Mantova: internata di 21 anni si impiccò all’Opg di Castiglione delle Stiviere, indagati due dipendenti per omicidio colposo


Opg Castiglione delle Stiviere MantovaBocciata la richiesta di archiviazione del pubblico ministero, il giudice vuole una nuova inchiesta. Il dubbio: quella morte si poteva evitare? Si era suicidata, impiccandosi con un lenzuolo, nei bagni dell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere. La procura aveva aperto un’inchiesta che, di recente si è conclusa con la richiesta di archiviazione da parte del sostituto procuratore che ha seguito il caso.

Il giudice però non solo ha respinto la richiesta del pm ma ha disposto nuove indagini, iscrivendo nel registro degli indagati due dipendenti dell’ospedale psichiatrico giudiziario per omicidio colposo. Ha inoltre invitato il pubblico ministero a servirsi di un perito affinché possa stabilire se quel suicidio si poteva evitare. La nuova inchiesta è agli inizi, ma altri soggetti potrebbero aggiungersi a quelli già indagati.

La tragica vicenda risale al giugno del 2014. Vittima una ragazza di appena 21 anni. La giovane quel giorno non era andata in mensa ma con un lenzuolo del suo letto si era infilata in bagno. Aveva legato un’estremità alle inferriate della finestra e l’altra attorno al collo. Poi si era lasciata andare. L’aveva trovata un’altra ospite dell’Opg che aveva dato l’allarme. La disperata corsa all’ospedale di Desenzano, purtroppo, si era rivelata inutile.

Già ospite della comunità riabilitativa di Quistello, per il disagio psichico la ragazza aveva tentato di strozzare una delle operatrici. All’arrivo dei carabinieri si era scagliata contro di loro, cercando di colpirli con alcuni colli di bottiglia. Per quell’episodio era stata condannata a tre anni e otto mesi. L’accusa: tentato omicidio. Il pubblico ministero Rosaria Micucci ne aveva chiesti cinque.

Era accaduto il 30 maggio 2012 nella comunità riabilitativa ad alta assistenza psichiatrica, dove la giovane era ricoverata per un disturbo borderline di personalità. Nel pomeriggio aveva insistito per parlare con una delle operatrici, da cui pretendeva delle sigarette. Dopo il no della dipendente aveva cominciato a spintonarla e a colpirla con pugni e sberle fino a farla cadere a terra. A quel punto aveva cercato di strangolarla. Provvidenziale l’intervento di un medico e di un’infermiera che l’avevano bloccata appena in tempo.

“Adesso voglio finire quello che ho iniziato” aveva detto la giovane che era poi riuscita a liberarsi dalla presa dei soccorritori, dopo aver rotto due bottiglie e minacciato con i cocci le persone presenti. La sua furia non si era calmata nemmeno all’arrivo dei carabinieri, anche loro minacciati di morte se avessero osato toccarla. Le stesse frasi le aveva lanciate all’indirizzo del personale della struttura.

Alla fine era stata neutralizzata. Trasferita in psichiatria al Poma aveva continuato a comportarsi in maniera violenta. Da qui la decisione del giudice, su richiesta del pubblico ministero, di emettere nei suoi confronti un’ordinanza di custodia cautelare a San Vittore. E da lì tre mesi dopo è stata trasferita all’Opg di Castiglione, dove si è tolta la vita.

Giancarlo Oliani

Gazzetta di Mantova, 27 agosto 2015

Romeo (Ergastolano) : Sono marchiato come cattivo e pericoloso per tutta la vita


Carcere Due Palazzi di PadovaRiflessioni per il Tavolo 2 degli Stati Generali sull’esecuzione della pena.

Un mio compagno di detenzione un paio di anni fa mi ha detto: “Tommaso saremo più sereni e soddisfatti se ci facciamo la galera come al 41bis: aria, cella e nessun tipo di dialogo con le istituzioni”, perché era certo che alle istituzioni non gli interessa niente del nostro percorso di reinserimento. Preciso che quel mio compagno si riferiva a tutti quei detenuti condannati per 416bis e in particolare a chi era stato sottoposto al regime del 41bis e oggi si trova in Alta Sicurezza 1.

