Carceri, Consolo (Capo Dap), 200 “Osservati Speciali” tra i detenuti islamici in Italia


Santi Consolo Capo DAPIl piombo a Parigi. L’eco degli applausi, come hanno riferito alcune fonti, di un gruppo di qaedisti detenuti nel carcere calabrese di Rossano. E, probabilmente, l’esultanza complice e silenziosa in centinaia di occhi dietro altre sbarre. Prima che Parigi fosse squarciata dal terrore venerdì 13 novembre, erano già “oltre duecento su 10 mila e 400 detenuti di fede islamica, gli “osservati speciali” negli istituti di pena italiani. Aumenteranno certamente nelle prossime settimane per il più imponente impegno dell’amministrazione penitenziaria e per i controlli più stringenti”. Lo dice Santi Consolo, capo del Dap, a corollario delle proprie dichiarazioni a caldo sul rinnovato impegno nel disinnesco di possibili polveriere islamiste dentro le carceri.

Si tratta, spiega Consolo, di “persone sottoposte a particolare vigilanza in armonia con la posizione soggettiva dei singoli condannati e il rispetto della loro dignità e, nei casi più critici, a monitoraggio costante”. Insomma, gente in potenziale predicato di fiancheggiamento, adesione o proselitismo alla lotta jihadista. Con un poscritto netto: “C’è bisogno, subito, di nuove forze. Non soltanto agenti, ma pure interpreti, mediatori culturali, tecnici informatici”.

Dottor Consolo, non è notizia di giornata che la jihad trovi supporter nelle carceri. In concreto, come prevenire? Come soffocare proselitismo, adesione, al limite associazionismo occulto fra potenziali jihadisti?

“La premessa è, appunto, d’obbligo: non scopriamo adesso un fenomeno che da mesi teniamo sotto osservazione. Agenti e personale amministrativo hanno seguito e seguono corsi di formazione specifici, tesi al riconoscimento e al trattamento di atteggiamenti capaci di denotare simpatia e, per gradi, favoreggiamento e adesione all’islamismo radicale. Giusto andare sul concreto: dalla foggia della barba che qualcuno si decida a lasciar crescere, fino al volantino eventualmente affisso in cella o corridoio. Individuato il comportamento, si agisce per gradi, dalla verifica all’osservazione, alla segnalazione, fino al monitoraggio. Forniamo costantemente i nostri dati all’organo interforze Casa, il Comitato per l’analisi della sicurezza e antiterrorismo”.

I detenuti osservati vengono sottoposti a regimi differenziati? Come si fa a evitare contatti e incontri?

“Compatibilmente con il regime del trattamento deciso caso per caso e nel rispetto della dignità della persona, si può arrivare a un regime di alta sorveglianza che limiti la comunicazione fra i detenuti. Innanzitutto, con passeggi e “aree trattamentali” separate. Senza trascurare l’aspetto del culto: i detenuti di fede islamica sono circa 10 mila e 400, dei quali fra 7 e 8 mila praticanti. Non avrebbe senso, anzi sarebbe controproducente, limitarne la libertà religiosa.

In questa direzione va il protocollo firmato con l’Unione delle comunità islamiche italiane che incentiva l’accesso di ministri di culto e mediatori culturali dentro le carceri. La pratica di culto corretta serve a mettere in luce ciò che corretto, eventualmente, non è. Chi è detenuto è già fragile, spesso, sul piano psicologico. Si può far molto per scoraggiare il condizionamento dei “male inclinati”, prevenendone scelte sbagliate. Ma non basta ancora, abbiamo bisogno di forze fresche e specializzate”.

Vuoti di organico nell’amministrazione penitenziaria, dunque. Basta invocare più agenti?

“Non si tratta soltanto di reclutare nuove risorse di polizia penitenziaria, per quanto un massiccio innesto sia ormai improrogabile. Ho inoltrato al governo una proposta di emendamento alla legge di stabilità per l’assunzione di 800 agenti. Confido nella sensibilità delle forze politiche perché non incontri ostacoli, non ho paura di riuscire retorico se affermo che i risultati nella prevenzione della formazione di sacche islamiste negli istituti di pena, sono frutto dell’impegno anche oltre le proprie forze di polizia penitenziaria e personale amministrativo. Abbiamo bisogno anche di interpreti, mediatori culturali, tecnici informatici. Ho fatto prima l’esempio della barba lunga. Che fare davanti a uno scritto in arabo appeso al muro? Benissimo, se è un passo del Corano. Molto meno bene se inneggia alla guerra santa. Ma ci vuole chi l’arabo lo legge e lo intende”.

Il Dap ha “aperto” all’utilizzo dei computer e del web in cella. Ci illustra criteri e modalità di prevenzione? Non dimentichiamo che a margine degli attacchi di Parigi, gli inquirenti hanno scoperto persino comunicazioni fra terroristi utilizzando le chat di play station e videogame…

“L’uso del computer viene consentito in relazione a casi specifici, e nella misura richiesta dalle esigenze e dalle inclinazioni di studio del detenuto. La macchina viene tarata e resa inaccessibile a chiavette e altri dispositivi. Il detenuto vuole laurearsi o diplomarsi? Gli viene aperto l’accesso al sito dell’istituzione scolastica o universitaria. Non corriamo rischi eccessivi da questo punto di vista. Ma è vero: le maglie digitali sono spesso aperte in modo imprevedibile. Perciò insisto: c’è bisogno di tutte le professionalità, dagli agenti ai tecnici informatici specializzati”.

Giornale di Sicilia, 21 novembre 2015

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