Morire tutti i giorni non è da paese civile: la battaglia per abolire l’ergastolo


Carcere interno “Si muore tutti i giorni per poi morire ancora/una lenta agonia senza rimedio/ che rende innocente chi è stato colpevole/ morire tutti i giorni/ esserne consapevole”. Questi versi sono stati scritti da Carmelo Musumeci per il brano “Morire tutti i giorni” dei 99 Posse. Ma cosa significa morire tutti i giorni? Solo un ergastolano lo sa, solo le persone alle quali è stato tolto il bene più prezioso toccano questa sensazione: “pena di morte viva”, così la chiamano.  Carmelo Musumeci è un ergastolano ostativo, “un uomo ombra”, come sempre si definisce. Uno dei 1.600 uomini ombra che sono sepolti vivi in Italia. Ma è uno che non si è arreso, non ha ceduto alla morsa infernale del morire o del lasciarsi morire. E’ un ergastolano ma è fondamentalmente uno scrittore e poeta che si batte in una battaglia difficile: abolire l’ergastolo.

Abolire l’ergastolo è una battaglia di civiltà. Perché la pena deve essere rieducativa, lo dice anche la Costituzione. Perché il carcere non può essere tortura, lo ha detto anche la Corte Europea dei Diritti Umani, che ha condannato l’Italia per trattamenti disumani e degradanti concedendo al nostro Paese un anno di tempo per rimediare, e nei prossimi giorni dovrà decidere se l’Italia  dovrà pagare tra i 60 e i 100 miliardi di euro di multe. Perché non è solo una questione di spazi, come se i detenuti fossero polli d’allevamento: spesso si ripete che i detenuti vivono in meno di 3 metri quadrati a testa, in condizioni senza dubbio disumane. Ma no, non è solo quello: in molte carceri italiane manca la rieducazione, manca l’assistenza sanitaria, in carcere ci si ammala di più di epatiti e Aids, in carcere ci si suicida, fioccano le denunce per maltrattamenti. Nel carcere di Poggioreale è scattata l’inchiesta sull’esistenza di una presunta “cella zero”, cella o celle nelle quali si consumerebbero violenze ai danni dei reclusi. C’è poi la carcerazione preventiva: un detenuto su cinque è in carcere senza un processo, 10.389 detenuti in queste condizioni, il 17 per cento dei 59.693 ristretti. E poi c’è l’aspetto del carcere a vita: i condannati all’ergastolo sono circa 1.600, di cui circa la metà sono ergastolani ostativi, una misura particolarmente restrittiva che si applica ai detenuti condannati per appartenenza alla criminalità organizzata di tipo mafioso: ciò vuol dire, tra le altre cose, che molto probabilmente moriranno dietro le sbarre. E se lo stato pensava di sconfiggere la mafia con queste misure piuttosto che nei suoi rapporti con il potere economico e politico, il tempo ha dato ragione alle mafie, per il momento. Al contrario per molti, il “fine pena mai” equivale soltanto ad essere sepolti vivi: lo spiega bene Musumeci nei suoi libri e nelle sue poesie.

Su questo tema ci sarà un importante evento, il 6 Giugno prossimo, a partire dalle 9.30, nella casa di reclusione di Padova: sarà dato spazio alle testimonianze degli uomini ombra, e tra essi anche Carmelo Musumeci, che diversi mesi fa ha lanciato una proposta di legge popolare per l’abolizione del carcere a vita. L’iniziativa ha per titolo “Senza ergastoli. Per una società non vendicativa”, e vede coinvolte una serie di realtà: le università, la casa di reclusione di Padova, l’osservatorio Ristretti Orizzonti, personalità del mondo politico e istituzionale come Agnese Moro, figlia di Aldo Moro, Maurizio Turco e Rita Bernardini dei Radicali e poi detenuti, famiglie, studenti a confronto. Sarà dato spazio anche alle famiglie degli ergastolani, che vivono un grandissimo lutto: “E’ una pena che si infligge a tutta la famiglia – spiega Elton Kalica, giornalista della redazione di Ristretti Orizzonti – Queste persone vengono cancellate dalla vita. Non solo la loro vita, ma vengono cancellati dai propri cari, che vivono con l’idea che non li riavranno mai più”.

Ma una persona cambia nel tempo, si trasforma, ed Elton ci racconta questo aneddoto: “Un ergastolano ostativo mi disse che l’unica cosa bella di tutta la sua vita era che la sua famiglia si era trasferita, rifatta una vita fuori da quel contesto in cui temeva che sarebbero vissuti anche i suoi cari. Questo mi ha colpito molto, perché in quel modo questa persona aveva certificato la sua uscita, il rifiuto di quella mentalità, il suo distacco, pur non avendo scelto di collaborare. E la sua rassegnazione, essendo consapevole che questo distacco non avrebbe potuto influire in alcun modo sul suo futuro”.  Si tratta comunque di reati molto gravi.  A descrivere bene l’aspetto umano è anche Yvonne, una volontaria e attivista: ci mostra una lettera di un ergastolano. “Scrive della speranza che loro non hanno più – racconta Yvonne – Ma anche dell’importanza di chi sta loro vicino nonostante tutto. Per loro siamo delle piccole rondini”. E ci mostra il disegno realizzato dall’ergastolano.

Carmelo Musumeci ha scritto anche al Papa: “Nel carcere di Padova ci sarà un convegno sull’abolizione dell’ergastolo – si legge nella sua lettera –  Lo so non potrai essere presente, ma ti chiediamo un pensiero, una preghiera, un messaggio, un cenno per darci un po’ della tua voce e della tua luce. Francesco, devi sapere che da quando hai abolito la “Pena di Morte Viva” (come chiamiamo noi la pena dell’ergastolo) non c’è un uomo ombra (così si chiamano fra loro gli ergastolani) che non vorrebbe essere prigioniero nel carcere della Città del Vaticano perché qui viviamo nel nulla di nulla, destinati a marcire in una cella per tutta la vita. Francesco, devi sapere che l’ergastolano non vive, pensa di sopravvivere, ma in realtà non fa neppure quello, perché questa crudele pena ci tiene solo in vita, mentre una pena giusta dovrebbe avere un inizio e una fine”.

A chi crede che l’ergastolo sia il solo modo di ottenere giustizia, risponde Agnese Moro, figlia di Aldo Moro: “Solitamente, si sente parlare di ergastolo quando qualche fatto di cronaca, per la sua stessa natura oppure per una costruzione mediatica, fa inorridire l’opinione pubblica a tal punto, che la condanna è accolta con soddisfazione solo se cala sulla testa del colpevole la spada del carcere a vita. Ci domandiamo allora che cosa è la giustizia: “ottenere giustizia” può essere davvero una questione di anni di galera comminati?”

Ecco la bellissima filastrocca scritta da un detenuto del carcere di Padova, sulla speranza-rondine e sulla libertà volata via per sempre: “La mia rondinina che vola e guarisce, facendo domande il mio cuore stupisce/Un giorno volando sul petto posò/ Quel giorno fu festa, v’era speranza, oggi quel dì è andato in vacanza/ Rimane un ricordo, fugace e remoto/ Quando chi spera arde nel fuoco/ Son lenti i giorni e lunga è la notte/ il cuore batte con tocchi e rintocchi/ Cercando che cosa? Ah sì! La speranza/ Quella vigliacca che è andata in vacanza/ Stai pure tranquilla, rondine mia/ Son certo ritorna, è lei che comanda/Senza l’infame (speranza, ndr) non si vive abbastanza”.

di Gaia Bozza

http://www.fanpage.it, 04 Giugno 2014

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