Agente Penitenziario si toglie la vita a casa: è il 6° suicidio dall’inizio dell’anno


CarceriUn agente di Polizia Penitenziaria si è suicidato ieri sera nella propria abitazione a Roma rivolgendo verso di sè la pistola avvolta in un asciugamano. Lascia moglie e un figlio ed ancora non si conoscono le cause del gesto. A comunicarlo, in una nota, il segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, Donato Capece, secondo il quale salgono «a sei il numero degli appartenenti alla Polizia Penitenziaria che si sono tolti la vita dall’inizio dell’anno». «È una tragedia senza fine. Siamo sgomenti – spiega -, sconvolti e impietriti per questa nuova immane tragedia, anche perchè avviene a brevissima distanza di tempo dal suicidio di altri appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, in servizio a Vibo Valentia, a Padova, Siena, Volterra e Novara».

Secondo Capece «negli ultimi tre anni si sono suicidati più di 30 poliziotti e dal 2000 ad oggi sono stati complessivamente più di cento, ai quali sono da aggiungere anche i suicidi di un direttore di istituto (Armida Miserere, nel 2003 a Sulmona) e di un dirigente generale (Paolino Quattrone, nel 2010 a Cosenza). Lo ripetiamo da tempo: bisogna intervenire con soluzioni concrete, con forme di aiuto e sostegno per quei colleghi che sono in difficoltà. E, anche se nel caso specifico non si tratta di un poliziotto che lavorava in carcere, bisogna comprendere e accertare quanto ha eventualmente inciso l’attività lavorativa. Ma il Dap – conclude – non fa nulla di concreto per favorire il benessere dei nostri poliziotti: neppure fornisce i dati ufficiali sul numero degli agenti suicidi, che raccogliamo noi attraverso i nostri dirigenti sindacali presenti in tutte le sedi d’Italia»

Il Messaggero, 05 Giugno 2014

Carceri, l’Italia passa l’esame europeo. Antigone: “Non si torni indietro”


Cella Carcere ItaliaNiente censura, e nessuna multa milionaria. L’Italia passa l’esame del comitato dei ministri del Consiglio d’Europa sulla risoluzione del problema del sovraffollamento carcerario. Il comitato dei ministri della Ue ha riconosciuto i “significativi risultati” già ottenuti dall’Italia. E in merito al cosiddetto caso Torreggiani (dopo che la Corte Europea aveva condannato l’Italia un anno fa per le condizioni di detenzione nelle carceri italiane), il comitato riprenderà in esame la questione “al più tardi nella sua riunione del giugno 2015”, cioè fra un anno esatto. In quell’occasione sarà fatto un esame approfondito sui progressi fatti.

Sulla decisione dell’Europa interviene il responsabile dell’associazione Antigone, Patrizio Gonnella, che afferma: “La decisione del Consiglio d’Europa riconosce gli sforzi fatti e apprezza le misure adottate ma non allontana lo sguardo dal sistema penitenziario italiano. Non bisogna tornare indietro. Anzi. Va ulteriormente ridotto il tasso di affollamento, umanizzata la vita nelle carceri, preservata la salute, proibita la tortura”.
“Con le nostre osservazioni e denunce ci sentiamo corresponsabili del processo riformatore che sarebbe un errore tragico interrompere – conclude Gonnella -. Si lascino perdere i predicatori del punitivismo altrimenti si torneranno a fare passi indietro sui diritti umani”.

Redattore Sociale, 05 Giugno 2014

Situazione carceri, l’Unione Europea salva l’Italia. Bernardini (Radicali) “Giudizio che fa inorridire”


detenuti sbarre cellaAlla fine l’Italia può tirare un sospiro di sollievo. Le carceri italiane hanno superato l’esame di voto dell’Unione Europea, chiamata a mettere in atto la sentenza Torreggiani, che aveva riconosciuto all’Italia una condanna risarcitoria legata alla condizione di sette detenuti e del sovraffollamento carcerario.

All’Italia, infatti, è stato riconosciuto dal Consiglio dei Ministri “l’impegno nel risolvere la questione del sovraffollamento carcerario e i risultati significativi ottenuti attraverso l’introduzione di varie misure strutturali tra cui l’importante e continua diminuzione del numero di detenuti”. Ridurre il numero di detenuti da un lato e dall’altro puntare ad uno spazio vivibile per il detenuto all’interno delle carceri; un spazio che rientri almeno nei 3 metri quadri. Sempre il comitato ha poi sottolineato “che l’Italia ha introdotto, entro i limiti di tempo imposti dalla sentenza Torreggiani, un rimedio preventivo”.

