Santa Maria Capua Vetere, Detenuto morì in Carcere, Prosciolti 10 Medici


Casa Circondariale Santa Maria Capua VetereÈ stata archiviata l’indagine a carico di 10 medici per la morte del detenuto Pasquale Rammairone, 70enne di Aversa, in carcere per espiare una condanna definitiva per reati contro il patrimonio, deceduto all’Ospedale Melorio di Santa Maria Capua Vetere il 27 giugno del 2014.

L’uomo era stato trasferito d’urgenza dalla Casa Circondariale di Santa Maria per una grave malattia il 24 giugno ove poi morì dopo appena 4 giorni. Nelle settimane precedenti, con il suo difensore di fiducia Avv. Giovanni Cantelli,  aveva chiesto al Giudice di Sorveglianza di Napoli di essere curato a casa, ma il Magistrato aveva respinto l’istanza.

L’indagine aperta sui camici bianchi della struttura carceraria e dell’ospedale Melorio è durata appena un anno. Tutti erano indagati dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere per il reato di omicidio colposo ma, il Procedimento Penale è stato subito arrestato sul nascere con un decreto di archiviazione da parte del Giudice per le Indagini Preliminari su richiesta dell’Ufficio del Pubblico Ministero.

De Cristofaro (Sel); il 41bis ? Una Guantánamo italiana, 700 casi di tortura


Sen. Peppe De CristofaroLo chiamano 41-bis o carcere duro. Ti tengono lì, chiuso e isolato, finché non confessi. E il diritto? Roba vecchia. In Italia ci sono 700 detenuti al 41-bis. Sapete che vuol dire 41-bis? Carcere duro, un po’ come Guantánamo.

Il detenuto al 41-bis vive isolato in una cella e trascorre 1 sola ora al giorno insieme ad un altro detenuto, il cosiddetto “detenuto di compagnia”; può incontrare i familiari un’ora al mese parlando da dietro il divisorio; può avere un contatto fisico di soli 10 minuti al mese con figli e nipoti se hanno meno di 12 anni. Non può appendere foto nella cella, deve sottostare a un rigido regime nella richiesta di libri all’amministrazione penitenziaria. Peppe De Cristofaro, senatore di Sel denuncia: “Se il non detto è che il regime duro viene usato per indurre al pentimento non va bene, si tratta di tortura. Raffaele Cutolo è un vero criminale, ma il fatto che un detenuto viva da 34 anni in isolamento è un caso unico in Europa”.

Se il non detto è che il regime duro viene usato per indurre al pentimento non va bene, si tratta di tortura. Raffaele Cutolo è un vero criminale ma il fatto che un detenuto viva da 34 anni in isolamento è un caso unico in Europa”.

A parlare così è il parlamentare di Sinistra Ecologia e Libertà Giuseppe De Cristofaro, membro della Commissione Antimafia e di quella per i Diritti Umani. Parole durissime che squarciano il silenzio su un regime carcerario che, se si può definire di tortura, almeno numericamente ha poco da invidiare al famigerato campo di prigionia americano di Guantánamo. Ottocento i terroristi e presunti terroristi che gli Stati Uniti tenevano chiusi a Guantánamo nel pieno del suo funzionamento, settecento gli italiani che si trovano a scontare la pena del carcere duro.

De Cristofaro, accostando il 41-bis al termine “tortura” ha rotto un tabù del mondo di una certa anti-mafia…

“Non è la prima volta che parlo in questi termini della questione. È arrivato il momento di interrogarci sull’efficacia del 41-bis. Con la commissione per il rispetto dei diritti umani stiamo facendo un’indagine conoscitiva al riguardo e ho visitato diverse carceri che applicano il carcere duro. L’idea che mi sono fatto è che questo strumento spesso risulti fallace sia dal punto di vista dell’incomunicabilità con l’esterno, il fine per cui è previsto, sia dal punto di vista del rispetto dei diritti fondamentali dei detenuti.

C’è poi un non detto, ovvero che la carcerazione dura spesso è utilizzata per istigare al pentimento: questo è inaccettabile”.

Portare al pentimento è anche il fine, abbastanza dichiarato, dell’ergastolo ostativo.

“Sì, infatti anche sull’ergastolo ostativo ho una posizione molto critica. La considero una sorta di pena di morte bianca”.

Le sue posizioni immagino che siano abbastanza isolate nel commissione anti-mafia.

