Napoli: “carceri inumane”… la Camera Penale decide 3 giorni di astensione dalle udienze


Palazzo di Giustizia NapoliDa anni ormai si parla di riforma della Giustizia in Italia, anche l’Europa ce lo impone, ma la situazione resta immutata. Considerata la situazione di stallo, che rende inumana la vita in carcere, l’Assemblea della Camera Penale ha deciso di operare tre giorni di astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria del settore penale per i giorni 28,29 e 30 maggio 2014 e di convocare l’assemblea degli iscritti per il 28 maggio 2014, giorno in cui scade il termine previsto dalla sentenza Torreggiani della Cedu. Nonostante la scadenza del 28 maggio 2014, imposta dalla nota sentenza Torreggiani della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, si avvicini, nessun passo verso la regolarizzazione delle carceri italiane è stato fatto.

Eppure questa sentenza rappresenta il verdetto di condanna più umiliante che uno Stato membro dell’Unione Europea abbia mai subito. L’Italia è responsabile di far funzionare le carceri in permanente violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani e le libertà fondamentali, in cui si proibisce la tortura e ogni trattamento inumano e degradante. Sì, molti degli Istituti di Pena del Belpaese sono posti in cui nessun essere umano dovrebbe mai mettere piede, dove troppo spesso si entra delinquenti e si esce professori di criminalità.

Questi Istituti non hanno nessuna funzione rieducativa, riabilitante o che consenta un reinserimento consapevole all’interno della società. Non è stato risolto né il drammatico sovraffollamento delle carceri italiane, più volte denunciato in documenti, delibere, dibattiti e convegni dalla Camera Penale di Napoli e dall’Unione delle Camere Penali Italiane, e non solo, né le condizioni disumane in cui versano i detenuti in molti penitenziari. Basti pensare che sono circa quattromila i ricorsi di detenuti pendenti presso la Corte Europea per violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani e le libertà fondamentali, centinaia le denunce di maltrattamenti, troppi i suicidi che ogni anno si verificano dietro quelle sbarre dove le giornate sono infinite e resta troppo tempo per pensare. Una situazione inaccettabile per un Paese che vuole definirsi civile, che si considera una democrazia avanzata.

Nelle nostre carceri sopravvivono pratiche che ledono la dignità umana e luoghi, come il Carcere di Poggioreale, definiti medievali dal Presidente della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento Europeo. Una situazione che nel tempo si è aggravata grazie a un uso strumentale del diritto penale che da 1999, data dell’ultimo indulto, ad oggi ha dato luce a ben 321 nuove fattispecie penali e per la quali lo Stato ha deciso di non concedere né amnistie né indulti. Nemmeno gli appelli del Presidente della Repubblica e del Sommo Pontefice sono serviti ad accelerare le riforme, a garantire vivibilità delle carceri e dignità per i detenuti. Intanto la scadenza data dall’Europa è vicina e, con essa, si avvicinano le sanzioni economiche che l’Italia dovrà pagare.

di Claudia Sparavigna

Roma, 27 maggio 2014

Carceri, Ancona : detenuto si uccide impiccandosi, un altro ingerisce varechina e viene salvato


Carcere di AnconaUn suicidio portato a termine e uno tentato. È il drammatico bilancio di una giornata nera per il carcere di Montacuto. Un detenuto è morto impiccato nella sua cella intorno alle 14 e 30. Si tratta di Giovanni Aireti, 64 anni, originario di Frosinone ma da tempo residente a Civitanova Marche. Era detenuto dal 13 gennaio scorso con l’accusa di tentato omicidio, per aver accoltellato al culmine di una lite domestica a Civitanova Alta la moglie Daniela Martini, ferita a una scapola, a un ginocchio e a una mano. Per soccorrere il detenuto è accorsa un’ambulanza della Croce Rossa, ma non c’era nulla da fare.

