Carceri, promozione a metà. Il giudizio del Consiglio d’Europa


Consiglio d'Europa 2Diciamolo senza ipocrisia: in materia di carceri l’Italia deve ringraziare il Consiglio d’Europa e il suo organo giudiziario, la Corte europea dei diritti dell’uomo. Il ringraziamento, beninteso, non riguarda quella che la sintesi giornalistica traduce come la “promozione” sancita ieri, ovvero la presa d’atto dei “risultati significativi” fin qui raggiunti dal nostro Paese in fatto di sovraffollamento e di condizioni detentive, con conseguente sospensione delle salate sanzioni che erano state minacciate sulla scia della sentenza-pilota “Torreggiani più altri”.
Al contrario, proprio quella causa, quel verdetto e poi l’ultimatum – che sarebbe scaduto il 28 maggio scorso – sono state le molle che hanno spinto il governo Renzi e i due che lo hanno preceduto (Monti e Letta) ad affrontare con misure deflattive finalmente strutturali una “tragedia” nazionale, per ricorrere a un termine usato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
“È il riconoscimento del lavoro fatto”, ha osservato il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Un lavoro che sarà agevolato, è bene ricordarlo, anche dalla recente sentenza della Cassazione (applicativa della discussa pronuncia della Consulta sulla legge Fini-Giovanardi) in base alla quale saranno rimesse in libertà fino a 3mila persone condannate per spaccio di droghe cosiddette “leggere”.
In ogni caso, la soddisfazione del ministro e del governo è più che legittima. Così come è rassicurante la constatazione di Orlando che “c’è ancora molto da fare”. Adesso, infatti, è indispensabile non smarrire la consapevolezza che, se la fase emergenziale più nera sembra essere alle spalle, il problema non è risolto. Quella che abbiamo incassato non è una promozione bensì un’ulteriore proroga: a giugno 2015, tra un anno esatto, da Strasburgo arriverà la valutazione definitiva. Nel frattempo, l’Italia dovrà comunque risarcire (in denaro chi è già uscito, con alleggerimenti di pena chi è tuttora dietro le sbarre) coloro che sono stati reclusi in condizioni lesive della dignità umana. E, una volta approvata anche la riforma della custodia cautelare, dovrà trovare sistemi diversi dalle misure alternative al carcere per far coincidere il numero dei detenuti con la capienza effettiva. Per esempio recuperando i posti oggi inagibili e aprendo le strutture pronte ma chiuse, magari a causa della carenza di organico della Polizia penitenziaria.

di Danilo Paolini

Avvenire, 6 giugno 2014

 

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