Visita Ispettiva al Carcere di Teramo dell’On. Maria Amato (Pd)


On. Maria Amato PdDietro le sbarre, nel regno della promiscuità. La deputata vastese Maria Amato dopo aver visitato la struttura detentiva di Vasto – sulla cui casa lavoro ha successivamente incentrato un’interrogazione parlamentare – ha scelto il carcere di Castrogno a Teramo. Nel pieno delle sue funzioni di parlamentare, è andata lì dove altri non possono entrare ed ha deciso di raccontarlo al Centro, per testimoniare carenze strutturali e impegno e fatica del personale.

È da quando è stata eletta che la Amato ha riposto particolare attenzione al tema della detenzione e, insieme, della riabilitazione. La deputata ha nel passato rilevato come gran parte delle carceri siano ridotte, nella stragrande maggioranza dei casi, a contenitori di situazioni di disagio e talvolta di sofferenza psico-fisica.

“È facile accettare e amare chi è uguale a noi ma molto difficile accettare chi è diverso”. Ho continuato a pensare a questa frase di Luis Sepulvéda, che fa bella mostra di sé su un murales con la gabbianella e il gatto, su una parete nel Carcere di Teramo. Una immagine tenera che ho continuato a richiamare per ammorbidire la dura intensità della visita all’Istituto. Le immagini sono il mio linguaggio nel lavoro, sono le immagini quelle che mi porto: porte pesanti, corridoi ampi, sbarre, cemento, forme squadrate e lontano un sottofondo indistinto di voci. Il luogo dello Stato nell’ombra, quello che tendiamo a dimenticare come se realmente fosse un contenitore. Il cuore del carcere non è nella immagine che ho descritto, è nelle persone.

Incontro, prima del giro all’interno, il Comandante che con un linguaggio semplice e chiaro mi descrive la popolazione del carcere insistendo sulla realtà complessa, una capienza di 252 detenuti che in realtà sono 358 e di recente con punte di 443 unità. Non è, però il sovraffollamento, male comune delle carceri italiane, il problema maggiore ma la disomogeneità della popolazione per reati: alta sicurezza, circondariale ordinaria, protetti e sezione femminile. Una persona paziente, il comandante, che risponde a tutte le domande, anche ovvie, con cui interrompo ogni tanto il suo discorso. Conosce palmo a palmo la “sua” struttura, parla con rassegnazione delle carenze, l’organico di polizia penitenziaria è sotto di 54 unità e l’età media delle guardie è di 45 anni.

Non sono numeri vuoti: la carenza del personale di custodia a fronte del sovrannumero dei detenuti ha come effetti problemi di sicurezza, difficoltà di “guardare a vista” i tanti detenuti potenzialmente a rischio di autolesionismo, veri o dimostrativi che siano, difficoltà accresciute dalla frequente necessità di accompagnare i malati, tanti!, per accertamenti o eventuali ricoveri ospedalieri. L’età media elevata va di pari passo con un lavoro duro, stressante, che spesso mette il personale a confronto con devianze e fragilità per cui non è adeguatamente formato.

Si formano e acquisiscono competenza con l’esperienza sul campo: il campo è fatto di persone. Cinque piani, un montacarichi Al colloquio introduttivo partecipa il responsabile interno della unità operativa di Medicina Penitenziaria: guardia medica h 24, 12 infermieri, accedono 22 specialisti e 1 tecnico di radiologia, si preparano 600 terapie al giorno, 20% psichiatrici, 25% tossicodipendenti, una sezione femminile col nido, 7-10 disabili, e molto altro.

L’elenco non rende la difficoltà: i malati sono fragili sempre anche se colpevoli di reati, i disabili senza un ascensore non si spostano da un piano all’altro. Sì, l’ascensore! Nel carcere che si sviluppa su 5 livelli c’è un solo montacarichi che nella realtà significa che malati, biancheria, cibo, sporco, viaggiano sullo stesso percorso.

