Ma perché sul potere dei Magistrati devono decidere altri Magistrati ?


giustizia-500x375I quotidiani hanno iniziato a pubblicare indiscrezioni sulle proposte di riforma della giustizia, che il Ministro Orlando si appresta a presentare in Consiglio dei Ministri. Come sempre accade, ormai dall’epoca di mani pulite, quando si parla di amministrazione della giustizia, gli animi si scaldano.

Al confronto si sostituisce l’urlo e l’insulto. Alla fine diventa difficile anche capire di cosa si discute. I livelli di analisi si mischiano e tutto si riduce ad una rissa inconcludente.

Quello che colpisce di più è che dietro ogni proposta di riforma si avverte che alla fin fine il quesito, intorno al quale ruota il dibattito, è se la proposta sia a favore o contro i magistrati. Non a caso essa diventa ogni volta oggetto di trattativa con la magistratura, sia nella sua espressione istituzionale, il Consiglio superiore della Magistratura, e sia nella sua espressione associativa, l’Associazione Nazionale Magistrati.

Uno sprovveduto potrebbe, allora, pensare che il tema in discussione abbia a che fare con la retribuzione dei magistrati o con la loro progressione in carriera. Niente di tutto questo: sono temi che non vengono neppure sfiorati. Gli stipendi sono periodicamente adeguati secondo parametrici matematici e la carriera si svolge secondo il criterio del non demerito.

Ed, allora, cosa si intende dire quando si afferma che una riforma è con o contro i magistrati? Su quale argomento governo e forze politiche devono negoziare con la magistratura? Se si va a guardare il merito del contenzioso, si deve rilevare che la discussione riguarda temi quali quelli delle condizioni perché sia disposta la custodia cautelare in carcere, o della immunità parlamentare, o della abolizione di vecchie incriminazioni o della introduzione di nuove incriminazioni. Quando la magistratura non è d’accordo parte un fuoco di sbarramento sul piano sia politico e sia giudiziario.

Sul piano politico, vi sono forze fiancheggiatrici che fanno proprie le posizioni della magistratura ed aggrediscono violentemente le opinioni difformi. Sul piano giudiziario si assiste ad un’opera interpretativa di svuotamento delle novità e, quando è necessario, ad una molteplicità di immediati ricorsi alla Corte Costituzionale affinché le novità sgradite siano cassate.

A ben riflettere, tuttavia, questi temi nulla hanno a che vedere con la posizione ed il trattamento dei magistrati. Essi, viceversa, riguardano direttamente tutt’altra cosa: il potere dei magistrati. E qui sta il punto. È istituzionalmente corretto che il potere dei magistrati sia oggetto di trattativa con gli stessi magistrati? La Costituzione, invocata molto spesso a vanvera, davvero prevede che il potere di mettere in carcere e di condannare, istituzionalmente affidato ai magistrati, non si esaurisca nel potere di dare applicazione alla legge del Parlamento, ma si estenda al potere di negoziare la legge da applicare?

La politica ha, indubbiamente, perso legittimazione e capacità trainante. Un po’ per l’inadeguatezza degli uomini ed un po’ perché nell’epoca attuale la character assassination è ormai una costante che colpisce chiunque assuma una posizione di evidenza. Questo, tuttavia, non è sufficiente a nascondere che questo modo di procedere costituisce una profonda lacerazione del tessuto democratico.

Esso realizza un trasferimento di potere non solo non contemplato dalla Costituzione, ma che ha in sé il germe pericoloso dell’idea che gli unti dal Signore siano i soli a poter risolvere i problemi di questa epoca difficile. Oggi i magistrati. Domani chissà.

Astolfo Di Amato

Il Garantista, 6 agosto 2014

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