Parma: il boss Belforte tenta il suicidio, è detenuto da 16 anni in regime 41 bis


Cella 41 bis OPIl 57enne prova a impiccarsi ma la corda non regge: intervengono gli agenti. Sabato notte si è legato il cappio al collo e si è lasciato cadere giù, abbandonandosi al destino che si era scelto, ma suicidarsi in carcere è mille volte più difficile che fuori, da liberi.

La corda che gli reggeva il corpo, legata alle sbarre della cella, ha ceduto e il tonfo ha richiamato l’attenzione degli agenti della penitenziaria: “Belforte, Belforte risponda”, ha gridato l’agente che lo ha soccorso per primo. Ma il boss dì Marcianise, Domenico Belforte, l’uomo che aveva creato la diabolica associazione mafiosa alle porte della città dì Caserta, aveva la schiuma alla bocca e gli occhi rotolati verso l’alto.

Quando il 118 è giunto nel carcere dì massima sicurezza dì Parma, dov’è rinchiuso anche l’ultimo capo dei Casalesi, Michele Zagaria di Casapesenna, hanno tentato in tutti ì modi dì rianimarlo. All’ospedale della città ducale, Mimi Belforte è stato ricoverato nel reparto di Rianimazione; solo ieri ha aperto gli occhi e ha ripreso conoscenza. È rimasto sedato per tre giorni, in attesa che rispondesse bene alla terapia. Piantonato notte e giorno dalla polizia, il clapoclan ha chiesto dei familiari. Dal 1998 Domenico è rinchiuso al 41 bis, il carcere duro previsto per i detenuti pericolosi. Anche alla moglie, Maria Buttone, è stato applicato lo stesso regime detentivo in una casa circondariale dì Roma. La Dda scoprì che reggeva le sortì del clan in maniera magistrale dopo l’arresto del consorte. Fuori, liberi, i due figli della coppia.

Il motivo del gesto estremo del boss sarebbe legato alla situazione detentiva. Domenico Belforte, ormai 57enne, non avrebbe retto alle regole ferree del carcere. O forse, voleva denunciare dei presunti soprusi. Le sue istanze sono state inviate, nel corso di questi 20 anni di reclusione, alle varie procure d’Italia. Il boss è uno a cui piace prendere carta e penna e scrivere per far sentire la sua voce. Accusato di aver preso parte all’atto di nascita del clan egemone a Marcianise e dintorni, assieme al fratello Salvatore, è stato condannato per associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsioni e riciclaggio, Dal tribunale di Milano era stato, inoltre, condannato a 18 anni di reclusione per traffico di droga. Per i tre omicidi contestati – l’ultimo è quello di Alessandro Menditti, ucciso a Recale 13 anni fa – il tribunale del Riesame di Napoli ha annullato tutte le misure, dopo l’emissione delle ordinanze.

Nel 2007 venne addirittura assolto dal reato di omicidio, così come nel processo sui rifiuti e veleni trasportati dal Nord verso il Sud Italia. Ma è ancora troppo presto per mettere la parola fine sui fatti di sangue. Se ieri, è pur vero, è stata annullata anche la custodia cautelare nei confronti di Vittorio Musone e Pasquale Cirillo, difesi dall’avvocato Angelo Raucci, è vero anche che le indagini sono nella fase iniziale, curate dalla Dda. A difendere Belforte Domenico, c’è l’avvocato Massimo Trigari. A Marcianise non si parla d’altro, del boss che voleva togliersi la vita perché non vuole restare a Parma, dove nel 2001 denunciò il direttore della casa circondariale per abuso d’ufficio. In sostanza, Belforte aveva spiegato che la polizia penitenziaria gli inondò la cella per spegnere un presunto incendio. Possibili vessazioni era state tutte denunciate alle autorità. Dopo l’evento del 2001, Domenico Belforte venne trasferito a Milano, ma ritornò poi a Parma. Dove non voleva restare. Piuttosto avrebbe abbracciato la morte.

Marilù Musto

Il Mattino, 25 settembre 2014

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