Schettini : Io, Magistrato in cella a Rebibbia nell’inferno del carcere preventivo


toghePer la prima volta parla Chiara Schettini, il magistrato del tribunale di Roma arrestato con l’accusa di aver pilotato i fallimenti. “L’obbrobrio di sbattere subito dentro la gente l’ho capito solo dopo aver provato la galera di Rebibbia Lo Stato toglie dignità alle persone, dentro si muore”.

Ecco il primo magistrato donna arrestato. La toga della “fallimentare” di Roma sbattuta in cella dai colleghi del penale per corruzione e peculato tristemente nota alla cronache per quella frase choc intercettata al telefono: “Io sono più mafiosa dei mafiosi”.

Parla per la prima volta il giudice Chiara Schettini sprofondato in quel “sistema atavico” di corruzioni e spartizioni tra giudici e curatori, sulle macerie delle imprese in crisi. Una donna distrutta, annichilita, spezzata da 45 giorni trascorsi negli abissi penitenziari intrisi di sofferenza e degrado, lei che abitava ai Parioli. Ammaccata da uno tsunami giudiziario violentissimo la Schettini si racconta senza freni a Il Tempo. Un’intervista agghiacciante. Un magistrato che sulla propria pelle vive l’obbrobrio della carcerazione preventiva.

Dottoressa Schettini, lei viene arrestata il 12 giugno 2012 con accuse gravissime…

“Ho l’immagine ferma alla corsa dell’auto che mi trasportava, senza senso come la follia che mi privava della libertà; il vuoto assoluto; l’abbraccio di mio figlio più grande, la sua forza, la faccia imbronciata del piccolo che sapeva che la mamma non sarebbe tornata. L’unico pensiero che avevo era: dov’è la verità? L’articolo 275 del codice di procedura penale vieta la custodia cautelare in carcere nei casi di madri con bambini inferiori ai sei anni salvo “esigenze cautelari di eccezionale rilevanza”, che non potevano essere le mie trattandosi di reati datati nel tempo e per i quali gli indagati arrestati erano stati già rimessi in libertà. Sono stata trattata come una feroce criminale, trasportata nel blindo da Rebibbia a Capanne”.

Da magistrato a detenuta. Una sorta di contrappasso giudiziario…

“Prima dell’interrogatorio col Gip non ero mai stata interrogata né dalla Guardia di Finanza né dallo stesso pm, sebbene ne avessi fatto ufficialmente richiesta. Ma non sono riuscita a parlare e a fermare il pianto nemmeno davanti al Riesame. Ero sola, senza il mio difensore di sempre. Era difficile per me ricordare e non hanno mi hanno dato il tempo di leggere gli appunti che avevo scritto con tanta fatica”.

Cosa ha provato entrando nel carcere a Rebibbia?

“Ho avuto paura di non farcela. Mi hanno scaricato in una realtà sconosciuta dove da giudice non ero ben vista inizialmente da alcune detenute. Ho avuto paura di non riabbracciare i miei figli, ho provato impotenza, un’ansia che a fatica riuscivo a governare. In carcere fallisce anche il più misero tentativo di ribellione. Rabbia e rassegnazione sono due concetti inscindibili”.

Com’è il quotidiano là dentro?

“Ogni giorno è di ordinaria follia. Il ritmo della vita è paralizzato, schiacciato sotto il peso insostenibile della monotonia. La tolleranza e la pazienza solo raramente prevalgono perché sono sopraffatte dall’oscuro ma riconoscibile desiderio di vendetta. Eppure in tanta oscurità si avverte la purezza dell’anima. In carcere si prega moltissimo: l’unico punto di riferimento sicuro è la fede. Non c’è spazio per la gentilezza a meno che non si faccia capire che venga trasmessa dal cuore”.

Dai Parioli alla cella stretta.