Ora resta da capire quale sia questo rimedio preventivo messo in atto dall’italia. Stando ad alcune fonti molto vicine a Palazzo Chigi, il governo starebbe lavorando ad una legge ad hoc per tutti quei carcerati riconosciuti come delle vere e proprie vittime del sovraffollamento carcerario. Per questi “particolari soggetti”, il Governo starebbe studiando e valutando la possibilità di una disposizione di scarcerazione con conseguente riconoscimento di pene alternative. Naturalmente tutto dipenderà anche dal reato commesso dal detenuto e per il quale è stato condannato.

Completamente opposto il commento di Rita Bernardini, segretario dei Radicali, che ha espresso il suo dissenso verso la “promozione” della situazione carceri per l’UE: “Fa inorridire il giudizio del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa”. La Bernardini, infatti, ha descritto questi “significativi risultati” come qualcosa di poco chiaro. A partire dai tre metri quadri, ha detto la Bernardini, “calcolati chissà come e ottenuti violando altri diritti umani come la deportazione di migliaia di reclusi in istituti lontani centinaia di chilometri dalla propria famiglia”.

La questione “carceri” naturalmente è ancora tutta aperta ed ora bisognerà attendere giugno 2015 per la prossima verifica da parte del Comitato del Consiglio D’Europa.

Emanuele Ambrosio, 05 Giugno 2014

Carceri, l’Europa promuove l’Italia. Insoddisfatti i Radicali


Dimostrare in un solo anno di poter sconfiggere il sovraffollamento carcerario sembrava una missione impossibile. E invece oggi l’Italia ha mostrato di poterlo fare, e con successo. Il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha stabilito che il nostro Paese ha intrapreso la strada giusta per ottemperare a quanto la Corte europea dei diritti umani gli ha imposto con la sentenza Torreggiani, cioè eliminare il rischio che i detenuti si trovino a vivere in carceri sovraffollate e introdurre due rimedi, uno preventivo, che può utilizzare chi si trova in una cella con meno di 3 metri quadri per far cessare la violazione, e l’altro compensativo, che serve a risarcire in vari modi chi ha sofferto degli effetti del sovraffollamento.

E il primo ad essere soddisfatto del risultato è il ministro della giustizia Andrea Orlando, che negli ultimi mesi è volato a Strasburgo due volte per presentare il piano anti sovraffollamento del governo e i primi risultati, ritenuti oggi «significativi» dal comitato dei ministri. Anche se lo stesso ministro avverte che «avere risolto le urgenze non significa avere un sistema penitenziario all’altezza della civiltà del nostro Paese», e che c’è ancora «molto lavoro da fare». Uno stato di fatto che viene ribadito anche dal vicepresidente del Csm, Michele Vietti, secondo cui la notizia positiva da Strasburgo «non deve indurci a dormire sugli allori» perché l’Italia continua ad essere sotto osservazione e «tutti gli allarmi lanciati, a cominciare da quelli del capo dello Stato, rimangono drammaticamente attuali». Ma c’è anche chi ritiene la decisione presa oggi dal comitato dei ministri di promuovere l’Italia per il lavoro fatto, e per quello che ha promesso di portare a termine, un errore.

La radicale Rita Bernardini, parla di un giudizio che «fa inorridire», visto che le violazioni riscontrate dalla Corte secondo lei sono tuttora in atto. Mentre il deputato Nicola Molteni, capogruppo del Carroccio in commissione Giustizia, afferma «c’è poco da gioire» perché «il Consiglio d’Europa assolve l’Italia sulla pelle delle persone perbene» visto che lo svuotamento delle carceri è «un favore a delinquenti e clandestini» e ha rimesso in libertà migliaia di criminali. Resta tuttavia il fatto che il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa oggi ha avuto piena fiducia nei dati presentati dal governo e nell’impegno che questo ha dimostrato per mettere fine al sovraffollamento nelle carceri. L’Italia dovrà tuttavia passare un secondo esame, al massimo tra un anno, per verificare se le misure introdotte hanno generato i risultati sperati. Entro allora il governo dovrà anche aver presentato nuove informazioni, in particolare sul funzionamento del rimedio preventivo introdotto, e su quello compensatorio, che le autorità hanno assicurato sarà introdotto «tra breve», con un decreto legge e permetterà una riduzione della pena per i carcerati vittime di sovraffollamento ancora detenuti, e un risarcimento per quelli già in libertà.