In mattinata un altro recluso della casa circondariale aveva tentato il suicidio. Attorno alle 10,30 un tunisino di 21 anni ha tentato il suicidio.Da una prima ricostruzione il giovane avrebbe ingerito della varechina assieme alle lamette da barba. Prontamente soccorso dal personale della Polizia Penitenziaria il detenuto è stato trasferito in infermeria. Nel frattempo la direzione del carcere aveva provveduto ad allertare la centrale operativa del 118. In carcere sono arrivati l’automedica e un mezzo della Croce Gialla di Ancona.

Le condizioni di salute del detenuto sono apparse subito gravi. Immediato il trasferimento al Pronto soccorso dell’ospedale regionale di Torrette. Sottoposto ad una serie di accertamenti il giovane è stato ricoverato in ospedale. A preoccupare i medici non tanto le lamette ingerite, ma la quantità di varechina che il ragazzo ha ingerito in quei drammatici momenti quando ha tentato il suicidio. Ipoclorito di sodio che potrebbe aver causato delle lesioni irreversibili alle mucose della bocca e dell’esofago. Solo nelle prossime ore i medici saranno in grado di valutare le reali condizioni del detenuto.

Corriere Adriatico, 27 maggio 2014

Giustizia: fine dell’ora d’aria…. perché le galere italiane se la meritano, la condanna


carcere letti-2Un anno dopo (oggi) la sentenza Torreggiani. L’ottimismo del Dap e un dossier dei Radicali che lo smentisce.

Ai piani alti dell’Amministrazione penitenziaria, dove si attende con un po’ d’ansia il giudizio del comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, previsto per il 4 giugno, si ribadisce che l’Italia riuscirà a evitare l’esecuzione della sentenza pilota Torreggiani per aver violato l’articolo 3 della Convenzione europea, che vieta la tortura.

Oggi, 27 maggio, scade infatti la proroga concessa al governo italiano dalla Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo, per risolvere la grave questione penitenziaria. Eppure, nonostante l’ottimismo di facciata, l’Italia meriterebbe di essere condannata. Senza se e senza ma. Perché se i numeri sono scesi – i detenuti ora sono 59 mila grazie ad alcuni provvedimenti legislativi approvati per favorire le misure alternative al carcere, un minor ricorso alla custodia cautelare e una politica penitenziaria deflattiva degli istituti di pena più sovraffollati – le condizioni delle patrie galere non sono nel frattempo migliorate. O almeno, non al punto da soddisfare le richieste contenute nel severo monito della Cedu, definito dal capo dello stato, Giorgio Napolitano, “mortificante”.

Lo sostiene un dossier preparato dai Radicali italiani – il Foglio lo ha consultato in anteprima – inviato a Strasburgo per dimostrare la non congruità della road map di riforme messe in atto dal governo italiano dal giorno in cui fu emessa la condanna: l’8 gennaio del 2013. Sono 54 pagine redatte dalla segretaria dei Radicali italiani, Rita Bernardini, in cui si spiegano in modo dettagliato le condizioni ancora disumane delle carceri italiane. Innanzitutto i numeri.

Secondo i vertici del Dap, è sufficiente aver ridimensionato il sovraffollamento e garantito i 3-4 metri quadri di spazio vitale (nel resto dei paesi dell’Eurozona lo spazio è però di circa 7 metri quadri) a ciascun detenuto, per impedire alla Corte europea di rendere esecutiva la condanna, che prevede l’esame di tutti i ricorsi dei detenuti arrivati a Strasburgo, circa quattromila. Eppure basta leggere la sentenza Torreggiani per capire che le richieste non sono state esaudite.

Nel libro dei sogni della Cedu, ogni detenuto avrebbe diritto a una cella singola, condizioni igieniche e sanitarie adeguate, diritto alla luce naturale, possibilità di stare all’esterno di una cella almeno per 8 ore al giorno, un percorso formativo e un lavoro. Così non è, perché la maggior parte degli istituti di pena sono ancora fatiscenti e degradati.

