Rossano, i Radicali difendono l’On. Bruno Bossio dalle accuse dei Cinque Stelle


Bruno-Bossio-e-Guccione-visita-carcere-RossanoDopo aver letto le farneticanti, vergognose e sorprendenti dichiarazioni degli “Amici di Beppe Grillo, Rossano in Movimento” nei confronti dell’On. Enza Bruno Bossio, Deputato del Partito Democratico e membro della Commissione Bicamerale Antimafia, per quanto riguarda la sua attività di Sindacato Ispettivo Parlamentare effettuata, tra l’altro, in perfetta sinergia con il Partito Radicale (unica Forza Politica che si occupa da decenni del “Pianeta Carceri”) e che ha interessato anche la Casa di Reclusione di Rossano (Cosenza), non posso esimermi dal fare alcune, doverose, precisazioni a seguito della lectio magistralis di diritto penitenziario fatta dagli sconosciuti grillini e ripresa anche dagli organi di stampa.

Relativamente al fatto che “in quella particolare ala del Carcere di Rossano vengono rinchiuse determinate tipologie di soggetti che danno segni di elevata irrequietezza ovvero che vengono monitorati costantemente dallo Psichiatra della Casa di detenzione in attesa di un eventuale trasferimento nelle apposite strutture” evidenzio che, tale trattamento riservato ai detenuti ristretti nell’Istituto di Rossano, è contrario alla Costituzione ed alla Legge Penitenziaria. Infatti, nel Reparto di Isolamento (attualmente in fase di ristrutturazione dopo l’attività ispettiva dell’On. Bruno Bossio), possono essere “rinchiuse” soltanto quelle persone nei casi tassativi stabiliti dal legislatore (Art. 33 O.P.). Non vi è alcuna disposizione di legge che consentiva alla Direzione della Casa di Reclusione di Rossano di allocare i detenuti che davano “segni di elevata irrequietezza” o per essere “monitorati costantemente dallo Psichiatra” all’interno di quel Reparto. Anzi, vi è di più. Proprio per rafforzare l’eccezionalità della disciplina, il legislatore, ha stabilito il divieto per l’Amministrazione Penitenziaria, di utilizzare sezioni o reparti di isolamento per casi diversi da quelli previsti dalla Legge. (Art. 73 c. 8 Reg. Es. O.P.). Principi poi richiamati anche dalla Circolare Dipartimentale n. 500422 del 02/05/2011. L’isolamento del detenuto rappresenta una situazione del tutto eccezionale in quanto idoena ad incidere negativamente sul diritto alla salute ed al benessere individuale della persona e poiché, di norma, il detenuto, deve vivere insieme agli altri perché la vita in comune è un elemento basilare del trattamento penitenziario. Il Medico può prescrivere l’isolamento per ragioni sanitarie e, più precisamente, solo in caso di malattia contagiosa, da eseguirsi in appositi locali dell’infermeria o in un reparto clinico (Art. 73 c. 1 Reg. Es. O.P.). A tal proposito, sono già numerosi, i Medici (ed altri dipendenti dell’Amministrazione Penitenziaria) condannati dall’Autorità Giudiziaria competente, per omicidio colposo proprio per aver cagionato il suicidio di detenuti, specie quelli con disturbi psichiatrici conclamati, mettendoli in isolamento, misura prevista in casi eccezionali e tassativamente elencati, in violazione dell’Ordinamento e del Regolamento di Esecuzione Penitenziaria.

Quanto, invece, alle “celle” di questa “particolare ala del Carcere”, ribadisco la illegittimità del collocamento dei detenuti nelle “celle lisce” cioè prive dell’arredo ministeriale poiché, anche durante l’esecuzione dell’isolamento, i detenuti debbono essere alloggiati in camere ordinarie pur se il loro comportamento sia tale da arrecare disturbo o da costituire pregiudizio per l’ordine e la disciplina. (Art. 73 c. 2 Reg. Es. O.P.). Anche per questa particolare “prassi generalizzata” sono già state diverse le sentenze di condanna pronunciate nei confronti del personale dipendente dell’Amministrazione Penitenziaria. Le sanzioni disciplinari, infatti, devo essere “eseguite nel rispetto della personalità” (Art. 38 c. 4 O.P.) in ossequio al principio costituzionale di cui all’Art. 27 c. 3 secondo cui le pene devono essere conformi ad umanità. E “rinchiudere” delle persone in cella, senza vestiti, senza alcun mobilio o suppellettile non può considerarsi sicuramente rispettoso della dignità umana !

