L’orrore è finito, oggi chiudono per sempre i Manicomi Criminali italiani


opgOggi, 31 marzo 2015 chiudono i 6 manicomi criminali italiani, luoghi che hanno lacerato le vite psichiche e fisiche di migliaia di persone.

“Estremo orrore”, li ha definiti Giorgio Napolitano e la giornata in cui gli Opg (Ospedali psichiatrici giudiziari) chiudono, arriva dopo anni di sentenze della Corte Costituzionale, dopo battaglie civili e dopo le denunce di giuristi, intellettuali, associazioni, gente comune e artisti. Anni durante i quali gli internati hanno continuato a morire, a soffrire, a perdere la loro dignità di cittadini, di esseri umani.

Amnesty International e l’Associazione Antigone, così come altre numerosissime associazioni della società civile, come il Comitato stop Opg, partiti politici e parlamentari denunciano da anni la barbarie rappresentata dall’esistenza stessa degli Opg. Tutti aspettavano questo momento affinché vengano finalmente offerti spazi e tempi migliori ai detenuti.

La vergogna della follia. “Perché la cultura occidentale ha affermato con chiarezza, a partire dal XIX secolo, ma anche già dall’età classica, che la follia era la verità denudata dell’uomo, e tuttavia l’ha posta in uno spazio neutralizzato e pallido ove era come annullata?”: questo chiede il filosofo Michel Foucault nella sua celebre Storia della Follia nell’età classica (1961). Spazio neutralizzato, annullato e pallido: ecco cosa sono stati gli Opg.

L’inciviltà degli Opg. L’idea di internare detenuti pazzi e pericolosi (non sono sinonimi) negli Opg, nasce con il Codice Penale fascista del 1930. Ma chiudere degli esseri umani in gabbie (per quanti crimini efferati possano aver commesso) e buttarne le chiavi, non è un’idea lungimirante. Eppure è stato fatto, secondo la legge di questo Stato, nei 6 Opg italiani: Montelupo Fiorentino; Aversa, provincia di Caserta; Napoli; Reggio Emilia; Barcellona Pozzo di Gotto; Messina, Castiglione delle Stiviere, provincia di Mantova, l’unico ad avere anche un reparto femminile.

Poi, nel 1978, mentre la cultura psichiatrica (e non solo quella) si andavano evolvendo, la legge Basaglia sanciva la chiusura dei manicomi, che per molti anni a venire, purtroppo, fu solo teorica. Ma gli Opg restavano tali e quali. Nel 1982, una sentenza della Corte Costituzionale stabilì che la pericolosità sociale non può essere definita come attributo naturale di una persona e di quella malattia. Deve avere, piuttosto, opportunità di cure e di emancipazione.

Ma gli Opg restavano tali e quali. Nel 2003 e nel 2004, altre 2 sentenze della Corte Costituzionale hanno dichiarato incostituzionale la non applicazione di misure alternative all’internamento in Opg, per “assicurare adeguate cure all’infermo di mente e a far fronte alla sua pericolosità sociale”. Ma gli Opg restano tali e quali.

Il risveglio dello Stato. Nel 2008 il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa visita un Opg. Dopo aver letto il rapporto del comitato, il governo italiano è costretto a giustificarsi: “La legge non prevede un limite per l’esecuzione delle misure di sicurezza temporanee”. Nel 2010, però, la commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del servizio sanitario nazionale effettua ripetuti sopralluoghi a sorpresa nei 6 Opg. “Le modalità di attuazione osservate negli Opg lasciano intravedere pratiche cliniche inadeguate e, in alcuni casi, lesive della dignità della persona”.

Dopo di che, i senatori di tutti i partiti politici approvano all’unanimità risoluzioni per la chiusura degli Opg, in vista di sostituirli con strutture interamente sanitarie. A luglio del 2011 la Commissione dispone la chiusura di alcuni reparti degli Opg di Montelupo Fiorentino e di Barcellona Pozzo di Gotto. A gennaio 2012 in Senato si discute il decreto ribattezzato “svuota carceri”. La legge del 14 febbraio 2012 dichiara che “A decorrere dal 31 marzo 2013, le misure di sicurezza del ricovero in Opg sono eseguite esclusivamente all’interno delle strutture sanitarie”. Poi. la prima proroga: 31 marzo 2013, poi la seconda: 31 marzo 2014. Oggi, la fine.

