Giustizia: fine dell’ora d’aria…. perché le galere italiane se la meritano, la condanna


carcere letti-2Un anno dopo (oggi) la sentenza Torreggiani. L’ottimismo del Dap e un dossier dei Radicali che lo smentisce.

Ai piani alti dell’Amministrazione penitenziaria, dove si attende con un po’ d’ansia il giudizio del comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, previsto per il 4 giugno, si ribadisce che l’Italia riuscirà a evitare l’esecuzione della sentenza pilota Torreggiani per aver violato l’articolo 3 della Convenzione europea, che vieta la tortura.

Oggi, 27 maggio, scade infatti la proroga concessa al governo italiano dalla Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo, per risolvere la grave questione penitenziaria. Eppure, nonostante l’ottimismo di facciata, l’Italia meriterebbe di essere condannata. Senza se e senza ma. Perché se i numeri sono scesi – i detenuti ora sono 59 mila grazie ad alcuni provvedimenti legislativi approvati per favorire le misure alternative al carcere, un minor ricorso alla custodia cautelare e una politica penitenziaria deflattiva degli istituti di pena più sovraffollati – le condizioni delle patrie galere non sono nel frattempo migliorate. O almeno, non al punto da soddisfare le richieste contenute nel severo monito della Cedu, definito dal capo dello stato, Giorgio Napolitano, “mortificante”.

Lo sostiene un dossier preparato dai Radicali italiani – il Foglio lo ha consultato in anteprima – inviato a Strasburgo per dimostrare la non congruità della road map di riforme messe in atto dal governo italiano dal giorno in cui fu emessa la condanna: l’8 gennaio del 2013. Sono 54 pagine redatte dalla segretaria dei Radicali italiani, Rita Bernardini, in cui si spiegano in modo dettagliato le condizioni ancora disumane delle carceri italiane. Innanzitutto i numeri.

Secondo i vertici del Dap, è sufficiente aver ridimensionato il sovraffollamento e garantito i 3-4 metri quadri di spazio vitale (nel resto dei paesi dell’Eurozona lo spazio è però di circa 7 metri quadri) a ciascun detenuto, per impedire alla Corte europea di rendere esecutiva la condanna, che prevede l’esame di tutti i ricorsi dei detenuti arrivati a Strasburgo, circa quattromila. Eppure basta leggere la sentenza Torreggiani per capire che le richieste non sono state esaudite.

Nel libro dei sogni della Cedu, ogni detenuto avrebbe diritto a una cella singola, condizioni igieniche e sanitarie adeguate, diritto alla luce naturale, possibilità di stare all’esterno di una cella almeno per 8 ore al giorno, un percorso formativo e un lavoro. Così non è, perché la maggior parte degli istituti di pena sono ancora fatiscenti e degradati.

“Le condizioni delle carceri sono diffusamente inaccettabili”, spiega il presidente dell’associazione Antigone, Patrizio Gonnella, al Foglio, “ma sono stati approvati alcuni provvedimenti, come per esempio la legge per aumentare la concessione degli arresti domiciliari o l’attenuazione della legge Giovanardi-Fini, che potrebbero indurre il comitato dei ministri europei a dare una valutazione positiva sull’operato del governo italiano.

Anche perché il giudizio sarà complessivo, con uno sguardo al futuro, non solo focalizzato sulla situazione attuale”. Quindi, se le misure prese contengono un embrione per garantire un graduale miglioramento del sistema penitenziario, la sentenza Torreggiani potrebbe non diventare esecutiva. Di conseguenza tutti i ricorsi dei detenuti giunti a Strasburgo non verranno esaminati. Eppure molte promesse, necessarie per modificare lo stato vessatorio e iniquo della detenzione in Italia, non sono state realizzate.

L’apertura delle celle almeno 8 ore al giorno in tutte le sezioni di media sicurezza? Un miraggio. In media è stato attuato solo nel 10 per cento dei 205 istituti di pena. Nel resto delle carceri, i blindati rimangono chiusi in celle ancora sovraffollate: in alcuni casi 22 ore su 24, come accade per esempio nel peggior carcere d’Europa, a Poggioreale; 18 ore invece negli istituti gestiti con maggior “flessibilità”, da direttori più sensibili, bontà loro.