“Dentro le strutture non funzionano. Quella che chiamo “aria”, e cioè la possibilità di sgranchirti le gambe, è troppo limitata, le porzioni di vitto sono ridotte, il cibo non è commestibile; le “domandine”, necessarie per ogni cosa che si possa o voglia fare, spesso si perdono. E le visite mediche che tardano di mesi, se fa freddo ci si riscalda con le bottiglie di acqua bollente. Ovunque si sentono voci straziate immerse in una pozza di sangue che chiedono disperate l’intervento degli infermieri che non arrivano mai o giungono in ritardo; si litiga, ci si ammazza di botte, si vive in uno spazio irrisorio. Non ci sono percorsi rieducativi seri che diano la possibilità di lavorare o studiare”.

Cosa vorrebbe non avere mai visto o provato?

“Ho negli occhi scene che non scorderò mai. A Rebibbia c’è Biura: drogata o pazza, parla in un linguaggio misterioso, si dispera, tenta di rompersi il collo, sputa. Con la pancia gonfia perché incinta si lancia contro il vetro della cella; vomita e si strappai capelli. La disperazione negli occhi e la voglia di morire ed allora toccandosi, senza pudore, per avere già perso la dignità mille volte, ha un orgasmo. Mi sono chiesta che significato può avere la vita per Biura? Ricordo di Valeria, consumata dalla droga e che sta cercando di disintossicarsi ma non ce la fa. I calzoncini sono abbassati sotto le mutande e lasciano vedere una pancia rigonfia, tatuata con una grande croce nera. L’aspetto è trasandato ma l’aria è dolce, da bambina, quando grida a Rita: “Amò fantine vedè l’arcobaleno, famme sognà!”.

In quel pezzetto di giardino, Rita, sciacquandosi la faccia sudata, proietta il tubo verso l’alto e l’acqua, con il sole che filtra dentro, lascia in-travedere ed immaginare l’arcobaleno. A Capanne invece c’era Hesna reclusa per furto. Quand’è nata la bambina più piccola, in carcere, le avevano diagnosticato un fibroma, che avrebbe dovuto operare. Ma non le hanno mai detto la verità. Urlava dal dolore, le avevano spiegato che si trattava di cirrosi epatica ma i suoi bambini erano troppo belli. Prima di morire chiedeva dei figli ma erano scomparsi. Non sappiamo dove e se sia stata sepolta.

Caterina, omicida, deve scontare 35 anni: il fidanzato fatto a pezzi e trovato nel frigorifero. All’ennesima richiesta di permesso negata, Caterina, urlando e muovendosi scompostamente, ficcandosi le mani in gola, si lancia contro il blindo con tutta se stessa fracassandosi la testa. Il sangue le cola sul viso ma riescono a bloccarla soltanto tre assistenti”.

Torniamo a lei. Si difende dalle accuse di aver pilotato una serie di fallimenti traendone consistenti vantaggi economici, scaricando tutte le accuse sul suo ex compagno, unno-to commercialista, che anche in cella ha continuato a proteggere?

“Contro la volontà del mio difensore, essendo certa che se lo avessi denunciato non sarei stata arrestata, ho deciso di non farlo perché ha prevalso il rispetto nei confronti di colui che è il padre di mio figlio. Quando però, sapendomi innocente, mi ha ingiustamente coinvolta, denunciandomi e sottraendomi il bambino, di tre anni, che ha vissuto continuativamente con me e che mi ha impedito di vedere e sentire per quasi quattro mesi, ho pensato che non avevo nessuna giustificazione nel tutelarlo e ho lasciato prevalere la verità, non nascondendo quello che sapevo e che mi ricordavo mi aveva detto lui stesso. Voglio, però, precisare che, dopo anni di indagini patrimoniali pesantissime ed invasive da parte della Guardia di Finanza sui miei conti e su quelli dei miei familiari – con il divieto di espatrio per controllare che non avessi denaro all’estero – è stato accertato che per le ruberie per 13 milioni di euro – alle quali, secondo le dichiarazioni accusatorie del mio ex compagno avrei preso parte come giudice delegato, non ho ricevuto un euro da nessuno. Sono indagata per peculato ed il vantaggio economico è elemento costitutivo del reato… compartecipare ad una truffa, di tale importo per affetto mi sembra un tantino eccessivo”.

