Sono illegali le udienze a “porte chiuse” nei Tribunali di Sorveglianza se i detenuti chiedono “il pubblico”


Corte CostituzionaleLa Consulta: diritti umani negati se non c’è il “pubblico”. Processi “aperti” se l’imputato lo chiede e si deve decidere sulle misure alternative, dice la Corte Costituzionale.

Sarà pure delicata la condizione in cui si svolgono le udienze pressi i magistrati di sorveglianza, ma questo non può impedire che il procedimento si svolga in forma pubblica, qualora l’imputato lo richieda e nel caso in cui si debba decidere sulle misure cautelari, è quanto afferma una sentenza della Corte costituzionale destinata a cambiare in modo radicale le procedure previste per i detenuti.

E peraltro a ritenere non infondata l’eccezione di costituzionalità, e a rimettere gli atti alla Consulta, è stato proprio un magistrato di sorveglianza, sei Tribunale di Napoli, che si è trovato ad ascoltare le ragioni della difesa in un’udienza relativa a una richiesta di concessione dei domiciliari.

Vengono dunque cancellati perché incompatibili con la Carta gli articoli 666, comma 3, e 678 al primo comma, del Codice di procedura penale “nella parte in cui non consentono che, su istanza degli interessati, il procedimento davanti al tribunale di sorveglianza nelle materie di sua competenza si svolga nelle forme dell’udienza pubblica”.

Nel caso sollevato, il Tribunale eccepiva il contrasto tra gli articoli del codice e la Convenzione europea sui diritti dell’ uomo. La Consulta, dopo aver rilevato che anche “la Corte europea dei diritti dell’uomo ha già avuto modo di ritenere in contrasto con l’indicata garanzia convenzionale taluni procedimenti giurisdizionali dei quali la legge italiana prevedeva la trattazione in forma camerale”, sottolinea che “per un verso la posta in gioco nel procedimento in questione è elevata” e “per altro verso non si è neppure di fronte ad un contenzioso a carattere spiccatamente tecnico, rispetto al quale il controllo del pubblico sull’esercizio dell’attività giurisdizionale possa ritenersi non necessario alla luce della peculiare natura delle questioni trattate. Deve, di conseguenza, concludersi che, anche nel caso in esame, ai fini del rispetto della garanzia prevista dall’articolo 6, paragrafo 1, della Cedu, occorre che le persone coinvolte nel procedimento abbiano la possibilità di chiedere il suo svolgimento in forma pubblica”.

Il Garantista, 6 Giugno 2015

Corte Costituzionale, Sent. n. 97 del 2015, Criscuolo, Presidente, Frigo, Relatore

Giustizia, il lavoro dei detenuti in carcere è un buon antidoto contro la recidivanza


carcere_latina-2Se due filosofi come Kant e Hegel sentissero parlare di depenalizzazione e di abolizione del carcere, avrebbero di che discutere: la pena, per i due grandi pensatori tedeschi, ristabiliva l’equilibrio sociale violato, quindi ne era necessaria la sua piena esecuzione.

Chi è stato capace di spostare l’attenzione sulla concezione della pena che è alla base degli ordinamenti giuridici più civili e avanzati è stato il nostro Cesare Beccaria. All’illuminato giurista milanese interessava più del reo e del suo recupero che dell’equilibrio sociale violato: è nata così la concezione rieducativa della pena, che ispira la nostra stessa Costituzione e, in particolare, il suo articolo 27.

Tornando ai giorni nostri e riflettendo sul nostro sistema penitenziario, negli ultimi anni ne abbiamo scoperto – anche per via dei richiami della Ue – molti malfunzionamenti: dal problema del sovraffollamento, alla fatiscenza di molte strutture di esecuzione penale, alla poca capacità che il settore dell’amministrazione penitenziaria ha di sviluppare misure alternative alla pena, in particolare il lavoro; si consideri però che ciò forse necessita di competenze che non fanno propriamente capo alla Giustizia e che possono essere integrate con il Welfare e il Lavoro.

L’ultima rilevazione al 31 marzo 2015 ci dice che nelle nostre carceri sono presenti 54.122 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 49.494. Siamo quasi allineati agli standard, le sanzioni minacciate dalla Ue hanno sortito il loro effetto circa i problemi del sovraffollamento, riportando i tassi di detenzione in linea con gli altri Paesi europei (Germania, Francia e Inghilterra).