La sorveglianza cosiddetta “dinamica”, concetto introdotto dalla riforma penitenziaria in corso per indurre gli agenti penitenziari a superare la prassi “sorvegliare e punire” in vista di un ruolo più (ri)educativo? Applicato a macchia di leopardo, solo in alcuni istituti.

Anche perché la sorveglianza dinamica può essere utile solo se dalle celle aperte, o meglio semi-aperte: si esce non solo per un fabbisogno standard di ossigeno, bensì anche per studiare, partecipare ad attività e lavorare. Purtroppo, anche per mancanza di fondi, il lavoro dietro le sbarre è un privilegio (e merce di scambio) concesso solo a 14.456 detenuti.

“In base ai dati aggiornati al 31 dicembre 2013 lavoravano in carcere 14.546 detenuti, il 23,26 per cento della popolazione detenuta. Tra questi, 12.268 alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria e 2.278 per datori di lavoro esterni”, si legge nel memoriale dei Radicali.

“Le scarse possibilità di lavoro offerte ai detenuti vengono ripartite attraverso il sistema della turnazione. Inoltre la qualità del lavoro offerto dall’amministrazione penitenziaria non garantisce la possibilità di acquisire specifiche professionalità spendibili sul mercato del lavoro, vanificando così uno dei princìpi cardine dell’ordinamento penitenziario secondo cui il lavoro all’interno degli istituti rappresenta l’elemento fondamentale per dare concreta attuazione al dettato costituzionale, che assegna alla pena funzione rieducativa”, scrive Rita Bernardini.

Perché a fare lo “scopino”, lo “scrivano”, lo “spesino” o il cuoco di una cucina penitenziaria, non si impara granché. Certo, in molti istituti ci sono le scuole, attività rieducative, ma per via della riduzione drastica dei fondi i corsi professionali sono pochi: 576 nel secondo semestre del 2013. E poi, i seminari di scrittura creativa si trovano persino a Poggioreale, dove però di notte si viene puniti o picchiati nelle celle “zero”, per tutto e per niente. Infatti la procura di Napoli ha recentemente avviato un’indagine, dopo aver ricevuto le denunce di 70 detenuti per i maltrattamenti subiti.

Qui le condizioni igieniche sanitarie sono inaccettabili, come ha evidenziato il severo rapporto pubblicato il 9 aprile da una delegazione di parlamentari europei dopo una visita alla casa di reclusione napoletana. Certo, molti istituti sono stati ampliati, ristrutturati, ma le condizioni critiche e inique sono ancora diffuse in tutt’Italia.

Per un carcere che apre le celle e prova a garantire un percorso formativo, previsto dalla Costituzione e dall’ordinamento penitenziario, ce ne sono altri dieci immobilizzati nelle paludi penitenziarie. Cambia davvero qualcosa se i detenuti, ora 59 mila, hanno più spazio nelle celle se poi, al 31 marzo 2014, quelli con condanna definitiva erano in tutto 37.297?

Cambia qualcosa se ancora non esiste un osservatorio epidemiologico nazionale, per poter assistere in modo adeguato i detenuti malati? Secondo i dati disponibili, i tossicodipendenti sono il 32 per cento, il 27 ha un problema psichiatrico, il 17 ha malattie osteoarticolari, il 16 cardiovascolari e circa il 10 problemi metabolici e dermatologici.

Tra le malattie infettive, la più frequente è l’epatite C (32,8 per cento), seguita dalla tubercolosi (21,8), epatite B (5,3), Hiv (3,8) e sifilide (2,3). Ecco perché la Cedu, se rileggesse quanto da lei stessa scritto un anno fa, dovrebbe rendere esecutiva la sentenza Torreggiani. Non tanto per svuotare le casse esangui dell’Italia che, in caso di un responso negativo, dovrebbe risarcire migliaia di detenuti, ma perché un nulla di fatto spegnerebbe i riflettori finalmente puntati sulle carceri, con la loro umanità dolente. E la sorveglianza “dinamica” resterebbe una barzelletta.

– VEDI IL DOSSIER DEI RADICALI DEPOSITATO A STRASBURGO (PDF)

di Cristina Giudici

Il Foglio, 27 maggio 2014

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