Cuba: ragazzo italiano rinchiuso in carcere, rischia la vita per 3,5 grammi di marijuana


Da cinque mesi in galera con l’accusa di “traffico di droga”, ma aveva solo 3,5 grammi di marijuana. I genitori: “Aiutateci prima che sia troppo tardi”.

Cinque mesi possono essere un calvario. Soprattutto quando si è costretti a muoversi nello spazio angusto di una cella. Circondati da persone che parlano una lingua straniera. Con gli affetti lontani. Affamati e senza riuscire a dormire.

È la storia di tanti italiani che da colpevoli, ma spesso da innocenti, si trovano detenuti all’estero. Un numero impressionante: oltre 3.200. È la storia di Giulio Brusadelli, un ragazzo romano di 34 anni che per l’appunto da 5 mesi si trova in carcere a Cuba.

Venerdì l’Huffington Post ha pubblicato la lettera indirizzata dai genitori al senatore Luigi Manconi (presidente della Onlus A Buon Diritto). Una lettera che riassume in poche righe tutto il dramma di un padre e di una madre che, proprio in questi giorni, sono volati a Cuba per verificare di persona le condizioni del figlio.

La storia di Giulio comincia il 4 marzo di quest’anno con quello che anche i genitori definiscono un “errore”. A Santiago de Cuba viene trovato in possesso di 3,5 grammi di marijuana. Una quantità modica, ma l’accusa è pesantissima: traffico di droga. Il ragazzo viene arrestato. Dopo due mesi viene trasferito presso il carcere di Aguadores, sempre a Santiago, e lì resta in attesa del processo. Che si svolge il 14 luglio. Giulio, particolare tutt’altro che irrilevante, soffre da circa 20 anni di una sindrome bipolare maniaco depressiva. Viene riconosciuto dalla commissione medico-legale come “tossicodipendente”. Secondo i testimoni presentati dalla difesa è incompatibile con il regime carcerario.

L’accusa, tra l’altro, non riesce in alcun modo a dimostrare la sua natura di “trafficante di droga”. Anche per questo, dagli iniziali 8 anni di reclusione, si passa ad una richiesta di 3-5 anni. Il 22 luglio la sentenza: condanna a 4 anni di detenzione, da scontare dopo essere stato ricoverato presso un centro di disintossicazione.

Gli avvocati del ragazzo preparano il ricorso in appello. Chiedono al ministero degli Interni cubano di concedergli la possibilità di scontare la pena in Italia. Un trattato tra il nostro Paese e L’Avana, ratificato nel 2000, offre questa possibilità anche se fissa alcune condizioni (ad esempio il fatto che la sentenza sia “passata in giudicato”).

Ed è a questo punto che quella che a prima vista potrebbe sembrare una disavventura come tante si trasforma in un dramma. Giulio resta in cella, il ricovero nel centro di disintossicazione non avviene, la sua depressione si acuisce fino a quando non viene trasferito nel reparto psichiatrico dell’ospedale “Juan Bruno Zayas” vicino a Santiago.

È lì che il 28 agosto lo hanno incontrato i suoi genitori. Ed ecco la loro descrizione: “Giulio era in stato catatonico, visibilmente prostrato e depresso, dimagrito in maniera impressionante (…), incapace di pronunciare parola e di riconoscere i propri genitori (…)”.

Per questo Paolo e Patrizia Brusadelli hanno deciso di rivolgere il loro disperato appello a Manconi. Che oggi racconta: “Ormai siamo in presenza di un caso che non è più giudiziario, si tratta di una vicenda umanitaria. Purtroppo nell’ultimo anno mi sono occupato di altre storie come quella di Giulio. Compresa quella di Roberto Berardi (l’imprenditore detenuto da gennaio 2013 nella galera di Bata, una piccola città della Guinea Equatoriale, dove subisce quotidianamente maltrattamenti e pestaggi ndr )”.

Manconi ci tiene a sottolineare che sia il ministero degli Esteri italiano che l’Ambasciata italiana a Cuba stanno lavorando per arrivare ad una soluzione. “Ma soprattutto – aggiunge – ho trovato molta sensibilità da parte dell’Ambasciata cubana a Roma”. Purtroppo è difficile fare previsioni su cosa succederà. Ma il grido dei genitori di Giulio ci dice che non c’è tempo da perdere: “Aiutateci prima che sia troppo tardi”.

La lettera dei genitori di Giulio

Gentile Senatore Manconi, siamo i genitori di Giulio Brusadelli e le scriviamo da Cuba. Ieri, 28 agosto, abbiamo incontrato nostro figlio nel reparto psichiatrico dell’ospedale “Juan Bruno Zayas” vicino a Santiago, dove si trova recluso e piantonato.

Giulio era in stato catatonico, visibilmente prostrato e depresso, dimagrito in maniera impressionante (…), incapace di pronunciare parola e di riconoscere i propri genitori (…). Nostro figlio soffre da vent’anni di una sindrome bipolare, maniaco-depressiva, ma mai c’era accaduto di vederlo in una simile condizione.

Fino a qualche giorno fa, si trovava detenuto nel carcere della città di Santiago, dopo essere stato arrestato perché trovato in possesso di 3,5 grammi di marijuana; e dopo essere stato condannato a quattro anni per un “traffico” del quale non risulta alcuna prova. Giulio ha commesso un errore ma non può certo, per questo motivo, rischiare di morire (…). Il nostro è un grido di aiuto (…). Prima che sia troppo tardi.

Paolo e Patrizia Brusadelli

Nicola Imberti

Il Tempo, 31 agosto 2014

 

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