Quando ho deciso di impegnare il mio tempo in modo diverso, anche perché l’istituto di Padova a differenza degli altri istituti di pena dava la possibilità anche ai detenuti della sezione AS1 di partecipare ad alcune attività, ho scelto di frequentare la redazione di Ristretti Orizzonti. Due anni di questo mio nuovo modo di farmi il carcere mi hanno dato molte soddisfazioni, in particolare gli incontri con gli studenti delle scuole del Veneto. Questa mia soddisfazione la trasmetto a chi mi sta vicino, in particolare alle mie figlie, in questi due anni la mia mente rimane impegnata in discorsi costruttivi. Arrivo a convincermi di aver smentito il pensiero di quel mio compagno, anche se mia madre ogni tanto mi avvertiva “non illudere le tue figlie”.

Oggi però sto ancora aspettando una decisione sulla mia richiesta di declassificazione, e ho il timore che arrivi un rigetto della mia istanza che, oltre a riportarmi alla carcerazione vecchia maniera cioè “all’ozio forzato”, mi riporterebbe all’amara realtà che chi amministra la giustizia non è interessato al mio percorso di rinserimento. Eppure in questi due anni ho incontrato sia detenuti di media sicurezza, che persone non detenute come studenti, giornalisti, magistrati, ho partecipato a più convegni con centinaia di persone della società esterna, all’ultimo “La Rabbia e la Pazienza” sono anche intervenuto, e mai la mia presunta pericolosità si è manifestata. Ma tutto questo temo che non basti, preciso che con la mia istanza di declassificazione non ho chiesto di varcare il portone del carcere, ma solamente di stare in una sezione di media sicurezza perché solo così potrei continuare il percorso che ho intrapreso.

Questi due anni a Ristretti Orizzonti sono stati belli e costruttivi. Ma questa sarà forse l’ultima illusione che prenderò nella mia carcerazione, perché oggi rischio di dover dare ragione a quel mio compagno che credevo scettico, ma invece forse è solo realista, se davvero succederà che i miei ventitré anni di carcere nei regimi e circuiti speciali non basteranno a farmi finalmente andare in una sezione un po’ più aperta, perché vorrà dire che per le istituzioni sarò “Cattivo e Pericoloso per tutta la vita”.

Tommaso Romeo, Ergastolano detenuto Carcere Padova

Ristretti Orizzonti, 27 agosto 2015

Gela, detenuto si impicca in Carcere. Sono 31 casi dall’inizio dell’anno, 7 negli ultimi 30 giorni


Carcere di GelaUn giovane italiano, R.R., 32 anni, originario di Catania, si è impiccato all’alba di ieri nella sua cella all’interno della Casa Circondariale di Gela, in provincia di Caltanissetta ove era ristretto da circa un mese. Gli restavano meno di due anni di pena, relativi a una condanna per detenzione di droga e ricettazione, ma dopo il fallimento di un affidamento in prova ai servizi sociali gli era preclusa la possibilità di avere misure alternative al carcere.

Quando si è suicidato stringendosi un lenzuolo attorno al collo insieme a lui in cella c’era un altro detenuto che in quel momento dormiva e non si è accorto di nulla. Non appena si è svegliato, accortosi di quel che aveva fatto il compagno di cella, ha allertato il personale di Polizia Penitenziaria. Sul posto è intervenuta anche una ambulanza del 118 ma i Sanitari non hanno potuto far altro che constatare il decesso dell’uomo. Pare che il trentenne, con diversi precedenti penali alle spalle anche da minorenne, pochi giorni fa aveva avuto un colloquio con uno degli educatori della struttura di Contrada Balate manifestando un certo disagio sul piano psicologico.

Con la sua morte salgono a 31 i detenuti che si sono tolti la vita da inizio 2015, un numero “in linea” con quello degli ultimi anni, mentre si nota un importante abbassamento dell’età dei detenuti che si sono tolti la vita quest’anno: avevano 37 anni di media, rispetto ai 41 registrati nell’ultimo quindicennio dal dossier “Morire di carcere.

Da segnalare anche un aumento dei suicidi tra i detenuti stranieri: nel 2015 sono il 30% del totale, a fronte del 15% registrato nella serie storica e per la prima volta dall’inizio delle nostre rilevazioni il tasso suicidario degli stranieri (che rappresentano il 28% dell’intera popolazione detenuta) supera quello che si registra tra gli italiani. A darne notizia è stato l’Osservatorio Permanente sulle Morti in Carcere.