La Stampa, 05 Giugno 2014

Giustizia: ministro Orlando; sentenza Fini-Giovanardi interesserà non più 3mila detenuti


Orlando“Non è possibile, allo stato, stimare esattamente l’impatto dell’applicazione della sentenza della Cassazione (che ha dichiarato incostituzionale parte della legge Fini-Giovanardi; Ndr). Comunque si sta procedendo ad un’analisi delle posizioni giuridiche dei singoli detenuti: allo stato delle verifiche, la platea potenzialmente interessata dagli effetti della pronuncia potrebbe risultare non superiore alle 3.000 unità”.

Così il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha risposto, nell’Aula della Camera, a un’interrogazione della Lega su quali saranno gli effetti reali dell’applicazione della sentenza della Corte di cassazione. Nello specifico la Lega chiedeva “il numero di detenuti condannati per reati di spaccio che usciranno dal carcere, e se sia possibile stimare l’impatto che ciò avrà sul mercato dello spaccio di stupefacenti e sulla sicurezza della popolazione”. Ad oggi, secondo gli ultimi dati trasmessi dall’amministrazione penitenziaria, i detenuti presenti in carcere per il reato di produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope, sono circa 8.500.

Giovanardi (Ncd): Orlando smonta balle antiproibizionisti

“La realtà ha ancora una volta ridimensionato gli allarmi demagogici del fronte antiproibizionista che con Franco Corleone aveva previsto un uscita dal carcere di circa 10.000 detenuti dopo la sentenza della Corte Costituzionale sulla Fini-Giovanardi”. Lo dice il senatore Carlo Giovanardi (Ncd), che aggiunge: “Come abbiamo sempre detto si trattava di balle spacciate per condizionare l’opinione pubblica, mentre oggi il ministro della Giustizia Andrea Orlando valuta in circa 3000 i detenuti che potrebbero uscire dopo l’interpretazione della Cassazione, ma che, alla fine – conclude Giovanardi – saranno sicuramente meno perchè la scarcerazione può avvenire soltanto su domanda del detenuto e il giudice di sorveglianza deve vagliare se esistono le condizioni per ottenerla”.

Public Policy, 5 giugno 2014

Giustizia: audizione pm Gratteri in Senato “4 carceri specializzate per detenuti al 41-bis”


Nicola GratteriIl procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, in audizione oggi alla Commissione Diritti umani del Senato, ha messo in evidenza il problema dei “41 bis che oggi sono 750, ma il sistema non ne può gestire più di 500. Limiterei il numero dei 41 bis, ma per quelli che sono in questo regime di detenzione, dovremmo stare più attenti. Dobbiamo pensare a un 41 bis che funzioni veramente, dobbiamo essere seri e severi sull’applicazione su chi è veramente pericoloso”.

E continua Gratteri, parlando alla Commissione, della mancanza di personale e, contemporaneamente, della necessità di potenziare i controlli anche durante i colloqui. Infatti “nel momento in cui c’è un colloquio bisogna guardare la mimica facciale, i segni che il detenuto fa ai parenti con braccia e mani. Ci vuole un Gom – Gruppo Operativo Mobile, reparto specializzato del Corpo di Polizia Penitenziaria – esperto, non è una cosa semplice.

C’è sovrannumero di 20 mila militari nell’esercito. Potremmo istruire ogni mese 20 di loro per Gom. Diminuiamo poi la polizia penitenziaria a via Arenula, ce n’è assai”. Uno dei problemi dei colloqui, ha concluso, riguarda anche il caso in cui “la moglie del detenuto è anche avvocato: quel colloquio non si registra. Il legislatore ha il dovere di intervenire su questo vuoto enorme di cui nessuno parla. In Calabria ci sono una decina di casi”.

Gratteri, sempre durante l’audizione ha espresso il suo punto di vista, la sua idea, per i detenuti sotto il regime 41 bis, affermando che “io sono per i campi di lavoro, non per guardare la tv. Chi è detenuto sotto il regime del 41 bis coltivi la terra se vuole mangiare. In carcere si lavori come terapia rieducativa”.