Per quanto riguarda la poca capacità di sviluppare misure alternative alla pena – il lavoro in particolare – è chiaro che a chi amministra la giustizia può essere molto utile un supporto integrato: il coinvolgimento di imprese e la gestione del matching tra domanda e offerta di lavoro sono specialità un po’ più familiari a chi si occupa di politiche del lavoro e di welfare.

Al di là del problema del sovraffollamento, è chiaro che se non si fa nulla per rendere il luogo di esecuzione della pena meno fatiscente e si resiste a coinvolgere chi è abituato a fare con successo interventi di politica attiva del lavoro difficilmente il carcere potrà diventare un luogo più efficace nella rieducazione.

Il carcere non riabilita di per sé, non esclude di per sé, non riproduce delitti di per sé. È l’assenza di un percorso rieducativo che genera esclusione e riproduce delitto. Stupiscono quindi le proposte, più o meno velate, che ricadono sotto lo slogan di abolire il carcere: per la serie, buttiamo il bambino con l’acqua sporca.

In realtà modelli ed esperienze non mancano, sia in Italia che all’estero. A dire il vero, Germania, Francia e Inghilterra fanno più ricorso di noi alla detenzione: sono così meno esposti a fenomeni di corruzione e di criminalità organizzata.

Nel dicembre 2011 il Parlamento europeo ha approvato la Risoluzione sulle condizioni detentive nell’Unione europea. Nel testo approvato si sottolinea la necessità che, anche nell’ambito di limitazioni alla libertà personale imposte dal diritto nazionale, devono essere rispettate, secondo le modalità specificatamente previste a livello territoriale nel rispetto delle indicazioni del Consiglio, le attività di rieducazione, istruzione, riabilitazione e reinserimento sociale e professionale, anche con riferimento al lavoro in generale.

La risoluzione, inoltre, prevede una particolare attenzione alle attività di tipo informativo, rivolte ai detenuti al fine di esplicitare i mezzi esistenti per preparare il loro reinserimento (orientamento e accompagnamento alla ricerca attiva di lavoro).

Come si evince, il lavoro è ritenuto la via della rieducazione. Considerando che, nel 98% dei casi, chi esce dal carcere inserito nel lavoro in carcere non torna più (dato Italia Lavoro), è facile comprendere come un detenuto che non torni più a delinquere sia un successo anche per i conti dello stato. Diamoci da fare per rendere il carcere sempre più rieducativo. Beccaria ne gioirebbe, ma anche Kant e Hegel non ne sarebbero poi così dispiaciuti.

Giuseppe Sabella

Il Sole 24 Ore, 8 giugno 2015

Carceri, Le Camere Penali : No all’istituzione di Reparti per detenuti “violenti”


Camere PenaliL’Unione delle Camere penali, con il proprio Osservatorio Carcere, esprime preoccupazione per la decisione del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria di sollecitare, con una circolare, “l’istituzione negli istituti di sezioni, appositamente dedicate, in cui collocare quei detenuti non ancora pronti al regime aperto o che si siano manifestati incompatibili con lo stesso, con particolare riguardo a coloro che si siano resi responsabili di aggressioni al personale di polizia penitenziaria”.

“Al di là dell’apprezzabile precisazione, contenuta nella stessa circolare, secondo cui tale misura non perseguirebbe una logica di “isolamento” o punizione, ma di un’idonea attività trattamentale che miri ad agevolare, per questi soggetti, il ritorno al regime comune “aperto”, separare i detenuti “violenti” per sottoporli a un regime detentivo più rigido di quello comune – sottolineano i penalisti in una nota – rappresenta oggettivamente un aggravamento delle loro condizioni di detenzione che esorbita rispetto al contenuto dei provvedimenti disciplinari loro legittimamente irrogati e, per di più, adottato al di fuori del contraddittorio garantito dal procedimento disciplinare”.

