Giustizia, Boato : Renzi ha rotto col giustizialismo, che dagli anni 70 è stata posizione del Pci


On. Marco BoatoConversazione con Marco Boato, 71enne, piccolo padre del 1968 all’Università di Trento, poi con una lungo passato parlamentare, dai Radicali ai Verdi e all’Ulivo, si interrompe quasi subito per una chiamata al cellulare. È monsignor Loris Capovilla, storico segretario di Giovanni XXIII, oggi cardinale, che lo chiama nell’imminenza dei suoi cento anni. “Mi scusi, ma quando ho visto che era lui, non potevo non rispondere”.

Un’amicizia che dice molto di questo sociologo veneziano: cattolico, sessantottino, radicale, ecologista e grande paladino dei diritti, tanto che nel 2008, i Verdi, alleati di Prc, non lo ricandidarono perché i neocomunisti, in piena antiberlusconismo, non tolleravano il suo garantismo.

Domanda. Boato, lei, uomo di sinistra, come si trova nell’Italia di Matteo Renzi? Per qualcuno è l’anticamera dell’autoritarismo.

Risposta. La sorprenderò ma non ho maturato idee, né ho quelle tranchant di chi è più giovane di me. Su Renzi, in pratica, ho sospeso il giudizio.

D. Sorprende, in effetti, in un’Italia così visceralmente pro e contro il premier. Perché non giudica?

R. Perché sono stato colpito, e molto negativamente, dal passaggio di Renzi al governo. Un colpo di mano molto partitocratico, con la conquista della maggioranza interna di un partito, il Pd. E c’erano state quelle ampie e pubbliche rassicurazioni a Enrico Letta…

D….hashtag #enricostaisereno…

R. Esatto e poi contraddette clamorosamente e la cosa, dico la verità, mi aveva disgustato. Sono un po’ all’antica e la lealtà, secondo me, viene prima di tutto. Questa era una tara così grossa che, per non avere pregiudizi ideologici, ho pensato di sospendere il giudizio.

D. Lei è ancora in attesa di farsi un’idea, ma di questo esecutivo avrà visto cose che le sono piaciute e cose no.

R. Sì, luci ed ombre. Partiamo dalle prime.

D. Prego.

R. Fra queste c’è il fatto che il governo Renzi ha segnato una svolta nel Paese. Siamo andati avanti con Silvio Berlusconi, con Mario Monti e anche con Letta a dire, anno dopo anno, che si intravedeva la luce in fondo al tunnel della crisi. Non era vero. Oggi, con Renzi, pur con tutta la cautela, lo si deve affermare. E non solo per merito solo suo, intendiamoci.

D. Una congiuntura favorevole?

R. Sì, il petrolio a prezzi bassi, un rapporto euro dollaro ridimensionato verso la parità, la Banca centrale europea col quantitative easing: tutti fattori che agevolano la possibilità di ripresa e che danno la sensazione della fi ne di una fase di recessione che pareva non avere limiti, una recessione anche morale ed etica.

D. Ombre? Anche lei lo vede come un rischio per la democrazia?

R. Avendo combattuto, negli anni 70, la strategia della tensione, fra Piazza Fontana e i colpi di Stato striscianti, non me la sento di condividere questa immagine che una parte della sinistra del Pd e Sel danno di Renzi. Per quanto anche Berlusconi, di recente, abbia parlato di “regime”.

D. Sì ha detto che Renzi è bulimico di potere.

R. Ma io mi sono rifiutato di parlare di regime anche quando lo addebitavano al Cavaliere, figurarsi se lo accetto adesso.

D. E poi ci sono i costituzionalisti alla Gustavo Zagrebelsky, quelli che Renzi chiama i “professoroni”…

R. Sì, sì dicono che siamo sull’orlo di una democrazia autoritaria, qualcuno ha recuperato il termine di “democratura”, ma mi pare davvero fuori luogo.

D. Veniamo alle ombre…

R. Le ravviso nella legge elettorale, che non mi convince per i capilista bloccati, incostituzionali come lo era il Porcellum che nominava tutti, ma più di tutto per il passaggio dell’attribuzione del premio di maggioranza, al partito anziché alla coalizione e l’impossibilità di fare apparentamenti sotto il 40%.

D. Perché non vanno questi dettagli dell’Italicum?

R. Perché violentano un pluralismo politico che oggi è irrinunciabile, come mostrano anche altri sistemi, una volta bipolari o tripolari, come la Germania o la Gran Bretagna, e dove si registra un moltiplicarsi di nuove sigle. Se l’eccesso di frammentazione è negativo, anche l’eccesso di semplificazione non va bene. E, mi faccia aggiungere, anche il ricorso alla fiducia, per una norma elettorale, fatto mai avvenuto in Italia, è stato abbastanza brutale.

D. Dovrebbe tornare indietro, come sostengono alcuni?

R. Sì, perché potrebbe finire per essere un gigantesco boomerang. Ha fatto questa forzatura, perché nella prima stesura il premio era alla coalizione, quando ha vinto alle europee, ma ora i sondaggi, l’ultimo quello di Repubblica sabato, dicono che il Pd è poco sopra il 30%.

D. Vabbè non si può fare le leggi e modificarle a proprio uso e consumo.

R. Sì, ma il rischio, per Renzi, è andare al ballottaggio con il M5s e perdere, perché magari al secondo turno si coalizzano tutti gli scontenti. E non è solo un rischio per Renzi, lo è anche per l’Italia.

D. I grillini al governo sarebbero una jattura?

R. Guardi non demonizzo, perché quando una forza ottiene i voti di un Italiano su quattro va rispettata, però sarebbe una sciagura se arrivassero al governo. Beppe Grillo è simpaticissimo, come comico, ma lui e i suoi uomini non sono all’altezza di governare un Paese, anche se si stanno facendo le ossa in alcune amministrazioni comunali. Ma mi faccia tornare a Renzi.

