Per gli Opg una chiusura a rilento, ci sono ancora 500 internati. Tra le Regioni inadempienti anche la Calabria


OPGA più di un mese e mezzo dalla chiusura, in arrivo i primi dati. I ricoverati erano circa 1.400 nel 2011. StopOpg: “Commissariare le regioni in ritardo, in particolare Veneto, Toscana e Calabria”. Il caso di Castiglione delle Stiviere, trasformato in Rems: “Ha semplicemente cambiato targa”.

Lentamente, con qualche regione indietro rispetto alle altre, eppur si muove. Il superamento degli Opg, gli ospedali psichiatrici giudiziari, sta iniziando a dare qualche risultato. I ritardi ci sono, ma gli internati stanno realmente diminuendo. Anche perché dal primo di aprile non ci sono più nuovi ingressi. È questo il quadro sulla chiusura degli Opg in Italia fatto da Stefano Cecconi, di StopOpg, a poco più di un mese e mezzo dal termine della proroga alla chiusura di queste strutture. Un mancato rinvio che ha segnato il vero punto di svolta nella vicenda.

“Sapevamo che ci sarebbe voluto del tempo per applicare la legge – spiega Cecconi, ma non potevamo concedere la proroga perché avrebbe legittimato il ritardo e sarebbe stata la pietra tombale su questa battaglia. La mancata proroga ci permette di insistere con le regioni e chiederne il commissariamento”.

Ingressi chiusi per gli Opg, quindi. Nessun nuovo internato, ma nelle strutture ci sono ancora oltre 500 persone, anche se nell’aprile 2011 erano circa 1.400. “Le cose stanno procedendo molto lentamente – spiega Cecconi, ma ce l’aspettavamo. Gli Opg stanno diminuendo la capienza, siamo passati da 700 di fine marzo a poco più 500. Sapevamo che sarebbe stato necessario un tempo di transizione”. Nessun dato, invece, sugli ingressi evitati. “È impossibile ad un mese e mezzo dall’applicazione della legge – spiega Cecconi.

Abbiamo assistito, però, a nuovi ingressi sia in Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza), che a Castiglione delle Stiviere”. Incerti anche i dati sulle Rems che secondo StopOpg ad oggi accolgono circa 300 persone, di cui la metà nell’ex Opg di Castiglione delle Stiviere. Un centro, quest’ultimo, diventato Rems ma che secondo Cecconi “ha semplicemente cambiato targa”. Sui ritardi dei territori StopOpg taglia corto: le regioni che stanno indietro e non riescono a mettersi al passo vanno commissariate.

E ad oggi, spiega Cecconi, in “grave ritardo” sono soprattutto Veneto, Toscana e Calabria. Nonostante ad oggi il quadro dell’applicazione della norma che chiede di superare gli Opg non sia del tutto definito nei numeri, le notizie che arrivano dai territori fanno ben sperare. “C’è stato un processo di dimissioni di internati grazie al fatto che si comminano misure alternative rispetto alla detenzione – spiega Cecconi.

Non abbiamo solo meno travasi dagli Opg ai mini-Opg, cioè le Rems, ma si inizia ad applicare anche la parte più pregiata della normativa che prevede che principalmente si adottino misure di sicurezza non detentive nei confronti delle persone. Questo sta accadendo in alcune regioni e abbiamo già sollecitato il ministero della Salute affinché si attivino dei “radar” perché le persone devono essere seguite”.

Tuttavia, spiega Cecconi, in questa fase iniziale, “ci si sta concentrando soltanto sulle Rems, strutture che devono accogliere le persone in misura di sicurezza detentiva”. Secondo StopOpg, infatti, i nuovi internamenti nelle Rems con le misure detentive sono ancora troppi e “continuano ad essere la regola anziché l’eccezione” e richiama l’attenzione sulla legge 81 che, “spostando il baricentro dalla logica manicomiale alla cura delle persone nel territorio, privilegia le misure non detentive e rende obbligatorie le dimissioni a fine pena”. Buone nuove anche sul fenomeno degli ergastoli bianchi.

Al 25 marzo del 2015 gli internati usciti per “fine misura” risultavano essere 88, di cui 31 da Aversa, 25 da Castiglione delle Stiviere e 12 da Barcellona Pozzo di Gotto. “Comincia ad essere applicata quella parte della norma che prevede la dimissione quando la misura di sicurezza arriva al limite coincidente con quello che avrebbe avuto la pena per il reato commesso – spiega Cecconi.