A giudizio dei penalisti “appare alto inoltre il rischio di un innalzamento della tensione dei rapporti con la popolazione carceraria interessata, potenzialmente foriero di effetti controproducenti: è la stessa circolare che sottolinea come simili eventi critici siano meno frequenti nelle sezioni “aperte”. Non può infine sottacersi che la misura non appare conforme al dettato dell’art. 32 del Regolamento di esecuzione O.P. – conclude la nota dell’Ucpi – laddove si prevede la possibilità di creare apposite sezioni ove collocare detenuti ed internati per i quali si possano temere aggressioni o sopraffazioni da parte dei compagni, volte dunque ad isolare, per motivi di sicurezza, le possibili vittime e non già i potenziali autori di atti di violenza”.

Carceri, il “girone dei cattivi”, ideato dal Dap, alimenterà l’antisocialità dei detenuti


cella penitenziariaUna Circolare Dap, 0186697-2015, del 26 maggio 2015, sollecita l’istituzione, negli istituti penitenziari, di specifiche sezioni dove allocare i detenuti che abbiano dimostrato di essere meno pronti di altri al regime c.d. “aperto”, ovvero abbiano posto in essere condotte che li rendano con lo stesso incompatibili. Un girone dei cattivi, insomma, che li raggruppa e li assimila, li marchia e li isola.

La circolare muove dall’osservazione di un dato statistico: “l’aumento – seppur lieve – del numero di eventi critici configuranti aggressioni al personale”. Il fenomeno, prosegue la circolare, “è maggiormente presente laddove è in vigore un regime cosiddetto chiuso mentre la percentuale di aggressioni (seppur sempre in ascesa) è nettamente inferiore nelle sezioni dove è applicata una gestione aperta”.

Il primo dato, dunque, appare logico e coerente: quando la persona detenuta è abbrutita da uno stato di restrizione asfittico, è più probabile che indulga a comportamenti o ad atteggiamenti antisociali, espressione di uno stato d’animo di sofferenza e di oppressione. Del tutto illogico e incoerente risulta, invece, rispetto alla premessa argomentativa, il prosieguo del provvedimento amministrativo. Stabilita la prevalenza della necessità di salvaguardare la incolumità del personale (il Dap opera, dunque, in modo autonomo una perequazione di diritti di rango costituzionale), la circolare evidenzia l’opportunità di istituire un servizio di controllo che offra ausilio costante al personale, nonché di creare sezioni ex art 32 del regolamento di esecuzione. L’invocazione dell’art. 32 non sembra del tutto pertinente. La norma prevede infatti “assegnazione e raggruppamento per motivi cautelari”, ma le cautele cui si riferisce sono nei confronti di soggetti deboli che rischiano “aggressioni o sopraffazioni da parte dei compagni”. La circolare in questione, invece, tende alla istituzione di “sezioni appositamente dedicate ove allocare quei detenuti non ancora pronti al regime aperto ovvero che si siano manifestati incompatibili con lo stesso”.

Lo spirito, chiarisce la circolare, non vuole essere quello di isolare o di punire, bensì quello di agevolare, attraverso idonea attività trattamentale, il ritorno di tali soggetti ad un regime di carcerazione “aperto”, salvaguardando al contempo tale regime da atti di prevaricazione e violenza. Il proclama, tuttavia, non rassicura affatto e svela appieno la sua grave e vistosa incongruenza. Ha un intento punitivo immediatamente leggibile che travalica il potere disciplinare di sanzionare il singolo recluso che si sia reso responsabile di condotte contrarie ai regolamenti di istituto e ad esso si aggiunge.

Dà vita a un altro carcere dentro al carcere, più aspro, meno indulgente, più “chiuso” senza neppure specificare con chiarezza quali condotte si tradurranno per il detenuto in un nuovo marchio stigmatizzante e lo renderanno peggiore, più aggressivo, riconoscibile come cattivo. L’offerta trattamentale sarà ridotta insieme alla partecipazione del punito alle iniziative formative del carcere. I comportamenti antisociali, conformemente alla premessa logica della circolare, saranno con buona probabilità acuiti ed esasperati dall’inasprimento delle restrizioni. Nei nuovi ghetti, però, i reclusi saranno invisibili e innocui con buona pace della inviolabilità della libertà personale, della riserva assoluta di legge, della sempre più martoriata Costituzione.

Maria Brucale (Avvocato, Camera Penale di Roma)

L’Opinione, 9 giugno 2015