 

La scarcerazione non può essere condizionata alla disponibilità del braccialetto elettronico


Corte di cassazione1Non si può subordinare la scarcerazione di un imputato, considerato “adatto” ai domiciliari, alla disponibilità del braccialetto elettronico. Con un netto cambio di rotta la Corte di cassazione (sentenza 35571, depositata ieri), dispone l’immediata scarcerazione di un detenuto, al quale il Tribunale della libertà aveva revocato il carcere sostituendolo con la misura meno afflittiva, condizionandola però all’applicazione della “cavigliera”. Un paletto non di poco conto visto che l’imputato doveva restare in carcere “fino all’avvenuta positiva verifica delle condizione per l’installazione”.

Il ricorrente si era venuto a trovare, dunque, nella situazione vissuta da migliaia di detenuti in “lista d’attesa” per ottenere il dispositivo elettronico che apre le porte del carcere. Inutilmente, visto che i braccialetti, messi a disposizione dal ministero dell’Interno, non bastano. L’Osservatorio carceri dell’Unione camere penali aveva sollevato il problema denunciando l’illegale detenzione di chi, pur avendo ottenuto i domiciliari deve restare in cella per la carenza del mezzi di controllo. Secondo i penalisti condizionare i domiciliari alla disponibilità del dispositivo elettronico è incostituzionale, perché comporta una disparità di trattamento tra persone che si trovano nella stessa situazione: solo chi è arrivato prima dell’esaurimento scorte ha potuto lasciare il carcere. Molti i ricorsi, fondati sullo stesso argomento, finiti in Cassazione. Ma la Suprema corte, fino a ieri, li aveva sempre respinti. L’ultima sentenza con la quale i giudici di piazza Cavour avevano negato i domiciliari è del 9 gennaio scorso. Nel ricorso, oltre a eccepire il contrasto con la Carta, si faceva presente che la fruizione di una maggiore libertà non poteva dipendere dalle esigenze di spesa della Pubblica amministrazione.

La Suprema corte aveva però sottolineato che, secondo la costante giurisprudenza, con il braccialetto elettronico non è stata introdotta una nuova misura coercitiva ma solo “una mera modalità di esecuzione di una misura cautelare personale”. Il braccialetto – chiarivano i giudici – rappresenta una cautela che il giudice può adottare per valutare la capacità dell’indagato di autolimitare la sua libertà di movimento e non certo per rafforzare il divieto di non allontanarsi dalla propria abitazione. Nel vecchio corso la Cassazione aveva affermato che il rigetto della richiesta di concessione dei domiciliari, motivato dalla mancanza del dispositivo, non viola la Costituzione perché “l’impossibilità della concessione degli arresti domiciliari senza braccialetto dipende pur sempre dall’intensità delle esigenze cautelari, comunque ascrivibile alla persona dell’indagato”. Inoltre, non si può pretendere che lo Stato predisponga un numero indeterminato di braccialetti pari a quello dei detenuti per i quali può essere utilizzato.

Ieri, però, la Suprema corte ha invertito la rotta, precisando che del braccialetto si può anche fare a meno. Una conclusione raggiunta partendo proprio dal ragionamento con il quale in passato era stata affermata la necessità del dispositivo e del quale ora si sottolinea un’anomalia: se il giudice decide di adottare il mezzo elettronico, consapevole che non è una misura coercitiva ulteriore e non serve a evitare la “fuga” ma solo a “testare” la capacità dell’imputato di autolimitarsi, assumendo l’impegno di installare il braccialetto, allora vuol dire che a suo giudizio le esigenze cautelari possono essere soddisfatte anche con misure diverse dal carcere. È dunque già superata la presunzione per la quale, basandosi sul reato, il carcere era stato considerato una cautela ragionevole. Per questo la Cassazione ordina l’immediata scarcerazione del ricorrente, con una sentenza probabilmente destinata a fare da apripista per migliaia di richieste di scarcerazione.

Da un’indagine sul territorio dell’Osservatorio carceri delle Camere penali, coordinato dall’avvocato Riccardo Polidoro, risulta, infatti, che le soluzioni indicate dall’Autorità giudiziaria sono diverse: la via più percorsa era, almeno fino a ieri, il mantenimento in carcere.