Per quanto riguarda tutto il resto delle critiche rivolte dagli “Amici di Beppe Grillo di Rossano” all’On. Bruno Bossio, le stesse, sono destituite di fondamento e, pertanto, vanno rispedite al mittente o, piuttosto, indirizzate ai propri rappresentanti in Parlamento che mai, sino ad ora, si sono seriamente occupati delle problematiche penitenziarie. Nell’Interrogazione Parlamentare nr. 5-03339 del 16/09/2014 presentata dalla Deputata democratica ai Ministri della Giustizia, della Salute e del Lavoro e delle Politiche Sociali non vi sono assolutamente riportate “mezze verità” come invece sostenuto dai “grillini”. E’ stato espressamente sollecitato il Governo ad attivarsi, con urgenza, sia per incrementare l’organico della Polizia Penitenziaria e degli Educatori in modo da migliorare le condizioni lavorative del personale e rendere lo stesso adeguato alle esigenze della popolazione detenuta e sia per aumentare l’organico degli esperti psicologi o, comunque, assicurare l’incremento delle ore di lavoro di quelli attualmente assegnati per migliorare l’efficacia degli interventi trattamentali nei confronti dei detenuti. Infine, è stato chiesto ai Ministri, se non ritengano di implementare l’attività trattamentale dei detenuti, sia essa di studio e/o di formazione e lavoro, di avviare immediatamente un corso di formazione professionale affinchè i detenuti possano lavorare in cucina e, se non ritengano opportuno intervenire con urgenza, per riavviare il laboratorio di falegnameria denominato “Dedalo” di cui è dotato l’Istituto in modo da ampliare i posti di lavoro intramurario. L’On. Bruno Bossio non si è mai adoperata per favorire l’allontanamento del Comandante di Reparto della Polizia Penitenziaria. Il trasferimento del Vice Commissario Elisabetta Ciambriello è stato disposto dall’Ufficio del Personale del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria perche, evidentemente, ve ne erano i presupposti.

Venendo al “piano carceri razionale e degno di tal nome, come quello proposto dal M5S alla Camera”, bene ha fatto l’On. Bruno Bossio (e, contestualmente, il Parlamento ed il Governo) a non sostenerlo, poiché si trattava di un autentica accozzaglia di dati scollegati tra loro, anche non aggiornati, che non risolveva assolutamente la questione di prepotente urgenza, sempre più prepotentemente urgente, delle Carceri italiane, pluricondannate dalla giurisdizione europea. Francamente non capisco come si faccia ancora a parlare di “piano carceri” poiché si trattava di tre misere paginette accompagnate da una sola nota, con dati non aggiornati, risalenti addirittura al 2010. Il “piano carceri” dei grillini, all’epoca dei fatti, venne sonoramente bocciato da tutti, persino dalle Organizzazioni Sindacali della Polizia Penitenziaria.

Gli “Amici di Beppe Grillo di Rossano” quindi, a mio avviso, avrebbero fatto bene a continuare a tacere invece di improvvisarsi “professori” su qualcosa come la “comunità penitenziaria” che non conoscono e che ignorano completamente.

Emilio Enzo Quintieri

Ascoli Piceno: detenuto al 41bis in carcere potrà avere riviste porno in cella


CC Ascoli PicenoIl Giudice di Sorveglianza di Macerata ha accolto un ricorso, stabilendo che un recluso, sebbene sia sottoposto al carcere duro, ha il diritto di preservare la propria integrità psico-fisica. Giornali a luci rosse ai detenuti sottoposti al regime del carcere duro.

Sono circa una quarantina i reclusi al 41 bis del carcere di Ascoli Piceno e uno di essi, esponente di spicco della camorra campana, ha vinto la sua battaglia personale: quella di ricevere in carcere riviste per adulti.

Dieci giorni fa l’udienza, e nelle ultime ore è arrivato il responso del giudice di sorveglianza di Macerata, Marta D’Eramo, che ha accolto il ricorso del detenuto, stabilendo che un recluso, sebbene sia sottoposto al carcere duro, ha il diritto di preservare la propria integrità psico-fisica. E così, a margine del provvedimento del magistrato, ora, le riviste hot – che comunque non sono presenti nell’elenco delle riviste acquistabili dal carcere attraverso la ditta convenzionata e spedite in maniera del tutto anonima – potranno essere inviate dai familiari dei detenuti.