Il procuratore ha poi concluso il suo pensiero asserendo che “Il tossicodipendente deve lavorare otto ore al giorno, perché un altro può stare 10 ore davanti la tv? Occorre farli lavorare come rieducazione, non a pagamento. Se abbiamo il coraggio di fare questa modifica, allora ha senso la rieducazione. Ci sono capi mafia di 60 anni – conferma Gratteri – che non hanno mai lavorato in vita loro. Farli lavorare sarebbe terapeutico e ci sarebbe anche un recupero di immagine per il sistema”

Lavoro sia terapia, alcuni capimafia non hanno mai lavorato

“È ovvio che io non mi fermerei al 41-bis, io sono per i campi di lavoro, non voglio che il detenuto stia in carcere a vedere la televisione per 10 ore al giorno, sono a che i detenuti lavorino, a che coltivino la terra se vogliono mangiare, a che si lavori come terapia”.

A dirlo è stato Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Reggio Calabria, in una audizione davanti la commissione straordinaria per la Tutela e la promozione dei diritti umani sul regime di detenzione relativo all’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario. “Però dovremmo cambiare la norma, perché dovremmo dire il lavoro del detenuto come strumento rieducativo e come terapia perché se diciamo che il detenuto deve lavorare in carcere lo dobbiamo pagare e non abbiamo i soldi per pagarli – ha aggiunto Gratteri – se noi abbiamo il coraggio di fare questo tipo di modifica allora la detenzione in carcere e il lavoro avrebbe un senso, perché ci sono capimafia che non hanno mai lavorato in vita loro”.

Costruire 4 carceri specializzate per detenuti al 41 bis

Cella 41 bis OP“I detenuti al 41 bis sono distribuiti su 12 carceri: questo significa avere 12 direttori che hanno interpretazioni diverse sul 41 bis. Si dovrebbero invece costruire 4 carceri e concentrare lì tutti i detenuti sottoposti a questo regime”, potendo in tal modo contare “su 4 direttori specializzati”.

Così Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Reggio Calabria, nella sua audizione al Senato, in commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, sul regime di detenzione relativo all’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario. “I 41-bis in Italia sono circa 750, e non possiamo gestirne più di 500 -prosegue il magistrato in prima linea nella lotta contro la ‘ndrangheta- limiterei perciò il numero dei 41 bis ma applichiamolo in modo serio a chi è veramente pericoloso.

Occorre essere seri anche nella gestione di questa misura. Ancora nessuno ha spiegato perché nel 1994 è stata chiusa Pianosa e l’Asinara”. Inoltre, rimarca Gratteri, “va applicato anche ai detenuti ad alta sicurezza il sistema delle video conferenze. Si otterrebbero incredibili risparmi di costi e di personale”. Va poi aumentato anche “il numero di aree riservate” per i colloqui, “ossia strutture idonee a mantenere una logistica che non consenta la comunicazione tra tutti i detenuti presenti nell’istituto. Ai colloqui bisogna stare con gli occhi sgranati, e va assicurata una adeguata rotazione del personale Gom (Gruppo operativo mobile, ndr)”.

“Faccio un lavoro antidrangheta da 29 anni – sottolinea poi il magistrato nella sua audizione in commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani – e vi posso dire che essere ‘ndranghestista è un modo di essere. Oggi la camorra è sempre più criminalità organizzata comune; la mafia, invece, una filosofia criminale”. “Ogni 100 camorristi che si pentono, solo uno della ‘ndrangheta si pente, ma è di Serie B o Serie C. Mai nessun capo si è pentito. Per loro il pentimento non esiste: un capo mafia finisce di esserlo solo quando muore”.

Per 41 bis riaprire Pianosa e l’Asinara

“Attualmente i detenuti in regime di 41 bis sono distribuiti su 12 carceri e questo è già un’anomalia: avere 12 carceri, con 12 direttori e con 12 interpretazioni diverse sul 41 bis non va bene. Dovremo cercare di costruire 4 carceri per concentrare tutti i 41 bis, avere 4 direttori specializzati e studiare una tecnica per il 41 bis”.

Ne è convinto il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri. Parlando in audizione oggi alla Commissione Diritti umani del Senato, Gratteri ha sottolineato che per “far funzionare il 41 bis servono soldi e non ci sono, dovremo cercare di essere seri e fare tagli dove ci sono da fare, finora ci sono stati solo tagli lineari: servono 4 carceri nuove per i 41 bis”. Gratteri ha quindi aggiunto: “Perché non si riaprono le carceri di Pianosa e dell’Asinara chiusi nel 1994? Quando si riparlerà di sovraffollamento, voglio vedere che partito politico parlerà della riapertura di queste carceri”.