Patrizia Maciocchi

Il Sole 24 Ore, 26 agosto 2015

Corte di Cassazione, Sezione IV, Sent. n. 35571 del 25/08/2015

Expo Milano 2015: 100 detenuti al lavoro. E’ un progetto del Ministero della Giustizia


detenuti-a-Expo-2015_980x571Si chiamano Soimosan, Pietro, Sandar, Mariam… Sono giovani trentenni che lavorano, già da quattro mesi ormai, a Expo Milano 2015, dalle 9 alle 16 tutti i giorni. Hanno in comune una storia negli istituti penitenziari della Lombardia ma anche una gran voglia di riscattarsi.

“Quello che questi ragazzi ci dimostrano con la loro presenza attiva nel sito espositivo è che ci può e ci deve essere sempre una seconda chance anche per chi si e’ macchiato di un reato”, ci ha detto Luigi Palmiero, funzionario del Ministero della Giustizia, che nei sei mesi dell’Esposizione Universale sta seguendo proprio qui il progetto di reinserimento lavorativo di cento detenuti, tra cui ci sono anche otto donne.

“I giovani detenuti si occupano dei servizi di mobility, dell’accesso ai tornelli dei visitatori di Expo, dei servizi di sicurezza e della mediazione linguistica. La multiculturalità di questa squadra di lavoro è un elemento fondamentale in questo luogo dove si incontrano 140 Paesi e la conoscenza di più lingue è sicuramente un ottimo strumento per rispondere ai piccoli e grandi quesiti che possono arrivare dalle migliaia di persone che ogni giorno varcano la soglia dell’Esposizione Universale.
Ma non e’ tutto: per 15 di loro abbiamo anche predisposto un percorso di formazione perché siano in grado di far fronte all’esigenza di un intervento di primo soccorso attraverso l’uso del defribillatore”.

Nessun problema nella gestione di queste persone ?
“Le difficoltà e i problemi non mancano”, dice Palmiero, “ma cerchiamo sempre di gestirli al meglio. A volte, per esempio, c’e’ una certa diffidenza degli altri lavoratori verso i detenuti. Ma si può superare, anche perché queste sono persone selezionate in base alla loro motivazione profonda a rifarsi una vita. Sono consapevoli che questa e’ una seconda e forse l’ultima possibilità che hanno e si comportano di conseguenza”.

Non e’ questo il solo progetto di reinserimento lavorativo che il ministero della Giustizia coordina ma e’ certamente quello che ha avuto più visibilità negli ultimi mesi grazie a Expo Milano. “La possibilità di dare un futuro ai detenuti non e’ buonismo”, precisa Palmiero, “E’ pura convenienza civile: consente di ridurre in modo drastico la recidiva, la ricaduta di queste persone che, oltre a essere un pericolo diventerebbero anche un ulteriore costo per la società”.

A proposito di costi, e’ prevista una retribuzione per i carcerati? “Si in base a una legge del 75, che regola il lavoro e la retribuzione dei detenuti, e’ previsto uno stipendio che deve essere pero’ inferiore di un terzo rispetto a quello degli altri lavoratori che fanno lo stesso mestiere”.

http://www.vanityfair.it

26 Agosto 2015

Campailla (Ergastolano) : Trattare le persone con maggiore umanità è la strada più efficace per vincere il male


Biagio CampaillaIl carcere duro per chi ha commesso reati nell’ambito della criminalità organizzata viene visto come necessario, e nessuno o quasi ha il coraggio di metterlo in discussione. Noi vogliamo provare a farlo, nella convinzione che uno Stato debba avere la forza di trattare da esseri umani anche i più feroci delinquenti.

Solo così si sconfigge davvero la cultura mafiosa, non “imitando” i metodi dei criminali, ma rifiutandoli e dando ai loro figli la sensazione che le istituzioni sono forti perché rifiutano la violenza, SEMPRE. Quella che segue è la storia di un detenuto che per anni è stato trattato come un animale, e stava diventando realmente un mostro, poi per fortuna qualcosa è cambiato, qualcuno ha capito che trattare le persone con umanità è la strada per vincere il male.

Dalla pena di tortura al reinserimento vero

Durante i 17 anni in cui ho vissuto in carcere in regimi durissimi (41 bis e Alta Sicurezza), ero diventato una persona “animalesca”. Non pensavo ad altro che a come fare sempre del male, soprattutto a certe persone delle istituzioni, volevo solo vendicarmi del male che avevo ricevuto durante la mia detenzione in quei regimi. Il mio cambiamento vero è avvenuto nel momento in cui sono giunto alla Casa di reclusione di Padova. Dopo un paio di mesi circa dal mio trasferimento riesco a entrare a far parte della redazione di Ristretti Orizzonti e mi viene data la possibilità di fare un percorso unico nel suo genere. Dopo qualche mese di attività vengo inserito in uno dei progetti della redazione, “Il carcere entra a scuola, le scuole entrano in carcere”.