Non sono più concesse proroghe. Una persona deve essere dimessa alla scadenza della misura di sicurezza quando raggiunge il cosiddetto massimo edittale della pena. Questa era la fattispecie che generava il fenomeno di alcuni ergastoli bianchi. È un fatto importante, ora vengono presi in carico dai servizi e abbiamo insistito per ciascuno ci sia un percorso di cura”. In ritardo, anche la magistratura che secondo Cecconi non ha ancora “metabolizzato” la norma.

“Parliamo di quella giudicante non quella di sorveglianza, che ci segnala che non ha ancora fatto propria questa norma, disorientante rispetto all’impianto precedente perché privilegia le misure alternative alla detenzione”. Infine il fenomeno misure di sicurezza provvisorie, ancora presente, anche se stavolta sono le Rems le strutture interessate. “Come è accaduto con gli Opg – conclude Cecconi -, anche le Rems rischiano di essere intasate da persone mandate in osservazione. Questo snatura il mandato di quello che dovrebbe essere la cura delle persone. È una sorta di parcheggio che non va bene”.

Giovanni Augello

Redattore Sociale, 26 maggio 2015

Detenuto ammesso al lavoro esterno al Carcere di Paola. Soddisfatti i Radicali


Casa CircondarialeFinalmente anche nella Casa Circondariale di Paola, uno dei detenuti è stato ammesso al lavoro esterno. Speriamo che non sia l’unico e che, presto, questa possibilità venga data anche ad altri cittadini ristretti. Lo riferisce l’esponente dei Radicali Italiani Emilio Quintieri che, nell’occasione, ringrazia per l’attività svolta la Direzione della Casa Circondariale di Paola e la Magistratura di Sorveglianza di Cosenza, ognuna per la parte di propria competenza. Da qualche giorno, infatti, Luca Cicerale, un detenuto lavorante all’interno dell’Istituto e già beneficiario di permessi premio, attualmente allocato nel reparto a custodia attenuata, potrà uscire tutti i giorni dal Carcere e farvi ritorno la sera per andare a lavorare in un locale commerciale sul Tirreno.

Il lavoro esterno al carcere non è nulla di “eccezionale” – continua il radicale Quintieri – perché questo strumento, di ampia operatività, è espressamente previsto dall’Art. 21 dell’Ordinamento Penitenziario anche se, purtroppo, in Calabria, è quasi del tutto inattuato. Possono essere ammessi al lavoro esterno i condannati, gli internati e gli imputati sin dall’inizio della detenzione per svolgere attività lavorativa, per frequentare corsi di formazione professionale e, grazie ad un recente provvedimento del legislatore proposto dall’ex Ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri, per prestare attività a titolo volontario e gratuito in progetti di pubblica utilità in favore della collettività da svolgere presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni, le comunità montane, le unioni di comuni, le aziende sanitarie locali, o presso enti o organizzazioni, anche internazionali, di assistenza sociale, sanitaria e di volontariato o, infine, per prestare la propria attività a titolo volontario e gratuito a sostegno delle vittime dei reati da loro commessi. Ci sono alcuni “limiti” per l’ammissione dovuti, ad esempio, ai condannati per reati associativi o altri di grave allarme sociale previsti dall’Art. 4 bis. Questi detenuti possono essere assegnati al lavoro all’esterno solo dopo aver espiato almeno un terzo della pena o comunque di non più di cinque anni. Anche gli ergastolani, esclusi quelli ostativi, vi possono essere ammessi dopo aver scontato almeno dieci anni di pena. Non possono, invece, essere ammessi al lavoro all’esterno per svolgere lavori a titolo di volontariato i detenuti e gli internati per il delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso (Art. 416 bis c.p.) e per reati commessi per favorire le attività di stampo mafioso.

Il lavoro all’esterno deve essere previsto nel programma di trattamento elaborato dall’Equipe dell’Istituto, disposto dal Direttore ed approvato dal Magistrato di Sorveglianza se si tratta di condannati ed internati o disposto dal Direttore dell’Istituto previa approvazione dell’Autorità Giudiziaria competente nel caso di imputati. Le disposizioni previste dall’Art. 21 possono essere applicate anche per l’assistenza all’esterno dei figli minori di dieci anni (Art. 21 bis) e per consentire visite al minore infermo (Art. 21 ter). La possibilità di svolgere un’attività lavorativa costituisce, per i detenuti, se non l’unico, il più importante strumento rieducativo. Ed infatti, l’Art. 15 della Legge Penitenziaria, annovera esplicitamente tra gli “elementi del trattamento” il lavoro tra i mezzi per darvi attuazione prevedendo che venga assicurato salvo impossibilità. L’Art. 20, poi, dedicato alla disciplina dello stesso, sottolinea la necessità che gli Istituti Penitenziari favoriscano in ogni modo la destinazione dei detenuti al lavoro perché svolge una funzione normalizzatrice e correttiva in quanto sottrae i reclusi alle conseguenze negative dell’ozio, favorisce il loro trattamento rieducativo ed offre loro la possibilità di ricavare un guadagno, col quale soddisfare le loro necessità, pagare il mantenimento carcerario e sussidiare la famiglia.