Ma una volta arrivate ai cancelli d’ingresso del penitenziario dovranno comunque essere sottoposte al cosiddetto visto di controllo, per scongiurare il pericolo di dare modo ai detenuti di mettersi in contatto con il mondo esterno attraverso messaggi cifrati o di altra natura. Un diritto precedentemente negato perché le riviste in questione, il più delle volte, contengono numeri di telefono che accompagnano inserzioni personali.

Il ricorso del camorrista detenuto al 41 bis del carcere ascolano, ha fatto da apripista ad altri detenuti, difesi dall’avvocato ascolano, Mauro Gionni. Le istanze sono state accettate, ma l’inserimento di riviste per adulti alla lista di quelle già consentite non era l’unica richiesta dei 41 bis del penitenziario ascolano, un supercarcere che, negli anni, ha ospitato il gotha delle mafie ed esponenti di spicco dell’Italia criminale: a partire da Ali Agca, Renato Vallanzasca, fino a Raffaele Cutolo, Totò Riina e tanti altri.

Tra i ricorsi di altri detenuti in regime di carcere duro, tra cui quello di un detenuto per reati di mafia, e accolti dal magistrato di sorveglianza, anche quello di poter avere contatti fisici con i figli minorenni e far loro dei regali in occasione di compleanni o altri eventi.

Blindatissima, però, la procedura per l’acquisto, prima, ed il transito, dopo, del dono di modico valore attraverso i corridoi del penitenziario, fino a destinazione: ad ordinarlo allo “spesino” del carcere sarà lo stesso detenuto e una volta arrivato ai cancelli il regalo verrà accuratamente controllato dagli agenti e stoccato in magazzino fino al giorno del colloquio con i parenti.

“Si tratta di colloqui registrati e video sorvegliati – spiega il penalista ascolano, Mauro Gionni, già difensore del boss di Cosa Nostra, Pippo Calò: sono piccole concessioni, ma è comunque una conquista. Il giudice D’Eramo, molto attenta a queste problematiche, senza minare in alcun modo le esigenze di sicurezza, ha anche disposto che i detenuti possano avere disponibilità più ampie di colloqui qualora, nel giorno stabilito, un familiare fosse indisposto per problemi, ad esempio, di salute”.

Eduardo Parente

Il Fatto Quotidiano, 26 ottobre 2014

Bernardini (Radicali): “Inutili i provvedimenti tampone, ci vogliono l’Amnistia e l’Indulto”


Rita Bernardini, Segretaria Nazionale RadicaliLa segretaria dei Radicali italiani boccia i decreti “svuota-carceri”. Rita Bernardini, segretaria dei Radicali italiani, è alle prese con la preparazione del XIII Congresso dello storico movimento fondato da Marco Pannella.

Dal 30 ottobre al 2 novembre i Radicali si ritroveranno a Chianciano, e affronteranno, come fanno da sempre, la drammatica situazione nelle carceri italiane. Il 2014, infatti, è stato un altro “anno nero” per i detenuti.

Bernardini, i decreti “svuota-carceri” e la sentenza della Consulta che ha cassato la legge Fini-Giovanardi, non hanno alleviato le sofferenze dei reclusi italiani?

“Assolutamente no. È vero che il numero dei detenuti è diminuito, ma le condizioni delle nostre carceri continuano ad essere infami. La giustizia italiana è alla débâcle definitiva e va riformata strutturalmente, passando attraverso un provvedimento di amnistia e indulto”.

Dunque quelli che sembravano progressi si sono rivelati inutili misure tampone?

“La situazione è drammatica. Intanto, con la nostra azione, abbiamo costretto il ministero della Giustizia a non barare sui numeri. Le spiego. I detenuti presenti nelle nostre carceri al 30 settembre 2014 sono 54.195, i posti regolamentari 49.347. In realtà, però, da questi ne vanno sottratti circa 6mila perché molte carceri hanno sezioni chiuse e inagibili. Dunque i posti effettivi sono 43mila. Sul sito del Ministero, infatti, ora si può leggere che il dato sulla capienza regolamentare “non tiene conto di eventuali situazioni transitorie che comportano scostamenti temporanei dal valore indicato”.

Numeri da brivido a cui se ne aggiungono altri allarmanti.

“È esatto. I condannati definitivi, ad esempio, sono 35.197, tutti gli altri sono in custodia cautelare. Ben 9.067 sono in attesa di primo giudizio e quasi il 30% sono tossicodipendenti. A ciò va aggiunto che solo il 20% dei reclusi lavora. Le strutture carcerarie, poi, sono pessime, così come disastrose sono le condizioni igieniche. Non ha funzionato nemmeno la “messa alla prova”, cioè la possibilità di destinare molti detenuti a pene alternative. Sono state accolte solo 18 domande su 3.237″.

