Caso Cucchi, Sen. Luigi Manconi (Pd) : “Lo Stato ha fallito”


Luigi Manconi“Quando un cittadino è nella custodia dello Stato, il suo corpo diventa il bene più prezioso, qualunque sia il suo curriculum criminale. La legittimazione morale dell’azione dello Stato sta nella garanzia della sua incolumità.

Stefano Cucchi, mentre era agli arresti, è stato oggetto di un pestaggio, e poi non è stato assistito adeguatamente, come ha stabilito la sentenza di primo grado, quindi lo Stato ha fallito nel suo compito principale”.

È un fiume in piena, il senatore Luigi Manconi. In piena di indignazione civile per il verdetto che lascia senza colpevoli la fine del trentunenne spirato cinque anni fa dopo giorni di agonia nel reparto detenuti dell’ospedale Pertini di Roma. Il sociologo e parlamentare del Pd, tra le tante sue battaglie da sempre impegnato per i diritti dei carcerati, non ha esitazioni nel considerare una pagina nera quella che vede la morte di un cittadino affidato alle istituzioni rimanere, almeno per ora, impunita.

Senatore Manconi, a caldo che commento si può dare della sentenza della Corte d’appello?

Partiamo da un punto fermo, sostenuto dai magistrati sia in primo sia in secondo grado: le percosse ci sono state. Ma poi non si sono potuti individuare i responsabili. L’assoluzione completa attuale (seppure con formula dubitativa, ndr) tace il cuore della questione. Stefano Cucchi è morto mentre era nella custodia dello Stato, mentre era affidato alle istituzioni. E non ha trovato assistenza nei 12 luoghi (tra caserme, ospedali e aule di tribunale) che ha attraversato in una settimana di sofferenze.

Forse non è stato picchiato subito dopo l’arresto…

Certo, ma nessuno ha notato la sua estrema fragilità. Non dimentichiamo che all’udienza di convalida del fermo già manifestava evidenti segni di uno stato di salute molto precario. E poi per cinque giorni si è impedito ai suoi genitori di incontrarlo, mentre quasi 100 persone, rappresentanti dello Stato, lo hanno visto e non sono intervenute. E c’è un altro importante elemento che si tende a dimenticare…

Di che cosa si tratta?

Del fatto che in sede civile l’ospedale Pertini ha versato un cospicuo risarcimento alla famiglia Cucchi, riconoscendo la mancata cura di Stefano dopo che i medici erano stati condannati per omicidio colposo.

Come si spiega il fatto che cento operatori dello Stato non abbiano visto o abbiano chiuso gli occhi nel caso Cucchi e che episodi del genere siano, per fortuna, molto rari?

Non ho una visione apocalittica del nostro sistema penitenziario. Concordo che fatti simili non accadono tutti i giorni, ma la verità è che potrebbero avvenire molto più di frequente. Il caso è sempre in agguato in un’istituzione nella quale è deficitaria la capacità di proteggere chi viene messo in custodia. Ricordiamo che è elevatissimo il numero delle persone che in carcere muoiono o si suicidano. Il livello delle cure garantite in prigione è molto inferiore agli standard che dovrebbero essere rispettati. E il sovraffollamento rende la situazione tanto più grave. Stefano Cucchi è deceduto nel sistema penitenziario. E l’opinione pubblica continua a ignorare la sofferenza quotidiana che si vive dietro le sbarre, dove tanti non muoiono ma arrivano a un passo e subiscono danni permanenti per patologie non curate.

Le parole di qualche esponente politico hanno dato voce anche ai pregiudizi di tanti: se Cucchi era in cella, sarà stato per qualche motivo; perché prendersela con chi fa rispettare la legge…

I giudizi sprezzanti che sono stati pronunciati influenzano sicuramente segmenti della popolazione, ma anche esponenti dell’apparato statale, dagli agenti ai direttori di carcere fino ai magistrati. E hanno come effetto quello di svilire la dignità e l’unicità della persona umana. Papa Francesco pochi giorni fa ha pronunciato un discorso epocale sul sistema penale, in cui ha detto, all’incirca, che la dignità della persona viene prima di qualunque pena.

Pensa che si andrà in Cassazione, e con quale sentenza?

Immagino che la procura generale farà ricorso. E voglio sperare in un verdetto diverso da quello di appello.

Avvenire, 1 novembre 2014

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