“Sì, ma non solo in Commissione: lo sono proprio nella società. Quando si parla di questi temi spesso si preferisce parlare alla pancia della gente invece che alla testa. Sia chiaro, io non sono per nulla indulgente con chi fa parte della criminalità organizzata. La mia esperienza politica passa anche dalle associazioni anti-camorra di Napoli, non c’è nulla di più distante da me che la galassia mafiosa ma il tasso di democraticità di un Paese si misura soprattutto da come tratta le persone che hanno commesso i reati più gravi ed efferati”.

L’obiezione che qualcuno fa a chi mette in discussione il 41-bis è che anche la mafia spinge per la sua abolizione.

“Mi sembra un’obiezione non fondata. Lo strumento era nato come misura temporanea, emergenziale non come costituente della lotta alla mafia. La repressione ai clan non si può fare ignorando i diritti umani”.

Propende quindi per un’abolizione del carcere duro?

“Parlerei piuttosto di una rimodulazione. Credo che vadano separati i casi in cui effettivamente c’è la necessità di impedire contatti esterni con quelli in cui si usa il 41-bis per altri fini. In ogni caso, anche quando c’è effettivamente la necessità di ostacolare possibili comunicazioni con chi sta fuori dal carcere non capisco la necessità di tenere inalterate le norme che, ad esempio, impediscono ai detenuti in questo regime di accedere liberamente alla lettura dei libri che desiderano o di poter stare con il proprio bambino solo per 10 minuti”.

Eccessivo parlare della detenzione al carcere duro come la Guantánamo italiana?

“Mi sembra un paragone un po’ forte, è vero però che spesso la dignità dei detenuti al 41-bis viene calpestata non essendo riconosciuti alcuni tra i diritti umani più elementari”.

De Cristofaro (Sel): 41bis è tortura se usato per pentimento

Sono quasi 700 i detenuti in Italia al 41 bis, ovvero in regime di carcere duro, e il loro numero negli ultimi anni è in aumento. Si tratta di una decina donne, il resto sono uomini. Due sono terroristi, tutti gli altri sono membri della ‘ndrangheta, della camorra, della Sacra Corona Unita, delle mafie.

Il quadro sul regime del 41 bis e sulla sua applicazione in Italia arriva da Giuseppe De Cristofaro, vicepresidente del gruppo misto-Sinistra ecologia e libertà che, oltre a far parte della Commissione parlamentare Antimafia, è vicepresidente della Commissione Affari Esteri e membro della Commissione straordinaria per la tutela dei diritti umani. “Mentre in Commissione diritti umani guardiamo prevalentemente il diritto umano del detenuto – spiega senatore parlando con l’Ansa – in Commissione Antimafia ci soffermiamo sull’efficacia del carcere duro. Quando il 41 bis nel 1992, dopo l’omicidio di Giovanni Falcone, fu istituito – prosegue De Cristofaro – si disse che era una misura transitoria ma così non è stato. La domanda che mi pongo è: può uno stato democratico usare un regime particolarmente duro di carcere non per evitare che il detenuto comunichi con l’esterno, perché se si fa questo è giustissimo, ma per farlo pentire? Secondo me non lo può fare”.

Il detenuto in 41 bis vive isolato in una cella e trascorre 1 ora al giorno insieme ad un altro detenuto, il cosiddetto “detenuto di compagnia”; può incontrare i familiari un’ora al mese parlando da dietro il divisorio; può avere contatto un fisico di soli 10 minuti al mese con figli e nipoti se hanno meno di 12 anni. Poi ci sono un’altra serie di norme: dal divieto di appendere foto nella cella ad un rigido regime nella richiesta di libri all’amministrazione penitenziaria. “Se il non detto è che il regime duro viene usato per indurre la pentimento – ragiona De Cristofaro – non va bene, si tratta di tortura. Raffaele Cutolo è un vero criminale ma il fatto che un detenuto vive da 34 anni in isolamento è un caso unico in Europa”.

Daniel Rustici

Il Garantista, 15 marzo 2015

Carceri, Germania batte Italia in civiltà ed umanità. Le testimonianze di due detenuti


Carcere-634x396La scorsa settimana nella nostra redazione in carcere ci è arrivata una lettera di un italiano detenuto in Germania: la proponiamo ai lettori mettendola a confronto con la testimonianza di un detenuto, che qui in Italia fa i salti mortali per suddividere i dieci minuti di telefonata a settimana consentiti fra le quattro figlie, i nipoti e la sua anziana madre.

