Giustizia: Cooperazione Penale Europea, l’Italia rischia una procedura d’infrazione


Corte di Giustizia EuropeaL’Italia arranca nell’attuazione degli atti Ue in materia di cooperazione giudiziaria penale e corre il rischio, dal prossimo dicembre, di subire una procedura d’infrazione.

Lo dice la Commissione europea in due rapporti pubblicati ieri, uno sullo stato di attuazione della decisione quadro 2008/675/Gai del 24 luglio 2008 relativa alla considerazione delle decisioni di condanna tra Stati membri dell’Unione europea in occasione di un nuovo procedimento penale e l’altro sulla decisione quadro 2009/948/Gai del 30 novembre 2009 sulla prevenzione e la risoluzione dei conflitti relativi all’esercizio della giurisdizione nei procedimenti penali. In entrambi gli atti l’Italia segna il passo.

Eppure, la loro attuazione effettiva consente un rafforzamento nella protezione delle vittime, una più efficace lotta alla criminalità transfrontaliera e assicura maggiori garanzie agli stessi autori di reato, grazie alla concreta attuazione del principio del ne bis in idem riconosciuto dall’articolo 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Proprio con riguardo alla decisione quadro 2009/948 si sono verificati, nel complesso, i maggiori ritardi. Solo 15 Stati membri hanno recepito in modo completo l’atto Ue, mentre 13 Paesi, tra i quali l’Italia, non hanno ancora provveduto, frenando l’attuazione dello spazio giudiziario Ue. L’applicazione della decisione è una tappa importante per evitare doppi processi su stessi fatti e nei confronti degli stessi imputati.

La Commissione lancia così agli Stati inadempienti un messaggio chiaro. È vero, infatti, che in base al Trattato Ue l’esecutivo non può ancora avviare una procedura per inadempimento dinanzi alla Corte di giustizia, ma dal 1° dicembre 2014 la Commissione potrà fare ricorso alla procedura d’infrazione. Con buona pace dei Paesi ritardatari come l’Italia. Tra l’altro, osserva la Commissione nel rapporto (Com(2014)213), la decisione quadro ha messo in campo un sistema che permette un dialogo continuo tra le autorità degli Stati membri, con risposte rapide tra gli organi nazionali competenti, evitando in via preventiva ogni problema sull’applicazione del principio del ne bis in idem. Ombre sull’Italia anche dal rapporto sulla decisione quadro 2008/675 (Com(2014)312). Se 22 Stati hanno già attuato la decisione (e ben 13 hanno ottenuto una promozione da Bruxelles), rimangono al palo Belgio, Spagna, Italia, Lettonia, Malta e Portogallo.

È vero che questo non impedisce l’attuazione dei principi fissati nella decisione quadro negli altri Stati membri, ma è certo nell’interesse della giustizia che le condanne siano prese in considerazione nell’intero spazio Ue. Alcuni Stati membri hanno anche previsto che condanne già comminate in altri Paesi dell’Unione siano prese in considerazione durante la fase delle indagini. Non solo. In Austria, Paesi Bassi, Svezia, Grecia e Irlanda una condanna può influenzare le decisioni sulla custodia cautelare e anche le modalità di esecuzione della pena.

di Marina Castellaneta

Il Sole 24 Ore, 4 giugno 2014

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