D. Prego.

R. Credo che sull’Italicum potrebbe avere l’intelligenza politica di tornare indietro su capi-lista e premio alla coalizione anziché al partito, con una leggina ordinaria, mediando sia con la sua sinistra interna, sia col centrodestra.

D. E della riforma costituzionale del Senato sulla quale, secondo alcuni, il governo rischia grosso?

R. Sono abbastanza critico. Quando Renzi e Maria Elena Boschi dicono che per 30 anni non si era fatto niente su Parlamento e Titolo V, dicono una gigantesca bugia: si è fatto il federalismo, nel 2001, il centrodestra ci ha provato nel 2005, si è fatta l’elezione diretta dei presidenti regionali. E quella del governo è una riforma che, a livello costituzionale, lascia intatte alcune parti, dalla presidenza della Repubblica, alla magistratura, alla Corte costituzionale.

D. Ma sul Senato, nello specifico?

R. Che ci possa essere una camera con una rappresentanza indiretta, come in Francia, può andare anche bene, si sbaglia quando ci si richiama al Bundesrat, il senato tedesco, che non c’entra nulla: quelli sono rappresentanti dei governi dei Länder, non dei consigli. Ma non è il Senato la vera questione.

D. Vale a dire?

R. Il Titolo V, di cui si parla pochissimo, e con cui si vogliono riportare in capo allo Stato quasi tutte le competenze concorrenti di materia regionale, non solo l’energia e le infrastrutture.

D. E non va bene?

R. Fatte 100 le competenze, almeno 80 si riaccentrano. Ora, per quanto i consigli regionali abbiano dato scandalo, credo che travolgere l’intero regionalismo italiano sia un grosso errore. Anche perché non è che lo Stato centrale funzioni benissimo. Eppure si parla solo dell’elettività dei senatori.

D. Forse perché è un dissenso tutto politico della minoranza Pd, per bloccare la riforma e quindi disarcionare Renzi?

R. Mi spiace riconoscerlo, perché ho buoni amici nella minoranza dem, ma è così: giocano questa partita delle riforme contro Renzi. Legittimamente, intendiamoci, ma non nel merito delle questioni. Aspettino due anni e, al congresso, trovino qualcuno che sconfigga il segretario attuale.

D. Da vecchio ecologista, boccia Renzi sulle questioni ambientali, come fanno i suoi amici di Green Italia, Francesco Ferrante e Roberto Della Seta, che criticano lo Sblocca Italia?

R. Sui temi ambientali, questo esecutivo va all’indietro, ma succede anche per come è composta la squadra di governo.

D. Perché?

R. Perché Gian Luca Galletti all’ambiente non è un capolavoro di ambientalismo, e Federica Guidi alle attività produttive, non è un campione di innovazione nella politica industriale. Ecco, quando si polemizza sull’uomo solo al comando, non concordo tanto sul tema della leadership, ma l’essere il primus inter pares, in una compagine di governo non certo di alto livello.

D. Senta e sulla giustizia, qualche luce la vede?

R. Sì, perché Andrea Orlando, viceversa dai colleghi, così com’era stato un decente ministro dell’ambiente, ora lo è della giustizia, ed esercita l’arte del dialogo e del buon compromesso. Quello della giustizia, è un capitolo di una complessità e pericolosità enorme, io c’ho ancora le abrasioni per essermene occupato. E la magistratura, quando decide di far fuori un ministro, lo fa. Come nel 2008, dimostrò la vicenda di Clemente Mastella. A me non potevamo farmi fuori, ma decine di magistrati, lo avrebbero fatto quando ero relatore della Bicamerale: le organizzazioni corporative si opponevano a ogni ipotesi di riforma.

D. C’è chi dice che Renzi sia stato troppo morbido, alla fine, con la responsabilità civile dei giudici e abbia dato peso a magistrati come Raffaele Cantone e Nicola Gratteri per pararsi le spalle.

R. Renzi ha rotto in qualche modo col giustizialismo. Ai miei tempi, negli anni 70, la sinistra era il garantismo, ho imparato tanto nei congressi di Magistratura democratica e anche del Pci a questo riguardo, poi…

D. Poi?

R. Poi sull’onda delle tre emergenze, terrorismo, antimafia e, successivamente, la corruzione, la sinistra ha cambiato di 180 gradi la sua attitudine alla giustizia. Una mutazione genetica: ricordo colleghi di grande valore, del Pds prima, dei Ds poi, ma anche della Margherita, epurati per essersi esposti per le garanzie e lo Stato di diritto. Renzi ha dato qualche forte segnale di discontinuità. Quanto a Cantone e Gratteri…

D. Glielo stavo per chiedere…

R. Vede, sono persone stimabili, ma anche il prodotto di una stagione in cui c’è stato un conflitto permanente fra politica e giustizia. Per cui oggi ci sono troppe toghe, in aspettativa o no, che svolgono ruoli politici. Persone stimabili, ripeto, come Michele Emiliano o Luigi de Magistris, anzi sulla stima al sindaco di Napoli mi faccia mettere un punto interrogativo, persone, dicevo, che segnano una sconfitta della politica. Che quando ha paura, ricorre a un pubblico ministero o a un poliziotto.

D. Come a Roma dove, per fare l’assessorato alla legalità, hanno chiamato un ex pubblico ministero, Alfonso Sabella.

R. Nel conflitto permanente, la politica si è indebolita e, in una logica emergenziale, arriva la supplenza dei magistrati.

Goffredo Pistelli

Italia Oggi, 16 settembre 2015

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