In carcere in Germania: sentire tutti i giorni la famiglia al telefono ti toglie tanta ansia

Cari amici di Ristretti Orizzonti, mi chiamo Giuseppe P., e sono detenuto qui in Germania nella città di Lubeck. Grazie a una sociologa del mio carcere, ogni tanto ricevo il vostro giornale e mi fa molto piacere.

E mi ha fatto particolare piacere leggere la battaglia che state facendo con lo Stato italiano per avere qualche ora in più con figli e famiglia, anche se sarà difficile che approvino la proposta di legge che voi sostenete. Tutto quello che ho letto nel vostro giornale, nelle vostre proposte, come le telefonate libere, qui in Germania già esiste da molto tempo. Io qui per esempio ho quattro colloqui di un’ora al mese e due lunghe visite al mese con tutta la famiglia, dalle ore 10 alle ore 18, in una bella casa arredata di tutto. Per chi riceve la famiglia con bambini c’è una camera piena di giocattoli. Puoi cucinare di persona oppure paghi due euro al carcere e ti danno loro il buffet per tutto il giorno. Credetemi è bellissimo tutto questo: è come passare un giorno a casa in famiglia. Qui il 99% dei detenuti vive in cella da solo e qui il carcere autorizza a comprare la televisione, il frigorifero piccolo, l’impianto stereo, il lettore dvd, la play station 2. Sapete cosa significa tutto questo? Che eviti molta ansia e nervosismo e non succede come in Italia, dove ti buttano in cella con tre o più persone. In più qui esiste la regola che quando sei definitivo ti danno la scheda telefonica con numero e pin che puoi utilizzare tutti i giorni e chiamare dove vuoi: si intende, le schede sono ricaricabili a tuo carico, è un sistema che qui esiste da molto tempo e credetemi significa molto, significa sentire tutti i giorni la famiglia al telefono. Anche questo toglie stress e non come in Italia con dieci minuti alla settimana, aspettando la fila e se riesci anche a chiamare, prima di ottenere l’autorizzazione a telefonare devi presentare la fattura di casa o del cellulare, chi è l’intestatario, e deve essere solo un famigliare. Io da qui posso chiamare tutti dove e quando voglio.

Qui quasi l’80% dei detenuti ogni giorno va al lavoro, compreso me, e anche questo è fantastico perché la giornata passa in fretta fuori dalla cella. Non devi preoccuparti di mantenerti in carcere e questo sarebbe molto importante, soprattutto in questo momento che in Italia si vive una crisi enorme. Qui funziona così: una parte dello stipendio la spendo e l’altra parte la metto a deposito risparmio per quando esco e anche questo è molto intelligente. Poi qui non porti abiti privati, ma tutto quello che il carcere passa dalla a alla z per quanto riguarda il vestiario. Inoltre qui tutto il vestiario è marcato con una etichetta, compresi calzini e intimo. Ogni settimana si portano i vestiti a lavare e torna tutto pulito e anche questo è bellissimo perché la famiglia fuori risparmia lavoro e soldi.

Qui i colloqui si svolgono in una stanza molto grande e ci sono anche macchine automatiche di caffè, cioccolato, acqua, coca cola. Poi anche nella sezione c’è una stanza dove è montata una cucina completa, e ogni giorno i detenuti cucinano compreso io, in più c’è la stanza dello sport che è molto grande e ci vanno tutti. Io concludo questa lettera con la speranza che quello che esiste in altre carceri d’Europa arriverà presto in Italia, anche se per me è un sogno lontano. Io vi saluto e vi abbraccio con molta stima e vi auguro un buon successo per i progetti nelle carceri italiane.

Giuseppe P.

In carcere in Italia: crescere i figli in dieci minuti di telefonata a settimana

Voglio raccontare come mantengo il rapporto con le mie quattro figlie, tre delle quali sono sposate, con dieci minuti di telefonata alla settimana.

Ogni sabato telefono a una di loro, ognuna abita per conto suo, ed in regioni diverse, significa che posso telefonare una volta al mese a ogni figlia.

