Carceri ancora senza una guida, nuovo Capo del Dap all’insegna dell’umanità


Polizia Penitenziaria cella detenutoIl Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria è senza capo da fine maggio 2014, Era quella una data significativa perché coincideva con la decisione che il Consiglio d’Europa avrebbe dovuto prendere intorno alla situazione carceraria italiana. La decisione è stata presa, ovvero è stato previsto un altro anno di osservazione internazionale pur nella valutazione positiva di quanto nel frattempo fatto in termini di deflazione numerica e riconoscimento dei diritti dei detenuti.

Decisivo a riguardo è stato il lavoro della Commissione presieduta da Mauro Palma. Nel 2013 partivamo dall’anno zero, visti gli oltre 25 mila detenuti privi di un posto letto regolamentare e viste le condizioni di vita degradate nelle 205 prigioni del Paese, A partire dalla primavera del 2013 si sono sovrapposti interventi normativi e amministrativi diretti a produrre cambiamenti nel senso auspicato dalla Corte di Strasburgo.

Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha dunque un ruolo strategico, tanto più in una fase meno congestionata come è quella attuale. Il Dap deve avere un progetto, una mission chiara. Pochi tra co-laro che sono stati al vertice del Dap sono stati scelti per le loro competenze specifiche in ambito penitenziario. Nicolò Amato, capo Dap dal 1983 al 1993 ovvero per lunghi dieci anni, aveva le idee chiare. Basta rileggersi il suo libro Diritto, delitto, carcere del 1987.

Il nostro caro Sandro Margara aveva anche lui le idee chiare, nel senso dì proporsi quale garante di una pena rispettosa dei vincoli e delle finalità costituzionali. Margara, però, al vertice del Dap c’è stato poco meno di due anni. Fu mandato via dall’allora ministro della Giustizia Oliviero Diliberto che lo definì troppo poco incline alla sicurezza e troppo incline al trattamento. Dal 1983 il capo è sempre stato un magistrato. Spesso è finito sotto le grinfie dello spoil system. Governi di tutti colori hanno così politicizzato un. incarico che per sua natura non dovrebbe esserlo.

Il Dap, come l’Arma dei Carabinieri o la Polizia di Stato, è una organizzazione fortemente centralizzata e gerarchica. Al Dap conta il Capo e contano ì direttori generali delle singole aree. Da loro dipende la gestione di 50 mila lavoratori, 80 mila tra detenuti e persone in misura alternativa, la manutenzione di 205 istituti di pena, la costruzione di eventuali nuove carceri, i rapporti con sindaci, procure, associazioni. di volontariato. Più che nominare un capo Dap vorremmo che il Governo opti per un progetto Dap.

Un progetto individuale e collettivo che cambi il paradigma della carcerazione, che punti sulla responsabilità di detenuti e personale, che azzeri le pratiche segregative e umilianti, che punti ad aprire le celle e non a chiuderle. Conta per questo progetto chi sarà il capo Dap ma conta anche chi andrà a essere il capo del personale, chi a dirigere la formazione, chi a gestire l’ufficio detenuti, chi a tenere i rapporti con gli enti locali e le regioni o chi a bandire e seguire gli appalti milionari. Dunque ci vuole un’idea forte e dai contorni netti.

Il capo Dap è un funzionario pubblico di primissima fascia. È tra le figure di vertice dello Stato. Ha un trattamento economico e previdenziale anch’esso di primissimo livello. Sulla sua nomina vorremmo che ci fosse trasparenza, valutazione dei meriti e delle competenze complesse. Può essere un magistrato ma non deve esserlo per forza. È ragionevole che sia un magistrato a tenere i rapporti con le Procure ma non è questa la principale delle attività di un capo dell’amministrazione penitenziaria. I detenuti sottoposti al regime di cui all’articolo 41-bis secondo comma sono circa 700. Quelli ristretti in sezioni di alta sicurezza sono circa 8 mila. Tutti gli altri 45 mila sono detenuti comuni molti dei quali privi di una particolare statura criminale.

Nei loro confronti deve prevalere una gestione di tipo trattamentale, così dice la legge. Pertanto, più giusto sarebbe collocare al vertice del Dap chi al trattamento e a una gestione umano-centrica ci crede e a essa ha dedicato una vita intera. Sarebbe bello se anche dalle varie correnti della magistratura arrivasse un segnale in questa direzione, dal quale si evinca un interesso al progetto e non al posto.

Il sistema penitenziario italiano è stato giudicato fuori dalla legalità internazionale nel 2013. Ce lo ricorda continuamente Marco Pannella grazie al quale i riflettori sul carcere non si sono mai spenti. Alla sentenza del 2013 non si è arrivati per caso ma essa è stata l’effetto di una cattiva politica e di un’amministrazione incapace di cestinare prassi degradanti sclerotizzatesi nel tempo. Un vero cambio di direzione dovrebbe prendere atto di tutto questo e modificare completamente la logica con cui procedere alle nomine, quanto meno alla luce dei tanti fallimenti del passato.

Patrizio Gonnella (Presidente di Antigone)

Il Garantista, 10 settembre 2014

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