Un quadro desolante.

“Nel 2014 ci sono stati 38 suicidi ma un totale di 115 morti. Decessi dovuti a cure carenti. Siamo sommersi di segnalazioni su detenuti che non vengono curati. E sa da cosa dipende? Dal fatto che la sanità penitenziaria non è più affidata al ministero della Giustizia, ma alle Asl, che ovviamente, quando devono tagliare, lo fanno sui carcerati, l’anello debole”.

Eppure l’Europa, a giugno, ci ha “graziati”.

“L’Europa ha solo rimandato il giudizio finale all’anno prossimo. Ma il dato clamoroso è che al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, che vigila sull’esecuzione delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, e parliamo della sentenza Torreggiani, l’Italia ha raccontato balle clamorose. Ci avevano chiesto di risarcire il detenuto che ha subìto, negli anni precedenti, trattamenti inumani e degradanti, ma abbiamo scoperto e denunciato, anche tramite un’interrogazione parlamentare del vicepresidente della Camera, Roberto Giacchetti, che la magistratura di Sorveglianza sta facendo una sorta di “sciopero bianco”.

Alcuni magistrati dicono che le domande sono inammissibili perché loro si devono occupare solo del “pregiudizio attuale” che subisce il recluso, altri affermano che è impossibile, senza la collaborazione del Dap, ricostruire le condizioni carcerarie passate del detenuto. Ciò comporta, ad esempio, che in Toscana, a fronte di 1200 domande, ne è stata accolta solo una”.

Ma almeno l’Italia ha detto la verità all’Ue sui 3 metri quadrati garantiti attualmente al detenuto?

“Nemmeno per sogno. Sa perché, sulla carta, sono spuntati fuori i 3 metri? Perché abbiamo calcolato anche lo spazio occupato dalla mobilia: armadietto, letto, sgabello. Non solo. Per ottenere il “numero magico”, centinaia di detenuti sono stati spostati in Sardegna, dove c’erano posti a disposizione. E così le famiglie si trovano a centinaia di chilometri di distanza con gravi ricadute psicologiche per i figli minori”.

Lei ha fatto lo sciopero della fame per Bernardo Provenzano.

“È chiaro che siamo di fronte a un caso difficile, perché parliamo di un boss mafioso, ma come si può lasciare un uomo incapace di intendere e volere, un vegetale, al 41bis?”. Perché i nostri governanti si guardano bene dall’approvare un provvedimento di amnistia e indulto? “Intervenendo al Congresso dell’Unione delle Camere penali, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, nella sua ingenuità, o furbizia, lo ha candidamente ammesso: è troppo impopolare, ha detto, perderemmo voti”.

Luca Rocca

Il Tempo, 27 ottobre 2014

Magistrati che sbagliano e celle-loculi… in un anno quasi nulla è cambiato


Innocenti dietro le sbarre, rinchiusi per un errore dei giudici. I primi spesso orfani di risarcimento dopo l’ingiustizia subita. I secondi impuniti nella maggior parte dei casi, malgrado la vittoria di un referendum che chiedeva fossero considerati direttamente responsabili dei loro sbagli. E comunque tutti, vittime del sistema giudiziario e “sicuri” colpevoli, costretti a subire la stessa barbara sorte in carceri sovraffollate, in celle che assomigliano a loculi.

Era il quadro che abbiamo dipinto oltre un anno fa sulle colonne de “Il Tempo”. Sono trascorsi tredici mesi. Poco o nulla è cambiato. Il ddl sulla Giustizia che contiene una nuova normativa sulla responsabilità civile dei magistrati è fermo in Senato e può contare sulla strenua opposizione di Anm (l’associazione delle toghe) e Csm (il loro organo di autogoverno). E le patrie galere? Sono sempre strapiene, anche se un po’ meno.

Responsabilità civile

In realtà il ddl non prevede che sia diretta, ma solo che la rivalsa dello Stato sui magistrati che hanno sbagliato passi da un terzo alla metà. Inoltre stabilisce che venga eliminato il “filtro” in base al quale lo Stato deve affidare ai giudici l’ammissibilità della richiesta di rimborso per errore giudiziario o per ingiusta detenzione. Nel 2013 scrivemmo che, negli ultimi 22 anni, oltre 22 mila persone avevano avuto un rimborso per questo. Ma, considerando che le domande rigettate si aggiravano su due terzi del totale, si arrivava per difetto a circa 50 mila, 50 mila innocenti in galera, appunto. Il tutto per una spesa pubblica di circa 600 milioni di euro.