La struttura è percorso di cura, lo è per i malati, lo è per la salute mentale, lo è per il complesso percorso di recupero per il reo, a volte lungo quasi una vita intera: non ci vuole una grande sensibilità per capire quanto è difficile recuperare una corretta relazione sociale vivendo senza la garanzia del decoro. La mancanza di percorsi differenziati è il più grosso handicap strutturale, viene sottolineato dal Direttore che generosamente mi ha regalato mezza giornata delle sue ferie ed è rientrato per essere guida in questa visita.

I percorsi interni dei detenuti delle diverse categorie si incrociano obbligatoriamente sulla via dell’area medica, dell’attività sportiva, dell’orto, dei colloqui e del passeggio, con i rischi che ne possono derivare. L’ho ascoltato con attenzione, cortese, attento senza sussiego, un autocontrollo notevole descrivendo le iniziative finalizzate alla umanizzazione del carcere, richiami alle regole che assumono un tono che si appesantisce quando si toccano i tempi burocratici.

Una persona che fa un lavoro ad alto rischio che facilmente può finire sui media per un gesto di autolesionismo: recente il suicidio di una donna con disagio sociale e in attesa di giudizio, non una rarità come caratteristiche, ma evidentemente, tragicamente più fragile degli altri. In attesa di giudizio L’attesa di giudizio, il grande nodo del nostro sistema giudiziario: a Teramo 66 persone sono in attesa di primo giudizio, 33 appellanti, 10 ricorrenti.

Chiedo a bruciapelo al Direttore se lui crede nel recupero: senza remore e senza giri di parole mi dice “Non per tutti ma per molti. Devono sentire che lo Stato dentro e fuori il carcere crede al loro recupero”. Il recupero è un delicato percorso di relazione ed è la base per la reintegrazione sociale. Ed è il fuori dal carcere l’anello debole del percorso, è difficile la cultura dell’accoglienza e del ridare fiducia, difficile ma indispensabile. Mi accompagnano all’interno il Comandante e il Direttore, cambia il mio grado di attenzione, acuisco il sensorio, l’unico odore forte è nell’area sanitaria, l’odore tipico delle medicherie.

È pulito e non c’è lo sgradevole odore dell’alta densità umana che pure in altri posti mi ha colpito. Tre sezioni architettonicamente uguali, tante facce, tante storie diverse, ci sono detenuti famosi nel carcere di Teramo, facce e storie che si mischiano all’ordinario disagio, storie che hanno interessato i media, un femminicidio, una madre marginalmente coinvolta in un infanticidio, storie di singoli risucchiate nel mare magnum del disagio.

carcere_teramo_castrognoVedo le celle, 9 metri quadri, due posti letto a castello, un servizio decoroso con wc e lavabo, un piccolo televisore da muro, panni stesi, pareti con molto colore, altre desolatamente spoglie, molti rosari, molte madonne e qualche foto di famiglia. Le docce da tre, pulite ristrutturate da poco. I detenuti sulla porta delle celle o appoggiati al muro, un gruppetto gioca a carte, il disagio psichiatrico frequentemente riconoscibili nelle espressioni, negli occhi irrequieti o nella fissità dello sguardo, in piccoli gesti delle mani uguali e ripetitivi, molti salutano il direttore e il comandante semplicemente con garbo, qualcuno con maggiore deferenza.

Ci fermiamo davanti alla porta dei protetti: da una parte, il braccetto, collaboratori di giustizia ed ex forze armate, e il braccio per i sex offender. Sex offender come se il suono di una lingua diversa potesse ridurre l’effetto del suono stupro, pedofilia, femminicidio. Mi chiedono se voglio entrare, me lo chiedo anch’io. Mi sconvolge non essere capace di guardare a questo disagio con la stessa lente con cui guardo al mondo.

Dico di sì ed è stato come uscire da me, non ho saputo cercare gli occhi degli uomini, sprecando forse una occasione unica di incontro umano. Quello che colpisce è il silenzio ed il senso profondo di solitudine. Protetti perché la morale del carcere non perdona questi delitti e c’è il rischio che qualcuno decida di fare sommaria giustizia. Io che disinvoltamente, una vita fa, ho affrontato il ponte di Salle con lo bungee jamping, ho attraversato un corridoio di miseria senza correre alcun rischio e provando una punta di paura viscerale; a metà corridoio mi sono accorta di tenere le braccia strette sul petto. Ecco questa è la traduzione vera non controllabile della resistenza culturale a dare di nuovo fiducia: la mia reazione irrazionale.

