Intercettazioni, un abuso. Per bloccarlo serve la separazione delle carriere


giustizia1-640x436Da uno studio elaborato qualche tempo fa dall’Eurispes sui dati forniti dal ministero della Giustizia, emerge che ogni anno in Italia si eseguono circa 181 milioni di intercettazioni. Il fenomeno è in costante aumento – basti pensare che il numero delle utenze intercettate è cresciuto negli ultimi otto anni quasi del 30% – e non si riferisce unicamente alle conversazioni, ma ad “eventi” telefonici genericamente intesi ovvero chiamate in uscita, chiamate senza risposta, messaggistica e localizzazioni (tutte informazioni comunque “sensibili”).

Sempre secondo i dati forniti dall’Ufficio statistico del ministero della Giustizia, tra le diverse tipologie di intercettazione quelle telefoniche rappresentano il 90% del totale (125 mila) quelle ambientali l’8,4% (quasi 12 mila), mentre quelle informatiche e telematiche solo 11,6% (poco più di 2 mila). Tutto questo ovviamente ha un costo per i cittadini, visto e considerato che solo di intercettazioni telefoniche lo Stato spende circa 220 milioni di euro all’anno.

Di fronte a questi dati allarmanti, i vari governi che si sono succeduti nel corso di queste ultime tre legislature – attuale esecutivo compreso – hanno più volte preannunciato di voler intervenire per arginare l’uso smodato e dilatato di questo delicato strumento di indagine. Il numero esorbitante delle intercettazioni solleva infatti l’enorme problema dei processi che si fanno sui giornali, tramite la pubblicazioni di conversazioni telefoniche estrapolate dal contesto, di cui sono pubblicate solo poche righe tolte da una conversazione molto più ampia, il che spesso fa venire meno la presunzione di innocenza. Per non parlare poi dei discorsi privati o di persone estranee alle indagini che vengono indebitamente pubblicati da una stampa più attenta al gossip che ai diritti della persona. Sicuramente sul fronte degli abusi nella pubblicazione delle intercettazioni sarebbe auspicabile l’intervento del legislatore, purché sia chiaro che il problema non può essere affrontato come è stato fatto finora ossia assumendo come premessa che i giornalisti possono pubblicare tutto, sia ciò che è frutto di intercettazioni illecite, e quindi non utilizzabili nel processo, sia le notizie irrilevanti ai fini dell`inchiesta. Ma, a parte questo aspetto della indebita pubblicazione delle conversazioni telefoniche sui mezzi di comunicazione, sono davvero indispensabili nuovi interventi legislativi per rimediare agli abusi commessi dalla magistratura mediante lo strumento delle intercettazioni telefoniche?

Il dubbio non è affatto campato per aria, visto che in teoria il regime processuale vigente, regolante le intercettazioni telefoniche, già rappresenta la migliore soluzione tecnica possibile di tutti i problemi che la materia pone per sua natura (bilanciamento tra il diritto alla riservatezza ed alla privatezza e la potestà statuale di indagine; conseguenti limiti di divulgazione e pubblicazione). Il problema seminai sta nella interpretazione, letteralmente eversiva, che di quelle norme hanno dato i giudici nel corso degli anni. Lo snodo centrale è quello della motivazione dei decreti autorizzativi (e di proroga) delle intercettazioni. Sul punto la giurisprudenza soprattutto quella di legittimità – ha vanificato il senso dell’obbligo di motivazione da parte del giudice per le indagini preliminari (gip) rendendo legittime motivazioni puramente stereotipe ed apparenti.

L’esperienza dimostra infatti come i pubblici ministeri tendano ad “assecondare” le pressanti sollecitazioni che provengono dalla polizia giudiziaria e se ne facciano carico presso il gip, che a sua volta si limita spesso sostanzialmente a “vistare” la richiesta. Una prassi che è degenerata al punto di registrare con intollerabile frequenza motivazioni “per relationem di secondo grado”, che si risolvono in un “richiamo nel richiamo, ossia nel rinvio all’atto di polizia giudiziaria”.

Sarebbe insomma sufficiente che i giudici facessero un serio vaglio di controllo sulle richieste del pubblico ministero e subito la quantità delle intercettazioni disposte si avvicinerebbe alla quantità di intercettazioni effettivamente indispensabili. Ecco perché noi radicali insieme all`Unione delle Camere Penali Italiane – continuiamo a ritenere poco utile immaginare modifiche che rendano più cogente l`obbligo di motivazione dei decreti con i quali vengono disposte le captazioni telefoniche, se poi alle stesse non si accompagna il recupero di terzietà del Giudice chiamato ad autorizzare le intercettazioni richieste dal PM, recupero che può essere garantito solo attraverso le ormai improcastinabili riforme ordinamentali e costituzionali della magistratura che conducano a separare radicalmente le carriere ed i ruoli di giudici e pubblici Ministeri.

