Giustizia: Casamonica è un boss sebbene incensurato, in Campidoglio le oche starnazzano


Casamonica Porta a PortaNell’incauta terminologia si è avventurato, con Casamonica, persino il prefetto Gabrielli. Il tormentone dell’estate continua. Quando si pensava che finalmente del funerale romano di Vittorio Casamonica non si parlasse più, ecco che le polemiche riprendono con violenza degna di miglior causa grazie al botto di Porta a Porta che, ospitando la figlia Vera e il nipote Vittorino del caro estinto, ha totalizzato più telespettatori anche di quando l’ospite del salottino di Bruno Vespa è stato il primo ministro Matteo Renzi.

Il presidente del Pd, Matteo Orfini, il Pd romano, l’assessore alla Legalità del Campidoglio Alfonso Sabella, Beppe Grillo, il coordinatore nazionale di Sinistra Ecologia Libertà (Sel) Nicola Fratoianni, il sindaco di Roma Ignazio Marino e anche il suo angelo custode e controllore per conto del governo, vale a dire il prefetto di Roma Franco Gabrielli: tutti appassionatamente prima contro il funerale e ora contro Vespa, reo di avere fatto bene il proprio mestiere, che è quello del giornalista e non del propagandista contro o a favore di qualcuno.

Il funerale di Casamonica è diventato una sorta di marcia su Roma, la sua famiglia e il suo numeroso clan di “romanì”, cioè di rom o zingari che dir si voglia, sembrano novelli Galli che, guidati da Brenno, hanno invaso Roma. Le oche del Campidoglio si sono scatenate di nuovo per impedire la nuova invasione. Il prefetto Gabrielli è arrivato di dire che i Casamonica “la pagheranno” e non ha saputo resistere alla tentazione di definire boss il neo defunto.

Poiché però questi è morto incensurato, chiamarlo boss equivale a dire che, per farla sempre franca, si è comprato qualcuno in polizia, carabinieri, guardia di finanza e magistratura giudicante. Beh, ma allora fuori i nomi degli uomini in divisa e dei magistrati corrotti! Processarli subito e licenziarli in tronco. Altrimenti siamo alla notte nera in cui tutti i gatti sono neri e tutti possono insinuare qualunque cosa contro chiunque.

Il prefetto Gabrielli non si rende conto che, per esempio, così legittima ex post chi sulla sola base delle carte del dossier Mitrokhin, accusava i vertici dell’allora Partito Comunista Italiano di essere spie dell’allora Unione Sovietica? Per non parlare di Massimo D’Alema e Telekom Serbia, ecc.

Ma è serio che un banale funerale, pacchiano ma celebrato comunque in modo ordinato, senza incidenti né morti né feriti, tenga banco per settimane e settimane come se si trattasse di uno tsunami? Funerale scandaloso, ma scandaloso perché?

Scandaloso perché gli zingari Casamonica hanno usanze diverse dalle nostre e celebrano un funerale molto più chiassoso dei nostri? Funerali con il cocchio a 6, 8 e anche 10 cavalli sono stati celebrati anche a Milano, Torino, ecc., e nessuno ha mai reclamato. Forse per Casamonica non dovevano essere usati cavalli, ma asini o muli? Scandaloso perché un elicottero ha lanciato sulla folla petali di rosa, accolti dal coro dei moralisti e salvatori della Patria come se fosse napalm?

Mentre si strillava contro i petali di rosa piovuti dal cielo ci sono state in Europa altre due o tre stragi dovute alle solite e inutili acrobazie di aerei militari: ma nessuno ha reclamato. Scandaloso perché il defunto è stato accompagnato dalla musica della colonna sonora del film Il Padrino? Ma come? Il film Il Padrino è sempre stato acclamato come un capolavoro nonostante una certa glorificazione della mafia, e dei suoi omicidi, e ora si accusano di mafiosità i Casamonica perché, per accompagnare il loro capo (non boss, please) verso l’Aldilà ne hanno scelto la musica che tanto piaceva al loro capo clan?

