Ferrulli morì durante l’arresto. Il Pm chiede 7 anni di carcere per i Poliziotti


Michele FerrulliMichele Ferrulli morì nell’estate 2011 per arresto cardiaco: “Subì violenza gratuita e non giustificabile, picchiato quando era già immobilizzato a terra”.

Il pm di Milano Gaetano Ruta ha chiesto una condanna a 7 anni di reclusione per i 4 poliziotti che il 30 giugno 2011 fermarono a Milano il 51enne Michele Ferrulli, morto per arresto cardiaco durante l’intervento delle forze dell’ordine. Gli agenti, che intervennero in via Varsavia dopo una segnalazione per schiamazzi in strada, sono imputati per omicidio preterintenzionale e falso in atto pubblico. Il pm, durante le requisitoria ha sostenuto che Ferrulli “ha subito una violenza gratuita non giustificabile”.

Il pm ha escluso che i poliziotti “volessero uccidere Ferrulli, come testimonia anche l’apprensione con cui hanno chiamato la centrale operativa quando si sono accorti delle condizioni” del manovale che di lì a poco sarebbe morto in seguito “a un attacco ipertensivo, che ha causato un arresto cardiocircolatorio seguito da edema polmonare, anche perché il cuore di Ferrulli, di 700 grammi, era troppo piccolo rispetto alla mole del suo corpo, che pesava 147 chilogrammi”.

Secondo il rappresentante della pubblica accusa, i quattro agenti erano in grado di comprendere che agire in quel modo avrebbe potuto provocare la morte di Ferrulli. Per dimostrarlo, il pm ha ricordato il “sonoro delle donne rom che, davanti alla scena dell’ammanettamento, dicono: “Così gli viene un infarto e muore”.

Non c’è bisogno di emeriti studiosi – ha detto il pm – per capire che se butto per terra una persona e infierisco su di lei le posso fare molto male e gli può venire un infarto. È una conseguenza che le persone che stavano lì intorno avevano previsto. “Lasciatelo, gli fate male”, dice il suo amico che viene preso e portato via in un’auto della polizia. Non ci vuole Pico della Mirandola per dire che se si mette una persona a terra e lo si picchia può morire”.

Dal dibattimento è emerso che gli agenti hanno percosso “ripetutamente il signor Ferrulli in diverse parti del corpo, pur essendo in evidente superiorità numerica e hanno continuato a colpirlo probabilmente con l’uso di manganelli, come testimoniato da due amici della vittima e come evince il mio consulente tecnico incaricato di analizzare il video dell’aggressione, quando era immobilizzato a terra, in posizione prona, non era in grado di reagire e invocava aiuto”. Ruta ha comunque chiesto per i poliziotti il minimo della pena previsto da questo reato e la concessione delle attenuanti generiche, “perché il fatto in sé è grave, ma va pur detto che si iscrive in una attività di servizio eseguita malissimo dagli imputati, che però sono persone che non hanno mai dato ragioni di critica o censura e dal punto di vista della correttezza processuale sono sempre stati presenti e hanno avuto un comportamento composto”.

I poliziotti sono poi accusati di aver falsificato l’annotazione redatta il giorno successivo sull’accaduto, dichiarando falsamente che dopo aver bloccato il 51enne “una successiva e inevitabile perdita di equilibrio di tutto il gruppetto faceva sì che il Ferrulli e tutti gli agenti intervenuti cadessero rovinosamente a terra, frangente che permetteva, grazie all’utilizzo di un terzo paio di manette, di bloccare definitivamente la sua resistenza. Poiché la precedente caduta aveva costretto il Ferrulli, prono a terra, si cercava, ormai assicurato, di riportarlo in una posizione a lui più comoda per avvicinarlo alla vettura di servizio, ma proprio in tale occasione il Ferrulli riferiva di sentirsi male, lamentando un forte dolore al petto”. Secondo Ruta sono “circostanze false, poiché i poliziotti, nel mentre il Ferrulli si trovava a terra in posizione prona, era immobilizzato e invocava aiuto, lo colpivano ripetutamente anche con l’uso di corpi contundenti”.

“Non ci sentiamo più soli, ora sappiamo che lo Stato è dalla nostra parte”, è stato il commento di Domenica Ferrulli, figlia della vittima. “È un processo difficile e doloroso – ha proseguito – la nostra speranza è che gli agenti vengano condannati e non indossino più la divisa, per rispetto di mio padre e anche di chi la indossa onestamente”.

Corriere della Sera, 4 giugno 2014

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