Un progetto che cambia radicalmente la mia vita. Ascolto i miei compagni mentre si confrontano con gli studenti con tanta sincerità, affronto una riflessione interiore. Inizio a chiedermi se davanti a quei ragazzi dovevo rimanere sempre quel mostro che ero diventato. In quel periodo ero impegnato a capire se ero così cattivo da continuare a mentire di fronte agli studenti e tenermi addosso quella maschera da duro. Ma non è possibile raccontare bugie davanti a quelle persone, non puoi dare dei brutti esempi, e il motivo è semplice, come per i tuoi figli non vuoi correre il rischio che un ragazzo provi ad imitarti. Se lo influenzi negativamente portandolo a sbagliare, porterai sulla coscienza questo tuo atto.

Io non volevo avere ancora degli altri sensi di colpa. Questa è la spinta che mi porta a confrontarmi anch’io con quei ragazzi. Inizio a parlare con sincerità, finché comincio a percepire che stavo bene con me stesso, non ero più nervoso, riuscivo ad avere un approccio alla vita diverso. Poi iniziano le domande complicate degli studenti, dove vogliono delle spiegazioni. È stato il momento più difficile della mia vita, ma non potevo essere disonesto! Allora mi metto in gioco, trovo la forza di raccontare la mia vita, vedo che mi ascoltano con tanta attenzione, vedo nel loro viso trapelare espressioni di comprensione nei miei confronti, mi fanno sentire una persona, ero ancora qualcuno, un essere umano! Si, qualcuno di diverso da prima. Mi sentivo davvero libero, mi sentivo in pace con me stesso. Ho riconquistato il coraggio di parlare in pubblico, non sentendomi colpevole per sempre.

Oggi non mi nascondo più dalla responsabilità del reato che ho commesso. Grazie a questo percorso trovo il coraggio di assumermi le responsabilità dei miei errori davanti alle mie figlie. Grazie a questo percorso ho ritrovato la vita, e con essa la speranza di un futuro. Svolgendo un’azione di volontariato mi sento di poter essere utile in qualcosa. Cerco di “assolvermi” un po’ dentro me stesso del male che ho provocato, mi sento ancora una persona che possa dare aiuto e sostegno a qualcuno.

La differenza di una detenzione diversa

Oggi dopo 17 anni di detenzione sono stato rivalutato da persone competenti, che in quella persona cattiva che ero trovano anche qualcosa di buono. E mi hanno concesso un permesso di necessità per incontrare la mia anziana madre ammalata. Non avrei mai creduto di poter pranzare ancora una volta con la mia famiglia. Mi ero convinto che mia mamma l’avrei rivista solamente al suo funerale. Di conseguenza immaginavo che non avrei mai conosciuto fuori “in libertà” i miei nipotini, men che meno vederli pranzare con me. Gioia immensa è stata rivedere mia figlia Veronica non in carcere, era piccolina l’ultima volta che abbiamo pranzato insieme.

È stato come rinascere di nuovo. Il giorno del permesso arrivo nella Casa di accoglienza “Piccoli passi”, incontro Egidio, il direttore della struttura. Mi offre un caffè in una tazza di porcellana. Sensazione strana bere il caffe in quel modo. Arriva l’ora di pranzo, a vedermi accerchiato da tutta la mia famiglia mi sentivo in un altro mondo. E che strano pranzare con posate di acciaio in piatti di porcellana!

Il rumore delle posate che sbattevano sui piatti, per le mie orecchie erano tutti rumori nuovi.

