Caso Uva, il Pm chiede il proscioglimento di Carabinieri e Poliziotti dall’accusa di Omicidio


giuseppe-uvaAl via il processo per la morte dell’uomo arrestato nel 2008 da 6 poliziotti e un carabiniere. La procura chiede il proscioglimento degli imputati dall’accusa di omicidio preterintenzionale.

È un inizio amaro per il processo Uva. La prima udienza davanti al gup di Varese finisce con il procuratore Felice Isnardi che chiede il proscioglimento dalle accuse di omicidio preterintenzionale e arresto illegale dei sette uomini in divisa (un carabiniere e sei poliziotti) imputati per la morte di Giuseppe Uva, avvenuta il 14 giugno del 2008 dopo che l’uomo era stato arrestato e portato in caserma. L’accusa ha chiesto il rinvio a giudizio solo per l’abuso di autorità, un reato che, secondo le parole dello stesso pm, “non ha alcuna attinenza con l’evento morte”.

Parole che hanno lasciato parecchio perplessi i familiari di Giuseppe Uva. “Siamo decisamente sorpresi – dice l’avvocato Fabio Anselmo -, non si riesce a capire perché l’abuso di potere è stato contestato e tutto il resto, che è comunque attinente, no. Una decisione del genere non se l’aspettavano nemmeno gli imputati, ma si tratta delle richieste della procura, noi confidiamo nella decisione del giudice”. Il prossimo appuntamento in aula è fissato per il 30 giugno.

Il tribunale, intanto, ha deciso di accettare i sette nipoti di Uva come parti civili, mentre ha respinto la stessa richiesta avanzata dall’associazione “A Buon Diritto”, presieduta dal senatore del Pd Luigi Manconi. Intanto, la settimana prossima sarà Lucia Uva a doversi presentare davanti al giudice per il processo che la vede imputata per diffamazione nei confronti gli agenti.

L’intreccio giudiziario, a questo punto, si fa complicato: uno dei carabinieri ha chiesto di essere processato con rito immediato (dunque, dovrà rispondere di tutti i reati presenti nell’imputazione coatta formulata qualche mese fa dal gip Giuseppe Battarino), mentre gli altri sette aspettano e sperano: l’abuso di autorità rimane un reato meno grave dell’omicidio preterintenzionale. È un bel pasticcio procedurale; per lo stesso fatto rischiano di esserci due processi diversi, con differenti capi d’imputazione.

Poi, il pm Isnardi è lo stesso che, tre settimane fa, decise di ammettere come testimone la donna che alla trasmissione “Chi l’ha visto” sostenne che Uva fosse stato picchiato anche in ospedale. Tra le ipotesi più accreditate, allo stato attuale delle cose, c’è che l’accusa abbia scelto di contestare un reato per il quale ha maggiori possibilità di arrivare a una condanna. Un discorso che almeno dal punto di vista della strategia processuale ha una sua logica, ma che tuttavia lascia senza risposta la domanda fondamentale: come si spiega allora “l’evento morte” di Giuseppe Uva?

Nell’aprile del 2012 arrivò a sentenza il processo nel quale l’accusa ipotizzava il decesso per un incredibile caso di malasanità, talmente incredibile che il medico Carlo Fraticelli venne assolto perché “il fatto non sussiste”, con il giudice Orazio Muscato che ordinò alla procura di indagare su quanto successo nella caserma dei carabinieri di via Saffi.

I pm Agostino Abate e Sara Arduini, dal canto loro, per due volte nel giro dell’anno successivo arrivarono a chiedere l’archiviazione per le posizioni degli agenti, e alla fine il gip Battarino ci pensò da sé a formulare una richiesta di imputazione coatta per i reati di omicidio preterintenzionale, arresto illegale e abbandono d’incapace. Così, Abate e Arduini furono sostituiti da Isnardi, il Csm aprì un’inchiesta sulle modalità delle indagini condotte fino a quel punto, e tutto lasciava presagire che, finalmente, sarebbe cominciato un processo vero che avrebbe fatto luce su quello che è accaduto durante l’ultima notte di Uva.

Adesso, ogni cosa sembra tornata al punto di partenza: il caso resta un’odissea giudiziaria e la verità continua ad allontanarsi.

Sono passati sei anni ormai dalla morte del 42enne artigiano, e la prescrizione appare ormai dietro l’angolo. Con l’accusa di omicidio preterintenzionale, la ex Cirielli avrebbe allungato di almeno un anno il processo: un margine che sarebbe comunque strettissimo per attraversare tre gradi di giudizio, ma adesso il rischio è che non si riuscirà a concludere il primo processo. Tutto è nelle mani del gup di Varese, sarà lui che dovrà decidere se nasce o se muore il processo Uva.

Caso Magherini: denunciate “pressioni” dai carabinieri

Testimoni che raccontano di essere stati intimiditi dai carabinieri e un file contenente una registrazione con i dialoghi tra i volontari e centralinisti della Croce rossa che la procura non consegna ai familiari di Riccardo Magherini. Sono sempre di più le anomalie nell’inchiesta sulla morte dell’ex calciatore della Fiorentina, morto la notte del 3 marzo scorso dopo essere stato fermato dai carabinieri. Ieri si è tenuta a Firenze una manifestazione organizzata dalla famiglia per ricostruire le ultime ore di vita di Riccardo e non sono mancate le sorprese.

Tra queste c’è un file audio in cui gli operatori della Cri intervenuti a Borgo San Frediano la notte del 3 marzo discutono con il centralino sugli orari dell’intervento. Quando l’avvocato Anselmo, legale della famiglia Magherini, ha chiesto alla procura le registrazioni telefoniche di quella notte, ne ha ricevute solo 13.

Il 14eseimo file, quello che sembrerebbe essere più interessante, è spuntato fuori solo in seguito e solo perché consegnato alla famiglia dalla Asl. Ieri sono state presentati anche i racconti di due testimoni, due donne che hanno detto di aver subito pressioni dai carabinieri che le interrogavano. Una, in particolare, ha ricordato di aver detto e chiesto che venisse messo a verbale che i carabinieri avevano preso a calci Magherini quando si trovava a terra, ma che i militari hanno verbalizzato sue parole solo dopo le sue insistenze.

di Mario Di Vito

Il Manifesto, 10 giugno 2014

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