Flora (Camere Penali) : L’errore fatale di chi vuole militarizzare le Carceri


Tra le riforme di cui si vocifera la proposizione da parte della commissione presieduta dal pm antimafia di Reggio Calabria Nicola Gratteri, c’è n’è una segnalata nel bell’articolo di Maria Brucale sul Garantista del 16 ottobre.

Una “ipotesi di lavoro” che, sommersa dallo tsunami di altre riguardanti lo smantellamento di quel che resta del giusto processo e del diritto penale liberal democratico, è forse passata un po’ sotto traccia.

Intendo riferirmi alla “militarizzazione” degli istituti di pena, nei quali si prevede di sostituire la figura del Direttore con quella del “Commissario di Polizia penitenziaria”, con conseguente riqualificazione (?) della polizia penitenziaria in polizia tout court, che passerebbe così dal controllo del ministero della Giustizia a quello del ministero dell’Interno. Ma che male c’è – mi si obietterà? Non è forse da sempre sentita la esigenza di una semplificazione di quel frastagliato mondo di “forze dell’ordine” le cui specifiche competenze si fa sempre più fatica a comprendere.

Polizia, carabinieri, guardia di finanza, polizia penitenziaria, polizia municipale, polizia provinciale, guardia forestale, guardia campestre (a proposito: esiste ancora?). Che affollamento! Semplifichiamo! Certo, semplifichiamo, ma facciamo attenzione alle conseguenze delle semplificazioni. Che significa far trasmigrare la polizia penitenziaria dal controllo del ministero della Giustizia a quello dell’Interno e trasformarla in Polizia, punto? Sarebbe davvero una riforma indolore, anzi auspicabile, o non piuttosto il sintomo una pericolosa deriva autoritaria, con trasformazione degli istituti penitenziari in luoghi di contenzione, deputati a perpetuare forme di controllo sociale meramente repressivo – punitivo, iniziato magari con la vergogna della carcerazione prima del e senza processo?

Quella che nemmeno a Sua Santità, Papa Francesco, sta tanto simpatica? Alla faccia della funzione rieducativa della pena costituzionalmente sancita? Non sono tanto bravo a nascondere dietro una ipocrita neutralità quello che penso. Il valore simbolico culturale di una simile mutazione transgenica, dagli effetti pratici devastanti, è del tutto evidente. Il carcere già adesso è tutto fuorché un luogo adatto alla risocializzazione, nonostante l’impegno individuale di Direttori, personale amministrativo, educatori, agenti e ufficiali di polizia penitenziaria.

E non parlo delle carceri sovraffollate, nonostante che sotto questo profilo vi siano stati innegabili miglioramenti. Parlo delle carceri “normali”, dove a stento si riesce a far rispettare il regolamento, dove i mezzi a disposizione sono quelli che sono (cioè pochi ), dove il personale è sottodimensionato, dove il lavoro è per lo più l’eccezione e non la regola (e quello “all’esterno”?), dove non sempre si riesce a garantire una assistenza medica e psicologica qualificata a tutti. E ciò, ripeto, nonostante l’impegno personale encomiabile di chi ci lavora. Situazione che l’Unione Camere penali ben conosce e da tempo denuncia e non si stancherà mai denunciare, grazie all’attività continua, qualificata e infaticabile dei valorosi volontari del suo “Osservatorio carcere”. E qual è la ricetta che si ipotizza per rimediare a questa indecente, intollerabile situazione?

Innanzi tutto: più carcere! Pensate un po’, a fronte di inequivoci dati statistici, disponibili a tutti, che dimostrano che la prevenzione della recidiva è assicurata maggiormente dalle misure alternative, piuttosto che dalla pena detentiva, no, si punta sempre di più sulla pena carceraria.

Più carcere e che carcere! Un carcere affidato alla polizia, magari alla stessa che (auguriamoci almeno prima o dopo e non durante) svolge anche funzioni di sicurezza pubblica e polizia giudiziaria. Un carcere, quindi, destinato a soddisfare essenzialmente, anche nell’immaginario collettivo (è questo che si vuole ?) innanzi tutto, se non esclusivamente, istanze repressivo punitive. E la rieducazione? E l’articolo 27 della Costituzione?

Già, dimenticavo, secondo una vecchia interpretazione che credevamo morta e sepolta, la Costituzione prevede solo che le pene debbano “tendere” alla rieducazione, la funzione essenziale non è mica quella! Speriamo che si tratti di voci prive di fondamento o che chi deve prendere decisioni in merito rifletta attentamente e ci ripensi. E non sia di quelli che dicono “a me non mi smuove nessuno, nemmeno il Papa”.

Giovanni Flora (Componente Giunta Unione delle Camere Penali)

Il Garantista, 27 ottobre 2014

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