In questa occasione speciale, agognata da anni, mi sentivo pieno di gioia. Ma, nello stesso tempo, percepivo qualcosa di strano. Mi stavo accorgendo che stavo fingendo. Sembravo un ragazzo che doveva fare il perfettino davanti a delle persone a cui desideravo mostrarmi in una certa maniera, mi sono accorto allora che i miei familiari erano come degli estranei. Tutto questo diventa più evidente nel momento in cui arrivano a pranzare con noi tanti volontari che ho conosciuto in carcere. È allora che inizio a sentirmi veramente felice. Inizio a scherzare, quell’ironia che mi fa essere me stesso. La mia mamma si accorge di questo mio cambiamento e mi dice: “Figlio mio, devi capire che ora come ora hai più confidenza con loro, voi vivete tutti i giorni insieme, il sentimento di affetto ti lega più a loro che a noi”. Nel frattempo mi ricorda un suo modo di dire: “Il genitore non è chi ti concepisce o ti fa nascere, ma chi ti cresce con la convivenza quotidiana. Figlio mio, tu sei cresciuto con loro, adesso devi abituarti a rientrare in un contatto di affetto vero con noi che siamo i tuoi cari”.

Un forte imbarazzo e tanta vergogna a dare spiegazioni ai miei nipotini

Arriva il momento che mia figlia Veronica mi chiede di dare delle spiegazioni ai suoi figli e a suo marito, perché non sono stato mai presente nel loro matrimonio, non ci sono stato quando lei ha dato alla luce i suoi figli, non sono stato presente a un loro compleanno o durante una festa.

Questa volta mi sono messo davanti ai miei occhi quei ragazzi delle scuole a cui tante volte parlo e ho capito che devo affrontare anche questo ostacolo. Ci sediamo intorno a un tavolo, c’erano i miei nipotini, Biagio junior e Domenico, mio genero e mia figlia Veronica. Inizio a spiegare il perché della mia assenza da 17 anni, il motivo per cui mi ritrovavo in carcere, per aver commesso un crimine, Domenico mi chiede che tipo di crimine, la mia risposta è stata che non importa il tipo di crimine, per il motivo che qualunque tipo di crimine si commette non è buono e porta la vita di una persona a deragliare. L’importante è non rimanere incastrato in certe circostanze della vita, non mettere il dio denaro al primo posto. Vedevo che mia figlia Veronica piangeva, ricordava il passato, le sue sofferenze. Allo stesso tempo si era liberata di un peso: quello di dover dare lei delle spiegazioni ai suoi figli e a suo marito. Mio nipote Domenico è andato via facendosi mille domande, ma prima di andarsene mi ha detto: “Nonno, adesso devi fare il bravo in modo che non ti perda ancora l’affetto della famiglia, devi venire per giocare con noi, ci devi accompagnare a scuola in modo che possiamo far vedere ai nostri compagni che nonno giovane abbiamo”.

Ma il contatto con mia mamma è stato il più commovente. La mia mamma è affetta da una grave malattia, la sua patologia principale è il diabete, deve fare di continuo l’insulina per mantenere la glicemia al di sotto di 300. Quel giorno le ero vicino mentre controllava il diabete: era nella media di 120. Così lei mi ha detto: “Sei tu che mi fai stare bene”. Questo mentre me la curavo e la coccolavo come una bambina. Le massaggiavo le gambe che spesso le si gonfiano. Penso sia stato uno dei momenti più felici della sua vita. Poverina, mi è sempre stata vicina in tutti questi anni di detenzione. Sono convinto che il dolore più grande per un genitore è il perdere i propri figli. Mia mamma ne ha persi tre, di cui due deceduti. Oggi ne ritrova uno.

Biagio Campailla – Ergastolano detenuto a Padova

Il Mattino di Padova, 24 agosto 2015

Salerno: scarcerato Pasquale Rocco, 88 anni, era uno dei detenuti più anziani d’Italia


Cella Polizia PenitenziariaIl detenuto più anziano d’Italia non è più dietro le sbarre del carcere di Fuorni a Salerno, ma al regime dei domiciliari per altri quattro mesi, ciò che resta di quel “definitivo pena” per resistenza a pubblico ufficiale che agli inizi dell’estate lo aveva portato in carcere a 88 anni. Originario di Benevento, don Pasquale – così lo conoscono nella frazione di Faiano dove abita in solitudine – si è separato dalla moglie qualche anno fa ed è padre di tre figli.

A chi lo incontra per la prima volta si presenta come un anziano estremamente arzillo, lucido e molto cordiale, che non ha remore nel raccontare di una vita che i binari della legge li ha oltrepassati più di una volta. “Ho precedenti per rapina, furto e resistenza a pubblico ufficiale” confessa. E proprio un atto di resistenza nei confronti di un agente della polizia municipale lo ha portato alla condanna di otto mesi che a giugno è divenuta definitiva in Cassazione, costringendolo a varcare alla soglia dei novant’anni i cancelli del carcere e a divenire, suo malgrado, il “nonno dei detenuti d’Italia”.