Sì ma il suo compagno…

“Ex compagno. È un collaboratore pentito, che per la sua “collaborazione” nell’affermazione della mia compartecipazione, ha tentato di ottenere un vantaggio: il patteggiamento. Essere collaboratore di giustizia significa avere fatto una scelta di carattere processuale, essere pentito significa avere intrapreso un percorso che si sviluppa su un piano interiore, che porta al distacco consapevole, dal reato. Ma può accadere che il collaboratore di giustizia, fingendosi pentito, tenti di ottenere in cambio di “qualche verità adatta al caso”, un benefìcio, che non merita. Non dico una cosa nuova quando raccomando a tutti di stare attenti ai pentiti”.

Per l’opinione pubblica, lei è il magistrato che al telefono si definitiva “più mafiosa dei mafiosi”. La gente si è chiesta: come può un giudice esprimersi in questo modo? Cosa risponde?

“Capisco solo avendolo vissuto il dramma di quanti finiscono triturati, e rovinati, da una singola frase estrapolata dal contesto intercettato. Emi viene da ridere amaro. Si finisce sui giornali, indipendentemente da come termina la sto -ria, massacrati: tutto quello che hai cercato di fare di buono viene cancellato e dimenticato. Le parole, dette d’istinto, per proteggermi, per apparire cattiva e tentare di incutere timore, ma che non hanno alcun fondamento nella realtà, devono essere inserite in un colloquio privato tra me e il mio ex compagno, con il quale all’epoca mi sono scusata. Però mi lasci dire che persino le ragazze del carcere di Capanne (dove da Rebibbia sono stata trasferita) leggendo gli atti hanno immediatamente capito che si trattava di un’ enfatizzazione”.

La accusano di avere accumulato un patrimonio ingente. “Non ho mai avuto “bisogno” di dover utilizzare il mio ruolo negli acquisti. Non solo non ho mai comprato alcunché alla fallimentare, nemmeno da colleghi o tramite amici, considerando il fatto gravissimo e censurabile disciplinarmente, ma sono uscita dalle società immobiliari, di cui facevo parte per successione ereditaria. Come da rapporto della Finanza mia mamma ha venduto, dalla morte di mio padre, circa 250 immobili e tutti gli acquisti a cui lei si riferisce, che sono stati al vaglio del precedente pm di Perugia Sergio Sottani, sono stati fatti da mia madre, per me, con parte dei denari provenienti dalla liquidazione come socia. Specifico, visto che si insiste su queste benedette “tante case”, che via del Colosseo, l’appartamento che non è sotto sequestro, è stato acquistato da mia madre nel 2002; quello di piazza Margana nel 2003; quello di Miami, trasferito dal mio ex alla sua società, le cui quote sono sotto sequestro – quando mia madre era già morta, è stato venduto dallo stesso senza alcuna autorizzazione da parte mia. Era stato acquistato sempre da mia madre per mio figlio quale rendita per l’Università a Londra, come quello di Campiglio, intestato dall’ex compagno sempre alla sua società”.

Insomma non ha davvero nulla da rimproverarsi?

“Sono innocente. Lo grido disperatamente ma nessuno mi ascolta. Dal al punto di vista professionale, non devo rimproverarmi alcuna leggerezza. Credo questo sia piuttosto chiaro per chi conosce il diritto fallimentare. D’altra parte la mia seconda lettera di encomio da parte del Presidente del Tribunale di Roma è datata 2006 e mi ringrazia per la mia professionalità, per la mia correttezza e per lamia moralità. Credo che, purtroppo, sia nella natura dello stesso pm farsi un’idea, prima ancora di leggere approfonditamente tutte le carte, e tentare di avvalorare l’opinione precostituita, trascurando spesso argomenti importanti e dettagli giuridici, di logica e di obiettività”.