Nel dicembre 2012, per come ci ha riferito in Parlamento il Vice Ministro della Giustizia On. Enrico Costa, rispondendo ad una delle Interrogazioni da me sollecitate – prosegue Emilio Quintieri – il Comune di Paola ha sottoscritto un Protocollo di intesa con la locale Casa Circondariale, avente validità triennale, con il quale avrebbero dovuto essere avviati al lavoro esterno ai sensi dell’Art. 21 della Legge Penitenziaria, un congruo numero dei detenuti ristretti nell’Istituto per lavori di pubblica utilità. Ad oggi, sono quasi trascorsi i 3 anni, ma non è stata data esecuzione al protocollo stipulato e non se ne comprendono i motivi. Pertanto – conclude l’esponente del Partito Radicale – mi auguro che il Sindaco di Paola Basilio Ferrari e la sua Giunta rispettino il Protocollo che hanno stipulato con il Carcere e lo rinnovino visto che siamo in prossimità della sua scadenza, dando la possibilità ai detenuti di uscire dall’Istituto per svolgere un attività lavorativa, a titolo volontario ed a beneficio della collettività.

Carceri/Giustizia : Intervista di Radio Radicale all’On.le Enza Bruno Bossio (Pd)


Radio Radicale logoIntervista di Giovanna Reanda di Radio Radicale, all’On. Enza Bruno Bossio, Deputato del Partito Democratico, prima firmataria della proposta di Legge AC 3091 sulla revisione dell’Art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario in discussione in Commissione Giustizia alla Camera dei Deputati.

Intervista di Radio Radicale all’On. Enza Bruno Bossio (Pd)

Le Nazioni Unite approvano le “Mandela Rules”, per gli standard minimi nelle Carceri


Nazioni Unite OnuSono state chiamate le “Mandela Rules”, in omaggio a Nelson Mandela, uno dei più famosi detenuti politici dei nostri tempi. Trattamento dei detenuti con disabilità, le sanzioni disciplinari e l’isolamento penitenziario, il sistema sanitario intramurario, le relazioni con l’esterno e le garanzie giurisdizionali: questi i settori in cui, grazie a uno sforzo dell’Italia a Vienna, una nuova risoluzione realizza importanti progressi rispetto alla precedente disciplina.

La risoluzione sui nuovi Standard Minimi per il trattamento penitenziario del detenuti è stata adottata dalla Commissione delle Nazioni Unite sulla Prevenzione del Crimine e la Giustizia Penale. Il testo, fortemente sostenuto dall’Italia, conclude un lungo negoziato avviato nel 2010, finalizzato all’aggiornamento degli Standard Minimi che risalivano al lontano 1955. È stata inoltre sancita, per la prima volta in un documento Onu, la stretta interrelazione che esiste tra le finalità rieducative della pena, il trattamento penitenziario e la riduzione della recidiva.

In virtù del ruolo di primo piano avuto dal Sud Africa per il successo dell’iniziativa, gli Standard prenderanno ora il nome di “Mandela Rules”. Si rende così omaggio alla figura di Mandela, detenuto politico per ben 27 anni sotto il regime dell’apartheid e se ne perpetua l’eredità. Occorrerà adesso fare in modo che i nuovi princìpi e le nuove regole trovino concreta applicazione in tutti i Paesi del mondo: l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga ed il Crimine (Unodc) ha già avviato programmi di assistenza tecnica.