Fuga notizie Riina indice malfunzionamento

Se c’è stata una fuga di notizie dal carcere dell’Opera di Milano dove è detenuto Totò Riina in regime di 41 bis, “vuol dire che non si è lavorato bene. Nelle carceri entra molta gente”. Lo ha affermato il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, durante un’audizione in Commissione Diritti umani al Senato. Gratteri ha fatto riferimento alle minacce di morte ricevute dal pm Palermo Nino Di Matteo e ha invitato “a fare attenzione in futuro anche alla più innocente notizia perché i boss hanno un modo criptico di parlare”.

20mila militari in sovrannumero, usiamoli in penitenziari

“Siccome c’è un sovrannumero di 20mila militari nell’esercito, basterebbe prenderne mille al mese, fargli un corso accelerato di gom (gruppo operativo mobile; Ndr) o di polizia penitenziaria e portarli in carcere a lavorare. Mentre li prepariamo mettiamo i militari fuori le carceri e la polizia penitenziaria sui muri di cinta entra dentro e fa trattamento. Oppure diminuiamo il personale che c’è nel Dap o diminuiamo la polizia penitenziaria che c’è intorno o dentro il ministero della giustizia di via Arenula perché mi pare che sia assai”.

A dirlo è stato Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Reggio Calabria, in una audizione davanti la commissione straordinaria per la Tutela e la promozione dei diritti umani sul regime di detenzione relativo all’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario.

http://www.reggiotv.it, 5 giugno 2014

Sassari: detenuto ritrovato morto, riprende il processo per il “giallo” di San Sebastiano


carcere3Oggi riprenderà il processo in corte d’assise per il giallo di San Sebastiano: nel 2007 il detenuto Marco Erittu fu trovato morto nella sua cella e mentre in un primo momento la vicenda fu archiviata come un suicidio, a distanza di anni la Procura ha riaperto le indagini.

Lo ha fatto in seguito alle dichiarazioni di Giuseppe Bigella, reo confesso del delitto. Il pentito ha chiamato in correità Pino Vandi quale mandante dell’omicidio, l’agente di polizia penitenziaria Mario Sanna come colui che aprì la cella al commando, e Nicolino Pinna come la persona che tenne ferma la vittima mentre Bigella la soffocava e che in seguito simulò il suicidio stringendo al collo di Erittu la striscia di una coperta.

Il pubblico ministero Giovanni Porcheddu, al termine di una lunghissima requisitoria ha chiesto per i tre imputati la pena dell’ergastolo. Ma nel processo sono finite anche altre due persone accusate di favoreggiamento. Si tratta dei due agenti di polizia penitenziaria Gianfranco Faedda e Giuseppe Soggiu. E oggi saranno proprio i loro avvocati difensori – Gabriele Satta e Giulio Fais – a tentare di smantellare le accuse. Nei giorni scorsi hanno discusso gli avvocati di parte civile – che tutelano i familiari di Marco Erittu – Nicola Satta, Marco Costa e Lorenzo Galisai.

Il primo a prendere la parola è stato proprio Costa che ha attaccato duramente la perizia di Francesco Maria Avato che a suo dire si sarebbe contraddetto sostenendo nella sua relazione che non ci fosse cianosi sul cadavere e che quindi non fosse plausibile una morte per confinamento “anche se aveva scritto l’esatto contrario tre pagine prima”.

Avato, che si è pronunciato a favore della tesi suicidaria, si sarebbe rifiutato di prendere in considerazione l’ipotesi del soffocamento con un sacchetto di plastica per il “semplice” fatto di non avere a disposizione quell’oggetto. Costa ha anche sottolineato le carenze dell’autopsia del medico legale Lorenzoni che avrebbe preso in esame i primissimi elementi di cui era in possesso anche se poi ne subentrarono degli altri che di fatto avrebbero smentito i precedenti. Sulla voglia di vivere della vittima – annotata anche nei diari – ha invece insistito l’avvocato Galisai che ha anche ricordato come Erittu si barricò in cella proprio in concomitanza dell’arrivo a San Sebastiano di Pino Vandi.

Un uomo che lui temeva moltissimo. Nicola Satta ha invece incentrato la sua discussione sulla personalità del pentito Bigella e sull’estrema coerenza della sua confessione: “Non è mai caduto in contraddizione, ha raccontato particolari che hanno poi trovato riscontro e che nessuno ha mai smentito. Lucido e determinato sino alla fine”.

La Nuova Sardegna, 5 giugno 2014