Facendo un paragone fra l’anno scorso e quello in corso, sembrerebbe che i giudici sbaglino meno. Se, infatti, nel 2013 i risarcimenti per le ingiuste detenzioni erano stati 1368 e per gli errori giudiziari 25, nei primi dieci mesi del 2014 siamo a 431 ingiuste detenzioni e a 9 errori (fonte il sito “Errorigiudiziari.com). La spesa è stata rispettivamente di 37 e di 16 milioni di euro. Ma la statistica inganna, come insegna Trilussa. E anche in questo caso la parola magica è “ammissibilità”: dal ministero dell’Economia spiegano che la spending review ha colpito anche in questo settore e che la Cassazione è oggi di manica molto più stretta nel valutare l’ammissibilità della domanda di risarcimento. Non ci sono meno errori, ci sono meno soldi per le vittime degli errori e più richieste gettate nel cestino.

Sovraffollamento

Il 28 maggio è scaduto l'”ultimatum” della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ci ha condannato per le condizioni disumane delle prigioni. Noi siamo corsi ai ripari con provvedimenti come il decreto “svuota carceri”, il perfezionamento di accordi e procedure per l’espulsione degli stranieri in cella, il ripristino della vecchia legge sulla droga, le misure alternative. E siamo stati promossi. Per ora. Ma non del tutto a ragione. Al 31 luglio 2013 dietro le sbarre c’erano 64.873 persone su una capienza regolamentare di circa 47.459. Il 30 settembre i detenuti erano 54.195 su 49.347 posti. Ma i radicali, da sempre impegnati sul fronte carceri, spiegano che dalla capienza regolamentare bisogna sottrarre 6.000 unità a causa di sezioni chiuse, inagibili o inutilizzate. Quindi arriviamo a 43mila posti.

Insomma, se dodici mesi orsono, prima della verifica Ue, eravamo fuorilegge per 17.414 detenuti in più, adesso lo siamo “solo” per 4.848. Una bella consolazione. Ma non basta. Grazie alla possibilità che i carcerati hanno di uscire dalla cella oltre che per la classica ora d’aria e a causa dello scarso numero dei sorveglianti, sono aumentate le aggressioni agli agenti della penitenziaria: per il sindacato Sappe, del 70 per cento da quando c’è questa “vigilanza dinamica”. E sono aumentati i suicidi degli agenti, che sono già 10 contro gli 8 di tutto il 2013. Quelli dei detenuti sono scesi ma soprattutto per il calo della popolazione carceraria. E anche lo sfruttamento dei 2000 “braccialetti elettronici”, prima non impiegati, non ha risolto il problema, poiché per il Sappe ne occorrerebbero almeno il triplo.

L’interrogazione

Il vicepresidente della Camera Roberto Giachetti il 14 ottobre ha rivolto al Governo un’interrogazione con cui segnalava che “alcuni magistrati di sorveglianza” stanno “rigettando” le richieste di risarcimento dei detenuti ristretti in condizioni che violavano l’articolo 3 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, quello utilizzata dalla Corte Ue per bacchettarci.

Anche in questo caso, il motivo è “una ritenuta inammissibilità dei reclami” per le detenzioni pregresse” o quelle che “si protraggono in diversi istituti”. Insomma, il detenuto deve sperare che la richiesta arrivi al magistrato prima del suo trasferimento in un’altra prigione e, nel secondo caso, dovrebbe adire al giudice civile”.

Cosa, quest’ultima, praticamente impossibile nelle sue condizioni. Giachetti, poi, fa notare che la Corte non faceva solo riferimento allo spazio a disposizione dei carcerati, ma anche alla “possibilità di usare i servizi igienici in modo riservato, l’aerazione disponibile, l’accesso alla luce naturale e all’aria, la qualità del riscaldamento e il rispetto delle esigenze sanitarie di base”. Un altro punto, infine, è se la superficie “vitale” (3 metri quadri) debba o meno comprendere gli arredi. E il Governo che ha risposto? Non ha risposto.

Maurizio Gallo

Il Tempo, 27 ottobre 2014

Flora (Camere Penali) : L’errore fatale di chi vuole militarizzare le Carceri


Tra le riforme di cui si vocifera la proposizione da parte della commissione presieduta dal pm antimafia di Reggio Calabria Nicola Gratteri, c’è n’è una segnalata nel bell’articolo di Maria Brucale sul Garantista del 16 ottobre.