Nessuno può capire quanto è difficile mantenere il rapporto familiare con dieci minuti di telefonata a settimana. Se a questo si aggiunge il fatto che la mia anziana madre è gravemente ammalata, e che abita in Belgio, per avere sue notizie sono obbligato a togliere un po’ d’amore a una delle mie figlie, perché anche le mamme hanno diritto di sentire i propri figli. Sicuramente mia figlia più piccola mi farà un rimprovero, la sua giovane età non la porta a capire che devo avere notizie anche di sua nonna. Le mie figlie tante volte mi rimproverano che le penso poco, e mi dicono: “Per noi non trovi mai tempo!”. Qualche volta loro dimenticano che ho dieci minuti di telefonata a settimana. Purtroppo hanno la loro ragione, hanno bisogno di sentire la voce del papà, non chiedono tanto, chiederebbero un po’ di mia presenza in più, hanno vissuto e vivono il fatto che non ci sono mai stato, prima per il tanto lavoro e poi per la mia detenzione, e sanno pure che non mi potranno avere mai. La mia condanna è all’ergastolo. L’unico amore che posso trasmettere sono quei miseri 10 minuti di telefonata a settimana. Tante volte mi sento rimproverato da tutti, anche mia moglie l’ha fatto. Pure i miei fratelli mi dicono: “Noi, non trovi mai tempo per chiamarci”. Purtroppo hanno ragione, io sono il colpevole dei miei reati, per questo sto pagando, e devo sottostare a certe regole dettate da chi, nelle Istituzioni, forse non ha calcolato gli effetti disastrosi che subiscono le famiglie. Mia figlia Rita mi dice: “Papà non sei solo tu il colpevole, lo siamo anche noi per la giustizia, noi paghiamo più di voi che avete commesso il reato, noi siamo più umiliati di voi, basta sentirsi dire dalle persone con disprezzo che sei la figlia di un carcerato!”. Sempre Rita in una lettera mi scriveva: “Papà, tu sei una persona viva, ma è come se non lo fossi, è brutto da dire ma se avessi avuto un papà morto potevo recarmi davanti alla tua tomba quando volevo, ma sapere che sei vivo e non poter venire quando vogliamo è un dolore grande!”. Questa è la più grande tortura, la condanna all’ergastolo non la sento più, ma queste parole delle mie figlie mi uccidono tutti i giorni. Ogni anno la più piccola viene ad un unico colloquio, che è di sei ore, le stesse che uno normalmente potrebbe fare distribuite nel mese, ma non è semplice arrivare dal Belgio a Padova. E poi a causa del sovraffollamento delle famiglie che vengono al colloquio, non è facile che si trovi il posto per fare tutte le sei ore e allora va a finire che ne fai tre o quattro, a seconda delle richieste che vengono presentate all’ingresso del carcere, dove stanno sempre tante persone ad aspettare all’aperto, senza grandi ripari e con le intemperie che ci possono essere. Attendi un anno per vedere uno dei tuoi figli e per poche, miserissime ore. Se le utilizzasse tutte insieme, un detenuto può vedere i propri familiari per un totale di tre giorni all’anno. Che cosa riesci a dirti, soprattutto considerando il fatto che devi condividere la saletta colloqui con altre 20, 30 persone? Bambini che giocano, che gridano, sono stanchi del viaggio. Tante volte mia figlia più piccola mi racconta come va a scuola, io vorrei capire come sta crescendo, ma ecco che ti senti chiamare dall’agente che ti dice: “Il colloquio è finito!”. Devi aspettare il prossimo colloquio per sapere qualcosina in più della loro vita, è veramente dura mantenere il rapporto con la famiglia. Anche per questa situazione tanti detenuti, e molti anche prima che finisca la loro pena, si ritrovano soli.

Io aspetto sempre il sabato per telefonare, e attendo con la paura di ricevere notizie negative. Questo mi riporta ad una esperienza che mi è successa. Un giorno chiamo mia mamma e sento subito un tono di voce angosciato, mi dice: “Tua figlia ha avuto un incidente, è in ospedale!”. Cerco di saperne di più, ma i dieci minuti di telefonata finiscono subito, cade la linea; sapevo che dovevo aspettare il prossimo sabato per avere ulteriori notizie, ma ero disperato, ho chiamato gli agenti, ho spiegato la situazione e ho chiesto se potevo anticipare la telefonata del sabato successivo. La risposta è stata che non era possibile! Ero come impazzito, non riuscivo più a dormire, volevo notizie di come stava mia figlia, ma ho dovuto aspettare una settimana per avere altre informazioni. Forse mia figlia ha ragione nel dire che le famiglie sono più condannate dei loro parenti condannati!

Biagio Campailla

Il Mattino di Padova, 16 marzo 2015