pena rientrano presto in carcere e le carceri minorili rappresentano, di fatto, l’anticamera di quelle per gli adulti. Signor ministro, credo che lei abbia ragione perché il carcere così com’è ti fa disimparare a vivere, ti fa odiare la vita e ti fa sentire innocente anche se non lo sei.
E credo che se cambi il tuo modo di vedere soffri di più. Forse per questo molti detenuti preferiscono non cambiare per difendersi dalla sofferenza della detenzione. Mi creda, in Italia la prigione è l’anti-vita perché nella stragrande maggioranza dei casi qui da noi il carcere ti vuole solo sottomettere e distruggere. Non penso certo che quelli che stanno in carcere siano migliori di quelli di fuori, forse però in molti casi non sono neppure peggiori, ma con il passare del tempo lo diventeranno se vengono trattati come rifiuti della società.
Signor ministro, fra queste mura hai poche possibilità di scelta, perché spesso è “l’assassino dei sogni” (il carcere come lo chiamo io) che ci condiziona su come, quando e cosa pensare. Purtroppo, va a finire che spesso ti dimentichi chi sei e cosa sei e c’è il rischio di diventare cosa fra le cose. Signor ministro, mi permetto di citare un brano della tesi di laurea di una volontaria, Anna Maria Buono: “La mia esperienza di relazione di aiuto si svolge in questa struttura alternativa al carcere situata a Montecolombo, della comunità Papa Giovanni XXIII. È una casa colonica, in mezzo al verde abbastanza grande da ospitare una ventina di persone. Ha un grande cortile da cui si accede all’entrata principale, sulla quale spicca un grande cartello in cui è scritto “l’uomo non è il suo errore”. (…)
Qui non vi sono cancelli, sbarre, tutte le porte e finestre sono aperte, non vi sono guardie. Signor ministro, dalle notizie di stampa il nuovo carcere di Rovigo è costato 30 milioni, ma non sarebbe stato meglio investire quel denaro in strutture alternative al carcere come questa appena citata? Non dico per me che sono un delinquente incallito e pericoloso, ma almeno per i detenuti problematici e tossicodipendenti. Colgo l’occasione per invitarla a venirci a trovare nella redazione di Ristretti Orizzonti nella Casa di reclusione di Padova, perché di carcere ce ne intendiamo e le potremmo dare qualche idea per portare la legalità costituzionale nelle nostre “Patrie Galere”. Un sorriso fra le sbarre.

Carmelo Musumeci

Il Mattino di Padova, 7 marzo 2016