Alessandro Gerardi

Notizie Radicali, 30 Giugno 2014

 

Usarono Enzo Tortora per coprire il patto Stato-Camorra


Enzo_tortora_arrestoIl dottor Diego Marmo nella bella e importante intervista rilasciata a “Il Garantista”, sia pure trent’anni dopo, chiede scusa a Enzo Tortora; ci ricorda che la sua requisitoria si svolse sulla base dell’istruttoria dei colleghi Lucio Di Pietro e Felice Di Persia, e “gli elementi raccolti sembrarono sufficienti per richiedere una condanna”; che per tutti questi anni ha convissuto con il tormento e il rammarico di aver chiesto la condanna di un uomo innocente; che fu a causa del suo temperamento focoso e appassionato che definì Tortora “cinico mercante di morte” e “uomo della notte”. Va bene, anche se si potrebbe discutere e controbattere tutto.

Per via del mio lavoro di giornalista al “TG2” mi sono occupato per anni del “caso Tortora” che era in realtà il caso di centinaia di persone arrestate (il “venerdì nero della camorra”, si diceva), per poi scoprire che erano finite in carcere per omonimia o altro tipo di “errore” facilmente rilevabile prima di commetterlo, e che si era voluto dare credito, senza cercare alcun tipo di riscontro, a personaggi come Giovanni Pandico, Pasquale Barra ‘o animale, Gianni Melluso. Ho visto decine e decine di volte le immagini di quel maxi-processo, per “montare” i miei servizi, e decine e decine di volte quella convinta requisitoria del dottor Marmo; che a un certo punto pone una retorica domanda: “…Ma lo sapete voi che più cercavamo le prove della sua innocenza, più emergevano elementi di colpevolezza?”. Cercavamo…Anche Marmo, sembrerebbe di capire, cercava. E quali gli elementi di colpevolezza che emergevano durante il paziente lavoro di ricerca delle prove di innocenza? Non basta dire che la requisitoria del dottor Marmo si è svolta sulla base dell’istruttoria deli colleghi Di Pietro e Di Persia. Non basta.

Il 18 maggio di ventisei anni fa Enzo Tortora ci lasciava, stroncato da un tumore, conseguenza – si può fondatamente ritenere – anche del lungo e ingiusto calvario patito. Chi scrive fu tra i primi a denunciare che in quell’operazione che aveva portato Enzo in carcere assieme a centinaia di altre persone, c’era molto che non andava; e fin dalle prime ore: Tortora era stato arrestato nel cuore della notte e trattenuto nel comando dei carabinieri di via Inselci a Roma, fino a tarda mattinata, fatto uscire solo quando si era ben sicuri che televisioni e giornalisti fossero accorsi per poterlo mostrare in manette. Già quel modo di fare era sufficiente per insinuare qualche dubbio, qualche perplessità. Ancora oggi non sappiamo chi diede quell’ordine che portò alla prima di una infinita serie di mascalzonate.

Manca, tuttavia, a distanza di tanti anni da quei fatti, la risposta alla quinta delle classiche domande anglosassoni che dovrebbero essere alla base di un articolo: “perché?”. Forse una possibile risposta sono riuscito a trovarla, e a suo tempo, sempre per il “TG2”, riuscii a realizzare dei servizi che non sono mai stati smentiti, e ci riportano a uno dei periodi più oscuri e melmosi dell’Italia di questi anni: il rapimento dell’assessore all’urbanistica della Regione Campania Ciro Cirillo da parte delle Brigate Rosse di Giovanni Senzani, e la conseguente, vera, trattativa tra Stato, terroristi e camorra di Raffaele Cutolo. Venne chiesto un riscatto, svariati miliardi. Il denaro si trova, anche se durante la strada una parte viene trattenuta non si è mai ben capito da chi. Anche in situazioni come quelle c’è chi si prende la “stecca”. A quanto ammonta il riscatto? Si parla di circa cinque miliardi. Da dove viene quel denaro? Raccolto da costruttori amici. Cosa non si fa, per amicizia! Soprattutto se poi c’è un “ritorno”.