Ora che c’è passata lei, come pensa dovrebbe comportarsi un pubblico ministero?

“L’indagine dovrebbe essere fondata su una valutazione che deve essere rigorosamente dettata dall’equilibrio e dalla serenità di giudizio, lontana da opinioni e da condizionamenti personali e fondata sull’imparzialità. Ci vogliono le prove”.

Interrogata dai pm romani lei descrive la fallimentare di Roma come un “sistema atavico” in cui si sarebbero verificati gravi episodi di corruzione. Le accuse da lei fatte ai suoi colleghi non hanno però avuto seguito.

Lei è mai stata ascoltata dai pm perugini, che indagano per competenza, su quelle frasi?

“Sono andata a rendere interrogatorio a Roma, invitata dal mio difensore, per reati collegati. Sono stata sentita a Perugia ma non ho confermato quando detto ai pm romani, denunciando invece degli ignoti per una lettera, indirizzata a me con timbro napoletano, dove si diceva che “se avessi ancora voluto decidere di mio figlio avrei dovuto fare il mio dovere”. Non riesco a capire da chi possa provenire…”.

Ritiene che la situazione, alla fallimentare, oggi sia diversa rispetto al periodo in cui vi lavorava lei?

“Non mi interessa quello che avviene alla sezione fallimentare”.

Suo padre Italo, avvocato di fama e consigliere provinciale della Dc, fu ucciso dalle Brigate Rosse nel 1979.

“Mio padre è stato un uomo eccezionale. Ho immediatamente percepito, anche se allora non avevo la capacità di condividere le sue scelte, la sua grandezza nella determinazione di morire per rimanere fedele ai suoi valori, ai suoi principi. Ed io, per rispettare il mio giuramento, credendo nell’apoliticizzazione della magistratura, non mi sono mai iscritta ad alcuna corrente. Ma è una trappola mortale, si finisce senza tutela, soli e derisi. Il destino, che con me si diverte, a volte gioca in modo pesante e così, giovanissima, appena entrata in magistratura, mi sono trovata a dover interrogare Seghetti, l’esecutore materiale dell’omicidio di mio padre, recluso nel carcere di massima sicurezza di Fossombrone. Non ce l’ho fatta, mi sono rifiutata e sono stata messa sotto procedimento disciplinare ma prosciolta e richiamata a Roma. Oggi, dopo molta riflessione, dopo lunghi anni di sofferenza, ho imparato a non odiare”.

In attesa della conclusione delle indagini, che cosa fa?

“Spero in una giustizia giusta, cerco di fare la mamma al meglio. Ho scritto un libro sulla mia devastante esperienza, mi è servito. Mi accingo a scriverne un altro”

Il carcere l’ha cambiata?

“In carcere l’anima è più libera e costringe alla riflessione. Non si può mentire, né fingere. Ho imparato ad ascoltare, ad essere umile e disponibile e a pensare che tutti possiamo commettere errori e che la differenza sta nel voler ricominciare in modo diverso.

L’ho scritto così nel libro: “In un’umanità disarmata di fronte ad un sorriso, disarmante nella richiesta sfrenata di amore, ho capito che stavo vivendo una vita non mia, che la mia realtà non era quella effettiva, nella quale mi muovevo, ma frutto di immaturità ed illusione, che avevo giocato con il destino e che avevo perso”. Mi auguro che ci sia una qualche sensibilità nell’interpretazione di questa mia frase: in carcere, in un’umanità brutalizzata, devastata dalla rabbia, dal rimpianto, dall’impotenza, mi sono fermata, mi sono recuperata. Ho capito tante cose che molti miei colleghi, malati di manette, non possono capire”.

Martino Villosio

Il Tempo, 21 luglio 2014

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