Carceri: nelle celle si vive in 3mq a testa e questo potrebbe costare molto caro all’Italia


carceri-640L’8 gennaio 2013 l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti umani: si tratta della sentenza scaturita dall’esposto avanzato da Torreggiani ed altri 4 mila detenuti per un affollamento tale da determinare un trattamento disumano. Essendo una sentenza pilota, l’Italia aveva un anno di tempo per evitare che la situazione persistesse nel sistema penitenziario. L’anno è scaduto.

Si può vivere in meno di 3 metri quadrati? Se stai dietro le sbarre, sì: nelle carceri italiane si contano 134 detenuti ogni 100 posti letto disponibili. Un sovraffollamento che può costare caro alle casse dello Stato. Domani, infatti, scade l’anno di tempo che la Corte europea dei diritti umani ha assegnato all’Italia con la famosa sentenza Torreggiani. Di cosa si tratta?

La sentenza di condanna. L’8 gennaio 2013 l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti umani: si tratta della sentenza pilota Torreggiani, confermata dalla Grande Camera della Corte di Strasburgo il successivo 27 maggio. Oltre al ricorso presentato da Torreggiani, ne sono piovuti altri 4mila per motivo analogo, ovvero l’affollamento tale da determinare un trattamento disumano. Essendo una sentenza pilota, l’Italia aveva un anno di tempo per evitare che la situazione persistesse nel sistema penitenziario. L’anno è scaduto. Nei prossimi giorni il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa valuterà le politiche penali italiane.

Un risarcimento da 60 milioni. A fotografare la situazione carceraria del nostro Paese è l’associazione Antigone onlus. Sono circa 4mila i ricorsi presentati finora dai detenuti, tutti riguardanti le condizioni di affollamento. L’associazione Antigone chiede “che per ognuno di essi sia la Corte europea dei Diritti Umani a procedere a condanna con relativo risarcimento. Posto che in media il risarcimento è di 15mila euro, si potrebbe giungere a una cifra complessiva di 60 milioni. Chi ha subito un’umiliazione dallo Stato deve essere risarcito”.

Il sovraffollamento delle celle. “In un Paese democratico e civile non dovrebbe esserci alcun detenuto che non abbia un posto letto regolamentare. La pena non deve trasformarsi in un trattamento disumano e degradante. I detenuti sono ad oggi 59.683: 6mila in meno rispetto a un anno addietro. Il gap da recuperare è però ancora enorme. Secondo i dati dell’Amministrazione Penitenziaria la capienza regolamentare sarebbe di 49.091 posti.

Negli ultimi due anni abbiamo insistito nel ricordare come i posti realmente disponibili fossero ben meno visti i tantissimi reparti chiusi per manutenzione o altro motivo. Nelle statistiche ufficiali finalmente si ammette che sono ben 4.762 i posti attualmente non disponibili. La capienza regolamentare così scende a 44.329 posti. Dando pure per corretto questo dato (ma siamo certi che almeno altrettanti posti non sono comunque utilizzabili per altre ragioni) il tasso di affollamento italiano è del 134.6%, ovvero 134,6 detenuti per 100 posti letto. Prima dell’inizio della procedura europea eravamo secondi solo alla Serbia che aveva un tasso del 159,3%. Ora siamo stati superati anche da Cipro e Ungheria. Ma non è proprio un risultato entusiasmante se si tiene conto che la media europea è del 97,8%, ovvero in media in Europa vi sono meno detenuti rispetto ai posti letto a disposizione”.

Stranieri dietro le sbarre. Sono 20.521 gli stranieri nelle carceri italiane, pari al 34,3% del totale della popolazione detenuta. I marocchini sono 3.714, i romeni 3.428, gli albanesi 2.728 e i tunisini 2.375. “Molta enfasi è stata data alla norma che prevede l’espulsione dei condannati quando sono in prossimità della fine della pena (residuo inferiore ai due anni) – scrive Antigone – È questa una norma che non produce risultati. Poco incidono gli accordi con i Paesi di provenienza, ovviamente poco propensi a farsi carico dei propri connazionali che commettono delitti all’estero. Tant’è che la percentuale degli stranieri è scesa solo dell’1% nell’ultimo anno”.

di Vladimiro Polchi

La Repubblica, 27 maggio 2014

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