Una “ipotesi di lavoro” che, sommersa dallo tsunami di altre riguardanti lo smantellamento di quel che resta del giusto processo e del diritto penale liberal democratico, è forse passata un po’ sotto traccia.

Intendo riferirmi alla “militarizzazione” degli istituti di pena, nei quali si prevede di sostituire la figura del Direttore con quella del “Commissario di Polizia penitenziaria”, con conseguente riqualificazione (?) della polizia penitenziaria in polizia tout court, che passerebbe così dal controllo del ministero della Giustizia a quello del ministero dell’Interno. Ma che male c’è – mi si obietterà? Non è forse da sempre sentita la esigenza di una semplificazione di quel frastagliato mondo di “forze dell’ordine” le cui specifiche competenze si fa sempre più fatica a comprendere.

Polizia, carabinieri, guardia di finanza, polizia penitenziaria, polizia municipale, polizia provinciale, guardia forestale, guardia campestre (a proposito: esiste ancora?). Che affollamento! Semplifichiamo! Certo, semplifichiamo, ma facciamo attenzione alle conseguenze delle semplificazioni. Che significa far trasmigrare la polizia penitenziaria dal controllo del ministero della Giustizia a quello dell’Interno e trasformarla in Polizia, punto? Sarebbe davvero una riforma indolore, anzi auspicabile, o non piuttosto il sintomo una pericolosa deriva autoritaria, con trasformazione degli istituti penitenziari in luoghi di contenzione, deputati a perpetuare forme di controllo sociale meramente repressivo – punitivo, iniziato magari con la vergogna della carcerazione prima del e senza processo?

Quella che nemmeno a Sua Santità, Papa Francesco, sta tanto simpatica? Alla faccia della funzione rieducativa della pena costituzionalmente sancita? Non sono tanto bravo a nascondere dietro una ipocrita neutralità quello che penso. Il valore simbolico culturale di una simile mutazione transgenica, dagli effetti pratici devastanti, è del tutto evidente. Il carcere già adesso è tutto fuorché un luogo adatto alla risocializzazione, nonostante l’impegno individuale di Direttori, personale amministrativo, educatori, agenti e ufficiali di polizia penitenziaria.

E non parlo delle carceri sovraffollate, nonostante che sotto questo profilo vi siano stati innegabili miglioramenti. Parlo delle carceri “normali”, dove a stento si riesce a far rispettare il regolamento, dove i mezzi a disposizione sono quelli che sono (cioè pochi ), dove il personale è sottodimensionato, dove il lavoro è per lo più l’eccezione e non la regola (e quello “all’esterno”?), dove non sempre si riesce a garantire una assistenza medica e psicologica qualificata a tutti. E ciò, ripeto, nonostante l’impegno personale encomiabile di chi ci lavora. Situazione che l’Unione Camere penali ben conosce e da tempo denuncia e non si stancherà mai denunciare, grazie all’attività continua, qualificata e infaticabile dei valorosi volontari del suo “Osservatorio carcere”. E qual è la ricetta che si ipotizza per rimediare a questa indecente, intollerabile situazione?

Innanzi tutto: più carcere! Pensate un po’, a fronte di inequivoci dati statistici, disponibili a tutti, che dimostrano che la prevenzione della recidiva è assicurata maggiormente dalle misure alternative, piuttosto che dalla pena detentiva, no, si punta sempre di più sulla pena carceraria.

Più carcere e che carcere! Un carcere affidato alla polizia, magari alla stessa che (auguriamoci almeno prima o dopo e non durante) svolge anche funzioni di sicurezza pubblica e polizia giudiziaria. Un carcere, quindi, destinato a soddisfare essenzialmente, anche nell’immaginario collettivo (è questo che si vuole ?) innanzi tutto, se non esclusivamente, istanze repressivo punitive. E la rieducazione? E l’articolo 27 della Costituzione?

Già, dimenticavo, secondo una vecchia interpretazione che credevamo morta e sepolta, la Costituzione prevede solo che le pene debbano “tendere” alla rieducazione, la funzione essenziale non è mica quella! Speriamo che si tratti di voci prive di fondamento o che chi deve prendere decisioni in merito rifletta attentamente e ci ripensi. E non sia di quelli che dicono “a me non mi smuove nessuno, nemmeno il Papa”.

Giovanni Flora (Componente Giunta Unione delle Camere Penali)

Il Garantista, 27 ottobre 2014