In gioventù la vita in cella l’aveva già provata più volte, celle trascorrendo nelle patrie galere ben trent’anni della sua esistenza. Ora però si dice “pentito per tutto quello che ho fatto” e chiede aiuto alle istituzioni per poter affrontare la vecchiaia. “Se potessi tornare indietro – confida – non rifarei tutto quello che ho fatto. Anzi, tutt’altro. Chiedo scusa a tutte le persone a cui ho fatto del male”. Quindi l’appello: “Nell’appartamento dove vivo sono senza luce e senza gas da un bel po’. Sarei molto contento se il Comune di Pontecagnano Faiano si prendesse cura di me. Sono disposto a lasciare la mia casa e a spostarmi in una residenza per anziani, dove posso trascorrere gli ultimi anni della mia vita con più serenità”.

Ancora pochi giorni e Pasquale Rocco la sua abitazione dovrà lasciarla per forza, perché nei suoi confronti è stato emesso un avviso di sfratto che a breve potrà diventare esecutivo. Forse nel giro di tre settimane l’ufficiale giudiziario provvederà allo sfratto dal suo modesto appartamento e lui non saprà dove andare. I proprietari dell’immobile sono stati comprensivi a lungo, ma l’anziano avrebbe diverse mensilità arretrate da pagare e non sa come fare. “Non posso vivere con una pensione sociale – spiega – l’affitto mi costa 350 euro al mese, a cui vanno sommate le spese per le bollette dell’acqua e del gas”. Per questo vivrebbe da diversi mesi senza elettricità né gas per potersi riscaldare o prepararsi un piatto caldo.

Fin qui il racconto dell’88enne. Ma a chiedere con urgenza un intervento dei servizi sociali sono anche le tantissime persone che lo conoscono. “Fate presto – dicono alcuni conoscenti – un uomo non può vivere solo nell’indifferenza di tutti e soprattutto in queste condizioni igienico sanitario. Il sindaco – conclude una signora – deve passare dalle parole ai fatti, prima che sia troppo tardi”. Un appello che sembra destinato a essere raccolto.

A promettere un aiuto concreto all’ex ospite della casa circondariale sono stati sia il sindaco Ernesto Sica che l’assessore alla sicurezza Mario Vivone. “Confermo ancora una volta la mia totale disponibilità nei confronti del concittadino Pasquale Rocco – ha dichiarato ieri il sindaco – “Aspetto al più presto una visita da parte dell’avvocato dell’anziano ed insieme al responsabile dei servizi sociali del Comune programmeremo il percorso più adatto alle sue condizioni di salute”.

Gli fa eco anche stavolta l’assessore Vivone, secondo cui “è dovere di ogni buon amministratore prendersi cure dei propri cittadini, a maggior ragione dei bambini, degli anziani e degli “ultimi”. A sollevare il caso Rocco è stato Donato Salzano, responsabile del partito Radicale di Salerno, che qualche giorno fa è stato nel carcere di Fuorni insieme ad altri militanti, per la consueta visita organizzata a ridosso di ferragosto, ed è rimasto sconcertato dal trovare in una cella del penitenziario un detenuto di quasi novant’anni.

Da quell’incontro è partita la campagna per la scarcerazione dell’anziano, una battaglia a cui seguirà adesso quella per cercare una collocazione dove “don Pasquale” possa continuare a vivere con serenità e con un’assistenza adeguata a una persona della sua età. Per lui i difensore Rosario Fiore auspica una sistemazione in una residenza assistita: “Spero possa essere ospitato in qualche struttura, un ospizio o una casa di cura, che si occupi di lui. Sarebbe la soluzione migliore” ha commentato. Per adesso chi ha preso a cuore la sua vicenda incassa il risultato della scarcerazione e guarda avanti: “È il trionfo dello Stato di diritto” ha sottolineato ieri pomeriggio Donato Salzano, che tuttavia non abbassa la guardia: “La vicenda di Rocco – ha tenuto a ribadire – è solo la punta dell’iceberg. C’è ancora tanto da lavorare per garantire ai detenuti l’efficacia dei livelli essenziali di assistenza”.

Roberto Di Giacomo

La Città di Salerno, 25 agosto 2015