“Grazie anche all’impegno del nostro Paese è stato compiuto un significativo passo avanti nel riconoscimento e nella tutela dei diritti umani e della dignità dei detenuti”, sottolinea sul suo sito web la Rappresentanza Permanente italiana presso le organizzazioni internazionali di Vienna. La particolare attenzione prestata dall’Italia, il Paese di Cesare Beccaria, al tema delle carceri nella cooperazione internazionale “riflette la nostra consapevolezza che il rispetto dei diritti dell’uomo e della dignità della persona, in qualsiasi circostanza, costituiscono valori imprescindibili della democrazia”.

http://www.onuitalia.com – 23 Maggio 2015

Riforma dell’Ordinamento Penitenziario. Ne discute la Commissione Giustizia di Montecitorio


Palazzo Montecitorio RomaNella giornata di ieri, la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati presieduta dall’On. Donatella Ferranti (Pd), ha continuato l’esame del Disegno di Legge C. 2798 proposto dal Governo Renzi concernente “Modifiche al codice penale e al codice di procedura penale per il rafforzamento delle garanzie difensive e la durata ragionevole dei processi e per un maggiore contrasto del fenomeno corruttivo, oltre che all’ordinamento penitenziario per l’effettività rieducativa della pena.” e delle abbinate proposte di legge C. 370 Ferranti, C. 372 Ferranti, C. 373 Ferranti, C. 408 Caparini, C. 1285 Fratoianni, C. 1604 Di Lello, C. 1957 Ermini, C. 1966 Gullo e C. 3091 Bruno Bossio.

Quest’ultima proposta di legge, a prima firma dell’On. Enza Bruno Bossio, Deputato del Partito Democratico e membro della Commissione Bicamerale Antimafia, riguardante la revisione delle norme sul divieto di concessione dei benefici penitenziari nei confronti dei detenuti e internati che non collaborano con la Giustizia, è stata abbinata ai progetti di legge in esame, poiché è oggetto della delega in materia di Ordinamento Penitenziario di cui all’Art. 26 del Disegno di Legge C. 2798.

Il Presidente Ferranti dopo aver ricordato che qualche giorno fa, si è conclusa l’indagine conoscitiva con l’audizione di giornalisti con particolare riferimento alla materia della pubblicabilità delle intercettazione, trattata dall’Articolo 25 del disegno di legge C. 2798, ha avvertito i Deputati della Commissione Giustizia che si sarebbe proceduto alla individuazione del testo base.

E’ intervenuto in merito l’On. Vittorio Ferraresi (M5S) sottolineando come le audizioni di giornalisti richieste dal suo Gruppo siano state estremamente utili, avendo evidenziato aspetti dei quali si dovrà tenere conto quando si tratterà del tema della pubblicabilità delle intercettazioni. Considerato che l’indagine conoscitiva è oramai conclusa e che sarebbe necessario acquisire le osservazioni del Procuratore nazionale antimafia ed antiterrorismo sulle questioni che si potrebbero avere in relazione ai reati di sua competenza a seguito della modifiche all’ordinamento penitenziario previste dall’articolo 26 disegno di legge C. 2798 ha chiesto alla Presidenza se fosse possibile richiedere delle note scritte al procuratore su tali questioni.

L’On. Ferranti, Presidente e Relatore, dopo aver condiviso quanto affermato dal Deputato Ferraresi circa l’utilità delle audizioni dei giornalisti svoltasi nei giorni precedenti, lo ha rassicurato dicendogli che verrà chiesto al Procuratore nazionale antimafia ed antiterrorismo se intenda trasmettere alla Commissione le proprie considerazioni in merito all’Articolo 26 del disegno di legge per quanto attiene alle sue competenze.

Preso atto che nessuno ha chiesto di intervenire, è stato dichiarato concluso l’esame preliminare e, l’On. Ferranti, quale relatrice, ha proposto di adottare come testo base il Disegno di Legge del Governo C. 2798. La Commissione ha accolto favorevolmente la proposta formulata dalla relatrice ed ha adottato come testo base il Disegno di Legge del Governo.

In conclusione il Presidente della Commissione Giustizia, ha fissato il termine per la presentazione, da parte dei Deputati, di emendamenti al Disegno di Legge del Governo C. 2798 per lunedì 22 giugno alle ore 12.

“La mia proposta di legge – dice l’On. Enza Bruno Bossio – punta a modificare l’art. 4 bis O.P. nella parte in cui afferma la presunzione di non rieducatività del condannato, trasformandola da assoluta in relativa. Con questa norma sarà possibile, sempre previa la valutazione della magistratura di sorveglianza, far venire meno il divieto d’accesso al lavoro esterno, ai permessi premio ed alle misure alternative alla detenzione diverse dalla liberazione anticipata in determinati casi. In tal modo, soprattutto la pena dell’ergastolo verrà finalmente resa maggiormente compatibile con gli standard richiesti dalla nostra Costituzione e dall’Unione Europea.”