Il Tg1 ha affermato che la chiesa di don Bosco dei funerali di Casamonica “è la stessa dove sono stati celebrati i funerali del boss della banda della Magliana, Enrico De Pedis”, peraltro morto anche lui incensurato. Ma i funerali di De Pedis sono stati celebrati in tutt’altra chiesa, quella di S. Lorenzo in Lucina: a non meno di 10 chilometri dall’altra. Botte in testa a Vespa e silenzio su errori così clamorosi?

Pino Nicotri

Italia Oggi, 11 settembre 2015

Droghe: un italiano su 10 ne fa uso, fra gli studenti uno su 4. Giro d’affari da 23 miliardi


cannabis 2Le droghe hanno ancora una forte valenza seduttiva sugli italiani. Milioni ne fanno uso, spesso in modo occasionale. Si stima che circa il 10% della popolazione in Italia (15-64 anni), quasi 4 milioni, ha assunto almeno una volta nell’ultimo anno una sostanza illegale. Cannabis e cocaina sono le droghe più diffuse. Lo afferma l’ultima Relazione annuale al Parlamento sulle dipendenze (2015) del Dipartimento delle politiche antidroga. Un fenomeno che stima un giro di affari annuo di 22,96 miliardi di euro; e spese per la repressione di circa un miliardo.

Quali sostanze si consumano. Il 32% ha provato cannabis (consumi in ripresa) almeno una volta nella vita, poco più di 12 milioni e mezzo di persone (la prevalenza è pari quasi al 40% nella fascia 15-34 anni, oltre 5 milioni di sperimentatori tra i giovani); si stima che la cocaina (uso in calo) è assunta da 3 milioni di italiani almeno una volta nella vita (7,6%); il consumo di eroina (oppio, morfina, metadone), la cui assunzione sta risalendo, almeno una volta nella vita ha coinvolto quasi 800mila italiani tra i 15 e i 64 anni (2%); le sostanze stimolanti (come amfetamine ed ecstasy) sono state consumate da un milione e mezzo di italiani (4,1%) almeno una volta nella vita; più o meno stessa dimensione (3,7%) per gli allucinogeni (lsd, funghi allucinogeni, ketamina). L’87% dei consumatori ha assunto una sostanza, il 13%, due o più.

Consumatori sono per lo più maschi. Per ogni consumatrice ci sono quasi 2 assuntori (maschi 12,5%; femmine 7,1%). In calo i decessi. In un anno sono diminuiti del 10,32%.

Sale il numero dei sequestri, diminuiscono le denunce. Lo scorso anno sono stati sequestrati 152.198,462 chilogrammi di droga (+111% rispetto all’anno precedente). Sono state denunciate all’ autorità giudiziaria 29.474 persone (-13,25%); di questi 10.585 stranieri (-9,55%) e 1.041 minori (-18,35%). Le operazioni antidroga sono state 19.449 (-11,47%); a livello regionale spicca la Lombardia (2.795 operazioni in totale), seguita dal Lazio (2.479), dalla Campania (1.871), dall’Emilia Romagna (1.659), dalla Puglia (1.581) e dalla Sicilia (1.454). I valori più bassi sono stati registrati in Molise (115) e in Valle d’Aosta (36).

Record aumento sequestri hashish. Registrano +211,29%. In aumento anche il sequestro di marijuana (+15,93%) ed eroina (+5,30%) mentre calano quelli della cocaina (-21,90%) e degli anfetaminici in polvere (-42,92%).

Fra studenti cresce consumo cannabis. Dal 24,6% del 2013 al 26,7% del 2014. Gli allucinogeni sono stati sperimentati almeno una volta nella vita dal 2,9% degli studenti. L’uso di tranquillanti o sedativi, senza prescrizione medica e senza indicazione dei genitori, è maggiormente diffuso fra le femmine. Il consumo almeno una volta nella vita è stato indicato dal 4,8% delle studentesse contro il 2,9% degli studenti maschi

Un detenuto su tre è in carcere per reati legati alla droga. Un terzo di tutti questi detenuti è tossicodipendente (-5,5%). Dal 1992 al 2014 è raddoppiata la popolazione detenuta straniera, dal 15,3% al 32,6%. Lo scorso anno sono stati entrati nelle carceri 13.679 persone; di queste, 7.140 italiani, 6.539 stranieri, 916 donne.