Lasciandoci alle spalle i tre settori degli uomini ci siamo diretti alla sezione femminile.

Ci sono spazi esterni che il direttore sta rendendo più accoglienti per ridurre la brutalità impattante delle mura, alte e sorvegliate, sulle famiglie in visita: col prato cresce la speranza di un sistema carcerario meno brutale, in cui prevalga la valenza riabilitativa con un percorso che possa comprendere le famiglie, i figli, i bambini. I gazebo sono predisposti, due murales grandi sono completati, un ponte di pietra e due cerbiatti, uno dei detenuti ha il grande talento delle forme e dei colori, c’è uno spazio in attesa dei giochi da giardino che speriamo la generosità di associazioni e singoli voglia riempire.

Mi meraviglia la modestia del Direttore, quando rispondendo alle mie domande, senza vanto mi dice che quello che vedo è a iso-risorse, che vuol dire tempo, domande e soprattutto l’impegno a chiedere il concorso della generosità della società, risultati che qualche volta arrivano di slancio ed altri per sfinimento. Le donne sono più colorate, molte rom, capelli e gonne lunghe, parlano e sorridono più volentieri. Due bambini, uno di due e l’altro di tre anni in braccio alle madri, un mezzo sorriso: come ci si può sentire paese civile con i bambini nel carcere? Sono più ordinate le donne, ridono anche, una vuole un po’ più di tempo di sole.

Porto con me uno sguardo profondo, muto di una giovane donna, lineamenti bellissimi, lunghi capelli neri, un mezzo sorriso a rispondere al mio: è dentro per rapina. Penso come sempre cosa sarei stata senza la fortuna della mia famiglia, senza i miei insegnanti, senza il mio lavoro, senza la mia salute, sarei stata a rischio, come molti di loro. Una donna piccola, sottile con evidenti segni di abuso di stupefacenti, le cicatrici sulla braccia, è l’unica a cui interessa il mio ruolo e di che partito sono. Un mondo a sé il carcere perché noi lo abbiamo voluto così, più facile per non pensare che uno stato moderno, civile deve garantire il rispetto della dignità ovunque. Vorrebbero lavorare o imparare un lavoro. Il bisogno di lavoro rende fragile il mondo nel carcere e fuori, il lavoro un mal comune che non è mezzo gaudio.

Alla fine una lucina di soddisfazione negli occhi scappa all’autocontrollo del Direttore: mi fa vedere l’area dedicata al progetto genitorialità, uno spazio che per arredamento e struttura pare una casa, è per le donne con i figli, a basso rischio psichiatrico ed elevato senso materno: la gabianella e il gatto sono qui, le tende da doccia colorate e nei servizi compare il bidet tra i sanitari. Fasciatoi, box, seggiolini nuovi, mobili semplici, chiari per un ambiente accogliente e luminoso. Ripete “tutto a costo zero”. È tutto pronto da aprile ma in attesa di autorizzazione. È un uomo dello Stato il Direttore, rispettoso delle regole, non usa il mio tono un po’ stizzito a dire “burocrazia”, non perde mai il tono rispettoso. Mi sono impegnata, senza che me lo chiedesse a provare a far velocizzare la procedura autorizzatoria.

Fuori un orto con tante fragole, delle viti e un albero da frutta: cresce ed è anche qui, tra le mura un segno di speranza. Si vede la montagna e mi esibisco nella domanda stupida: com’è l’inverno qui? Che volevo che mi rispondessero, è freddo l’inverno, molto! Vado via, un amico mi ha aspettato tutto il tempo e con la sua carica umana e una grande capacità di ascolto mi consente attraverso il racconto di tornare a casa serena, portando con me una esperienza umana forte e le informazioni che un parlamentare deve avere visitando un carcere.

On. Maria Amato, Deputato Pd

Il Centro, 29 giugno 2014

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