Il Disegno di Legge del Governo va esattamente nella direzione indicata dalla Deputata calabrese ma, in ogni caso, in Commissione, saranno sicuramente presentati alcuni emendamenti prima che il testo base arrivi all’approvazione dell’Aula di Montecitorio.

Petizione in sostegno alla Proposta di Legge AC 3091 dell’On. Bruno Bossio (Pd) ed altri


carcere-271Petizione in sostegno della Proposta di Legge AC 3091 dell’On. Bruno Bossio (Pd) ed altri per revisione dell’Art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario

Con la sottoscrizione della Petizione, a norma dell’Art. 50 della Costituzione, si sollecita il rapido esame della Proposta di Legge AC 3091 presentata il 4 maggio 2015 dall’On. Vincenza Bruno Bossio (Pd) ed altri, assegnata in sede referente alla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati per la revisione dell’Art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario.

Gherardo Colombo (Magistrato) : Ero uno che mandava in galera le persone. Ho sbagliato, oggi sono pentito !


PM Colombo“Questa donna ha ragione. E va ascoltata. Perché se oggi il carcere svolge una funzione, è la vendetta”. Prima giudice, poi pubblico ministero in inchieste che hanno fatto la storia d’Italia come la Loggia P2 o Mani Pulite, Gherardo Colombo ha messo profondamente in discussione le sue idee: “Ero uno che le mandava le persone in prigione, convinto fosse utile. Ma da almeno quindici anni ho iniziato un percorso che mi porta a ritenere errata quella convinzione”.

Da uomo di legge, la sua è una posizione tanto netta quanto sorprendente.

“È concreta. I penitenziari sono inefficaci, se non dannosi per la società. Anziché aumentare la sicurezza, la diminuiscono, restituendo uomini più fragili o più pericolosi, privando le persone della libertà senza dare loro quella possibilità di recupero sancita dalla Costituzione. Esistono esempi positivi, come il reparto “La Nave” per i tossicodipendenti a San Vittore, o il carcere di Bollate, ma sono minimi”.

Molti dati mostrano la debolezza della rieducazione nei nostri penitenziari. Ma perché parlare addirittura di vendetta?

“Credo sia così. Pensiamo alle vittime: cosa riconosce la giustizia italiana alla vittima di un reato? Nulla. Niente; se vuole un risarcimento deve pagarsi l’avvocato. Così non gli resta che una sola compensazione: la vendetta, sapere che chi ha offeso sta soffrendo. La nostra è infatti una giustizia retributiva: che retribuisce cioè chi ha subito il danno con la sofferenza di chi gli ha fatto male”.

Esistono esperienze alternative?

“Sì. In molti Paesi europei sono sperimentate da tempo le strade della “giustizia riparativa”, che cerca di compensare la vittima e far assumere al condannato la piena responsabilità del proprio gesto. Sono percorsi difficili, spesso più duri dei pomeriggi in cella. Ma dai risultati molto positivi”.

Se questa possibilità è tracciata in Europa, perché un governo come quello attuale, così impegnato nelle riforme, non guarda anche alle carceri?

“Nei discorsi ufficiali sono tutti impegnati piuttosto ad aumentare le pene, a sostenere “condanne esemplari”, come sta succedendo per la legge sull’omicidio stradale – una prospettiva che trovo quasi fuori luogo: quale effetto deterrente avrebbe su un delitto colposo? Ma al di là del caso particolare, il problema è che i politici rispondono alla cultura dei loro elettori. Il pensiero comune è che al reato debba corrispondere una punizione, che è giusto consista nella sofferenza. Me ne accorgo quando parlo nelle scuole del mio libro, “Il perdono responsabile”: l’idea per cui chi ha sbagliato deve pagare è un assioma granitico, che solo attraverso un dialogo approfondito i ragazzi, al contrario di tanti adulti, riescono a superare. D’altronde il carcere è una risposta alla paura, e la paura è irrazionale, per cui è difficile discuterne”.

È una paura comprensibile, però. Parliamo di persone che hanno rubato, spacciato, ucciso, corrotto.

“Ovviamente chi è pericoloso deve stare da un’altra parte, nel rispetto delle condizioni di dignità spesso disattese nei nostri penitenziari. Ma solo chi è pericoloso. Ed è invece necessario pensare in da subito, per tutti, alla riabilitazione. Anche perché queste persone, scontata la condanna, torneranno all’interno di quella società che li respinge”.

Francesca Sironi

L’Espresso, 15 maggio 2015