Segnalazioni al sistema nazionale di allerta precoce. Nel 2014 sono state 229, il 52,8% provenienti dalle forze dell’ordine. Undici i nuovi casi di intossicazione acuta.

Il Messaggero, 11 settembre 2015

Lecce, “condizioni disumane in cella”. Lo Stato condannato a risarcire un detenuto


Carcere di LeccePer la prima volta un giudice del Tribunale civile ha condannato, accogliendo il ricorso di un detenuto assistito dall’avvocato Alessandro Stomeo, il ministero della Giustizia a risarcire un detenuto con oltre novemila euro per i danni patiti per effetto della detenzione subita in violazione dell’articolo 3 Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo), determinato dalla ristrettezza dello spazio vivibile all’interno della cella detentiva. Una sentenza, quella emessa dal giudice Federica Sterzi Barolo della prima sezione civile del Tribunale di Lecce, che traccia una nuova era e fa da punto di chiusura nell’ambito della vicenda che ha visto al centro di una battaglia legale la condizione di sovraffollamento degli istituti di pena italiani.

Una lunga e complessa vicenda giudiziaria iniziata nel 2011, quando un giudice del Tribunale di sorveglianza di Lecce (chiamato per la prima volta a esprimersi in materia) aveva condannato, con una sentenza definita epocale, l’amministrazione penitenziaria a risarcire un detenuto tunisino, recluso nel carcere di Borgo San Nicola, con una cifra pari a 220 euro (sulla base di una sentenza della Cedu), affermando che la violazione dell’articolo 3 comporta per lo Stato un obbligo risarcitorio. “Lesioni della dignità umana, intesa anche come adeguatezza del regime penitenziario, soprattutto in ragione dell’insufficiente spazio minimo fruibile nella cella di detenzione”. Queste le motivazioni con cui Il giudice aveva accolto il ricorso del legale del detenuto, l’avvocato Alessandro Stomeo, che aveva evidenziato le condizioni disumane e degradanti in cui i carcerati erano costretti a vivere, dividendo in tre una cella di circa 11,50 metri quadri, dotata di una sola finestra ed un bagno cieco sprovvisto di acqua calda, con il riscaldamento in funzione d’inverno per una sola ora al giorno, e le cui grate sono chiuse per ben 18 ore. Il terzo dei letti a castello presenti nella cella si trovava inoltre a soli 50 centimetri dal soffitto, privando di ogni possibilità di movimento il detenuto. La novità assoluta era rappresentata dal fatto che il magistrato di Sorveglianza riteneva di poter quantificare e liquidare il danno a titolo di indennizzo.

Successivamente la Cassazione penale, su istanza dall’avvocatura dello Stato, ha stabilito che il magistrato di Sorveglianza, pur potendo accertare la violazione, non può quantificare o liquidare il danno derivato, indicando il tribunale Civile come competente al risarcimento per violazione dell’articolo 3 Cedu. Sul fronte normativo la Corte europea ha imposto all’Italia di eliminare la condizione di sovraffollamento e di prevedere una norma che consenta, a chi ha subito il trattamento disumano, di ottenere un risarcimento. La legge 117/2014 ha introdotto l’articolo 35 ter della legge 354/1975, recependo l’imposizione di Strasburgo. La norma prevede che il magistrato di Sorveglianza, accertata l’eventuale violazione dell’articolo 3 Cedu, risarcisca con un giorno di sconto pena (ogni 10 espiati) i detenuti, ovvero con 8 euro al giorno per i soggetti liberi che non hanno pena da espiare.

Nel secondo caso, quando il detenuto è libero, l’istanza deve essere proposta al Tribunale civile che deve accertare la violazione dell’articolo 3 e quindi risarcire nella misura indicata. Da qui la decisione dell’avvocato Stomeo di avviare in sede civile alcuni procedimenti. La sentenza pronunciata nei giorni scorsi è la prima in materia. Prima d’ora mai un Tribunale civile si era pronunciato sulla vicenda, quindi mai vi era stato l’accertamento della condizione di violazione dell’art. 3 e il conseguente risarcimento. Il giudice ha condannato lo Stato a risarcire un detenuto italiano con 9.328 euro per il periodo tra il dicembre 2006 e il giugno 2013 (1166 giorni per 8 euro). Una sentenza cui presto potrebbero seguirne molte altre.