Lo stato delle cose degli Opg. È trascorso quasi un secolo dall’apertura degli Opg in Italia. Sono morti o hanno interrotto le loro esistenze altre centinaia di migliaia di persone. I dati recenti dicono che il numero dei detenuti è diminuito, ma i ricoveri sono costanti: si è passati infatti dalle oltre 1200 persone internate nel 2012 alle 761 del 30 novembre 2014; ciò nonostante, la media di ricoveri è di 77 a trimestre, praticamente un paziente al giorno.

Attualmente, la vera follia, è che dei 750 internati, circa la metà è dichiarato “dimissibile” (cioè non socialmente pericoloso) e ricoverabile in altre strutture. Dal 31 marzo, nascono le Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza): strutture sanitarie con pochi posti letto (al massimo 20) e diffuse in tutto il territorio nazionale. Ma non tutte le regioni sono pronte ad accogliere gli internati in complessi consoni.

In molte regioni le Rems non sono ancora pronte. “Il Piemonte e la Liguria – spiega Michele Miravalle, coordinatore nazionale Osservatorio sulle condizioni di detenzione dell’Associazione Antigone – hanno preferito continuare a ospitare i propri internati nell’Opg di Castiglione delle Stiviere (sostenendo i costi delle rette) invece di riaccoglierli sul territorio, come previsto dalla legge, perché non sono ancora pronti i piani per le nuove Rems, in altre (come l’Emilia Romagna) si sono individuate delle “pre-rems”, dove pare che la sicurezza degli interati sarà gestita da società di vigilanza privata. Il Governo deve continuare a monitorare e a pretendere risposte dalle Regioni inadempienti, altrimenti una battaglia apparentemente semplice, come quella di garantire a 300 persone (in un Paese di 60 milioni di abitanti) condizioni dignitose sul piano sanitario e giuridico, verrà persa”.

Lo Stato della follia. In questa vergogna senza aggettivi, nel 2010, per fornire una testimonianza visiva alle incursioni senza preavviso della Commissione Parlamentare negli Opg, Francesco Cordio viene chiamato come regista delle riprese che hanno cambiato lo stato delle cose degli Opg. L’orrore che documenta non può limitarsi a qualche immagine e nel 2013 Cordio realizza Lo Stato della follia, con le oscenità degli Opg alternate al doloroso racconto, girato in un teatro, di ex internato incolpevole dell’Opg di Aversa: l’attore Luigi Rigoni. Cordio mette a nudo la follia della società e delle istituzioni, con un documentario mirabile, girato con una fotografia livida (simile a quella “pallida” di Foucault), un montaggio rapido, uno sguardo profondo.

L’orrore delle immagini modifica lo Stato delle cose. “Nel novembre del 2010 – racconta Francesco Cordio – fui chiamato dalla Commissione d’inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del servizio sanitario nazionale a riprendere ciò che avveniva negli Opg: le immagini avrebbero impresso per sempre ciò che lo Stato nascondeva, in primis, a se stesso. Arrivato nell’Opg rimasi sconvolto. Montai un video di 34 minuti che fece il giro dei Palazzi, dal Presidente Napolitano ai ministri competenti, Alfano e Fazio, e qualcosa cominciò a scricchiolare.

Ma io sentii l’esigenza di raccontare ciò che vidi a chi i palazzi non li frequenta. Prima, con Riccardo Iacona, realizzammo un servizio per “Presa Diretta” (menzione speciale Premio Ilari Alpi 2011, ndr), che provocò un’ondata di indignazione e fece sì che nel giro di un mese 120 persone, non più pericolose o che non lo erano mai state, poterono uscire da un Opg. Poi, realizzai Lo Stato della follia. Di quest’esperienza mi sono rimasti le voci nelle orecchie, gli odori nel naso, gli sguardi negli occhi di ogni internato che ho intervistato”.

Quel nesso sbagliato fra follia e delinquenza. “La chiusura degli Opg è un atto da tempo necessario – osserva Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia – Nella maggior parte dei casi, il trattamento inflitto ai detenuti in queste strutture è contrario alla dignità umana e in violazione degli standard internazionali in materia di reclusione di soggetti psichiatrici o presunti tali. Gli Opg italiani hanno consolidato la pericolosa e infondata idea che vi fosse un legame tra follia e delinquenza e che la società potesse sentirsi al riparo dall’una e dall’altra attraverso la sedazione e la contenzione dei corpi dei detenuti. Le storie individuali di queste persone, rivelate dall’indagine parlamentare del 2011 e portate sullo schermo dal documentario Lo Stato della follia, hanno dimostrato invece che, nella maggior parte dei casi, non si trattava di soggetti socialmente pericolosi, ma anzi dimissibili, se solo fossero esistite strutture che avrebbero potuto prenderle in carico.

Marta Rizzo

La Repubblica, 31 marzo 2015

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