Il “ritorno” si chiama ricostruzione post-terremoto, i colossali affari che si possono fare; la commissione parlamentare guidata da Oscar Luigi Scalfaro accerta che la torta era costituita da oltre 90mila miliardi di lire. Peccato, molti che potrebbero spiegare qualcosa, non sono più in condizione di farlo: sono tutti morti ammazzati: da Vincenzo Casillo luogotenente di Cutolo, a Giovanna Matarazzo, compagna di Casillo; da Salvatore Imperatrice, che ebbe un ruolo nella trattativa, a Enrico Madonna, avvocato di Cutolo; e, tra gli altri, Antonio Ammaturo, il poliziotto che aveva ricostruito il caso Cirillo in un dossier spedito al Viminale, “mai più ritrovato”.

Questo il contesto. Ma quali sono i fili che legano Tortora, Cirillo, la camorra, la ricostruzione post-terremoto? Ripercorriamoli. Che l’arresto di Tortora costituisca per la magistratura e il giornalismo italiano una delle pagine più nere e vergognose della loro storia, è assodato. Quello è stato fatto lo si sarà fatto in buona o meno buona fede, cambia poco. Le “prove”, per esempio, erano la parola di Pandico, camorrista schizofrenico, sedicente braccio destro di Cutolo: lo ascoltano diciotto volte, solo al quinto interrogatorio si ricorda che Tortora è un cumpariello. Barra è un tipo che in carcere uccide il gangster Francis Turatello e ne mangia per sfregio l’intestino…Con le loro dichiarazioni danno il via a una valanga di altre accuse da parte di altri quindici sedicenti “pentiti”: curiosamente, si ricordano di Tortora solo dopo che la notizia del suo arresto è diffusa da televisioni e giornali. Questo in istruttoria non era emerso? E il sedicente numero di telefono in un’agendina, mai controllato, neppure questo? C’è un documento importante che rivela come vennero fatte le indagini, ed è nelle parole di Silvia Tortora, la figlia. Quando suo padre fu arrestato, le chiesi, oltre alle dichiarazioni di Pandico e Barra cosa c’era? “Nulla”. Suo padre è mai stato pedinato, per accertare se davvero era uno spacciatore, un camorrista? “No, mai”. Intercettazioni telefoniche? “Nessuna”. Ispezioni patrimoniali, bancarie? “Nessuna”. Si è mai verificato a chi appartenevano i numeri di telefono trovati su agende di camorristi e si diceva fossero di suo padre? “Lo ha fatto, dopo anni, la difesa di mio padre. E’ risultato che erano di altri”. Suo padre è stato definito cinico mercante di morte. Su che prove? “Nessuna”. Suo padre è stato accusato di essersi appropriato di fondi destinati ai terremotati dell’Irpinia. u che prove? “Nessuna. Chi lo ha scritto è stato poi condannato”. Qualcuno ha chiesto scusa per quello che è accaduto? “No”.

Arriviamo ora al nostro “perché?” e al “contesto”. A legare il riscatto per Cirillo raccolto i costruttori, compensati poi con gli appalti e la vicenda Tortora, non è un giornalista malato di dietrologia e con galoppante fantasia complottarda. È la denuncia, anni fa, della Direzione Antimafia di Salerno: contro Tortora erano stati utilizzati “pentiti a orologeria”; per distogliere l’attenzione della pubblica opinione dal gran verminaio della ricostruzione del caso Cirillo, e la spaventosa guerra di camorra che ogni giorno registra uno, due, tre morti ammazzati tra cutoliani e anti-cutoliani. Fino a quando non si decide che bisogna reagire, fare qualcosa, occorre dare un segnale.

E’ in questo contesto che nasce “il venerdì nero della camorra”, che in realtà si rivelerà il “venerdì nero della giustizia”. Nessuno dei “pentiti” che ha accusato Tortora è stato chiamato a rispondere per calunnia. I magistrati dell’inchiesta hanno fatto carriera. Solo tre o quattro giornalisti hanno chiesto scusa per le infamanti cronache scritte e pubblicate. Il dottor Marmo dice di aver agito in buona fede, non c’è motivo di dubitarne. Ma la questione va ben al di là della buona fede di un singolo. Stroncato dal tumore, Enzo ha voluto essere sepolto con una copia della “Storia della colonna infame”, di Alessandro Manzoni. Sulla tomba un’epigrafe, dettata da Leonardo Sciascia: “Che non sia un’illusione”. Da quella vicenda è poi scaturito grazie all’impegno radicale, socialista e liberale, un referendum per la giustizia giusta. A stragrande maggioranza gli italiani hanno votato per la responsabilità civile del magistrato. Referendum tradito da una legge che va nella direzione opposta; e oggi il presidente del Consiglio Renzi e il ministro della Giustizia Orlando approntano una serie di norme che vanno in direzione opposta rispetto a quanto la Camera dei Deputati ha votato qualche settimana fa.

Valter Vecellio

Il Garantista, 30 Giugno 2014