Giustizia: arresti per confessare, il carcere preventivo genera mostri


penitenziaria poggiorealeNelle cronache delle vicende giudiziarie legate all’inchiesta sulla corruzione relativa al Mose veneziano, si può leggere che la procura e i giudici delle indagini preliminari hanno “premiato” qualche indagato, concedendo gli arresti domiciliari e poi la remissione in libertà perché avevano mostrato la volontà di “collaborare”.

Ad altri, invece, questi benefici sono stati negati per la ragione opposta. È quasi diventato un luogo comune: le misure di custodia cautelare servono per indurre gli indagati a non avvalersi del loro diritto costituzionale a non fare dichiarazioni. Naturalmente non c’è alcuna base giuridica per questo comportamento vessatorio che confina con la tortura.

Infliggere di fatto una pena a chi non è stato condannato al fine di costringerlo a confessare e a denunciare altri è contrario alle garanzie previste dal codice di procedura penale, che prevede un’eccezione peraltro assai controversa, solo per i reati della criminalità organizzata, al fine di favorire il cosiddetto “pentimento”.

Quello che fa impressione non è tanto che si continui a operare in modo disinvolto, nella più ampia collusione tra magistratura inquirente e giudicante, ma che ormai non si cerchi più nemmeno di nascondere questo uso abnorme della carcerazione preventiva, ma lo si dichiari spudoratamente, come se la prassi incostituzionale seguita per anno soprattutto dalle procure politicizzate fosse diventata norma. Indipendentemente dall’opinione che si nutre sulle vicende specifiche e sulla figura degli inquisiti, non si può tollerare in silenzio una manomissione così palese dei princìpi garantisti previsti dalla Costituzione e dai codici.

Quelli che si scandalizzano perché in Parlamento si è approvata una norma sacrosanta sulla responsabilità dei giudici, dovrebbero invece domandarsi che cosa sarà della libertà personale se essa può essere violata impunemente e strumentalmente nei confronti di cittadini indagati ma innocenti fino a condanna passata in giudicato. Ieri pomeriggio, a Roma, al Palazzo delle Esposizioni, durante la presentazione del libro del nostro Claudio Cerasa “Le catene della sinistra”, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, duettando con il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, ha ammesso che in Italia la carcerazione preventiva è un problema vero ma ha aggiunto un dettaglio non indifferente.

Secondo il vicepresidente del Csm è compito della politica e del legislatore porre un freno a questi abusi ed evitare che la carcerazione preventiva venga utilizzata come se fosse uno strumento di condanna. Secondo Orlando, invece, la politica più di tanto non può fare. Negli ultimi anni, a legislazione invariata, è stata sufficiente una sentenza della Corte europea dei diritti sul tema per far diminuire i casi di detenzione preventiva. Ciò significa che dipende tutto o quasi dai giudici o dai magistrati. Possibile. Così come è possibile che solo quando la politica mostrerà il suo primato rispetto al partito delle procure sarà possibile responsabilizzare giudici e magistrati ed evitare ancora casi clamorosi di uso improprio di carcerazione preventiva.

di Giuliano Ferrara

Il Foglio, 13 giugno 2014

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