Andrea Morrone

lecceprima.it, 11 settembre 2015

Campobasso: detenuto muore all’Ospedale Cardarelli, era stato arrestato un mese fa


Carcere CampobassoÈ deceduto questa mattina all’ospedale Cardarelli di Campobasso, per cause da accertare, il detenuto di Campomarino, C.S. le iniziali del nome, che da qualche giorno era ricoverato al nosocomio del capoluogo. Sulla vicenda la Procura di Campobasso ha aperto un fascicolo.

L’uomo di 56 anni, già noto alle Forze dell’ordine, era finito in manette lo scorso 10 agosto quando, dopo aver danneggiato un’auto nel parcheggio di un distributore di benzina sulla statale 16 aveva iniziato a inveire contro la donna al volante della vettura. All’arrivo della Polizia l’uomo aveva cercato di fuggire, ma la sua corsa era finita contro il guardrail della statale. Da quel momento il 56enne era rimasto chiuso nella sua auto da dove gettava materiale vario contro i poliziotti, brandendo un punteruolo. Lo stesso, prima di finire in manette, si era anche denudato e masturbato dinanzi alla Polizia. Rinchiuso nel carcere di Larino, era stato successivamente trasferito nella casa circondariale di Campobasso e da qualche giorno si trovava nel nosocomio del capoluogo, a seguito di alcuni malori. Ora, per accertare le cause del decesso è probabile che la Magistratura disponga l’autopsia sul corpo dell’uomo.

cblive.it, 11 settembre 2015

 

Plutino (Costituzionalista) : Sulla vicenda Scattone il paese ha perso l’ennesima occasione per maturare


Prof. Marco PlutinoSulla vicenda Scattone il paese ha perso l’ennesima occasione per maturare. E la sanzione sociale qui scatta con criteri imperscrutabili, ma che non di rado paiono infami. Resta molto cammino da fare sulla civiltà del diritto e sulla “laicizzazione” della società. Che vuol dire rispettare e adoperarsi per reintegrare chi ha saldato il conto con la giustizia. O, più in generale, sospendere il giudizio del senso comune per chi è indagato (non era questo il caso) salvo che non vi siano schiaccianti indizi di colpevolezza, emergenti da una scrupolosa lettura degli atti processuali da parte di giornalisti di giudiziaria adeguatamente sostenuti nella valutazione degli elementi da una diagnosi critica di studiosi.

L’Italia sa essere grande e generosa, ma talvolta è piccola e meschina. Alla nostra società manca una Marina Militare e la sua legge del mare, per cui l’uomo in mare va salvato prima e poi viene tutto il resto. O voi che vedete solo realpolitik dietro qualunque passo della Germania, ascoltate bene. Lì da alcuni anni, se le carceri non consentono una permanenza dignitosa il detenuto viene rilasciato, interrompendo e rinviando l’esecuzione della pena. Vi pare poco? Lì, ancora da prima, seguendo l’esempio della Norvegia esistono delle liste di attesa per far scontare la pena ai condannati, affinché l’esecuzione della pena sia compatibile con la tutela della dignità umana. Immaginate? Ragazzi vi saluto, domani è il mio turno, vado a scontare quattro anni di carcere. Ci vediamo.

In Italia, invece, non basta aver scontato tutta la pena e fare bene il proprio lavoro per conservare il posto, e con esso la dignità, se il circo mediatico ti accende un riflettore addosso. A quel punto neanche quello che andava bene ieri va più bene per l’oggi. E pilatesco è stato il ministro Giannini a dire che avrebbe mandato senz’altro il figlio nella classe di Scattone affermando al contempo che sarebbe spettato a lui di valutare in coscienza la propria posizione. Coscienza? Non si valuta in coscienza il godimento di un diritto fondamentale per il quale si hanno tutte le carte in regola.

Il ministro avrebbe dovuto pubblicamente chiedergli di andare in classe a insegnare, che il paese sarebbe stato con lui, come con qualunque altro insegnante. E così oggi dovrebbe chiedergli scusa, a nome degli italiani, per non averlo saputo tutelare. Un cittadino italiano, una persona.

Marco Plutino, Docente di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Cassino

huffingtonpost.it, 11 settembre 2015