“Le condizioni delle carceri sono diffusamente inaccettabili”, spiega il presidente dell’associazione Antigone, Patrizio Gonnella, al Foglio, “ma sono stati approvati alcuni provvedimenti, come per esempio la legge per aumentare la concessione degli arresti domiciliari o l’attenuazione della legge Giovanardi-Fini, che potrebbero indurre il comitato dei ministri europei a dare una valutazione positiva sull’operato del governo italiano.

Anche perché il giudizio sarà complessivo, con uno sguardo al futuro, non solo focalizzato sulla situazione attuale”. Quindi, se le misure prese contengono un embrione per garantire un graduale miglioramento del sistema penitenziario, la sentenza Torreggiani potrebbe non diventare esecutiva. Di conseguenza tutti i ricorsi dei detenuti giunti a Strasburgo non verranno esaminati. Eppure molte promesse, necessarie per modificare lo stato vessatorio e iniquo della detenzione in Italia, non sono state realizzate.

L’apertura delle celle almeno 8 ore al giorno in tutte le sezioni di media sicurezza? Un miraggio. In media è stato attuato solo nel 10 per cento dei 205 istituti di pena. Nel resto delle carceri, i blindati rimangono chiusi in celle ancora sovraffollate: in alcuni casi 22 ore su 24, come accade per esempio nel peggior carcere d’Europa, a Poggioreale; 18 ore invece negli istituti gestiti con maggior “flessibilità”, da direttori più sensibili, bontà loro.

La sorveglianza cosiddetta “dinamica”, concetto introdotto dalla riforma penitenziaria in corso per indurre gli agenti penitenziari a superare la prassi “sorvegliare e punire” in vista di un ruolo più (ri)educativo? Applicato a macchia di leopardo, solo in alcuni istituti.

Anche perché la sorveglianza dinamica può essere utile solo se dalle celle aperte, o meglio semi-aperte: si esce non solo per un fabbisogno standard di ossigeno, bensì anche per studiare, partecipare ad attività e lavorare. Purtroppo, anche per mancanza di fondi, il lavoro dietro le sbarre è un privilegio (e merce di scambio) concesso solo a 14.456 detenuti.

“In base ai dati aggiornati al 31 dicembre 2013 lavoravano in carcere 14.546 detenuti, il 23,26 per cento della popolazione detenuta. Tra questi, 12.268 alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria e 2.278 per datori di lavoro esterni”, si legge nel memoriale dei Radicali.

“Le scarse possibilità di lavoro offerte ai detenuti vengono ripartite attraverso il sistema della turnazione. Inoltre la qualità del lavoro offerto dall’amministrazione penitenziaria non garantisce la possibilità di acquisire specifiche professionalità spendibili sul mercato del lavoro, vanificando così uno dei princìpi cardine dell’ordinamento penitenziario secondo cui il lavoro all’interno degli istituti rappresenta l’elemento fondamentale per dare concreta attuazione al dettato costituzionale, che assegna alla pena funzione rieducativa”, scrive Rita Bernardini.

Perché a fare lo “scopino”, lo “scrivano”, lo “spesino” o il cuoco di una cucina penitenziaria, non si impara granché. Certo, in molti istituti ci sono le scuole, attività rieducative, ma per via della riduzione drastica dei fondi i corsi professionali sono pochi: 576 nel secondo semestre del 2013. E poi, i seminari di scrittura creativa si trovano persino a Poggioreale, dove però di notte si viene puniti o picchiati nelle celle “zero”, per tutto e per niente. Infatti la procura di Napoli ha recentemente avviato un’indagine, dopo aver ricevuto le denunce di 70 detenuti per i maltrattamenti subiti.

Qui le condizioni igieniche sanitarie sono inaccettabili, come ha evidenziato il severo rapporto pubblicato il 9 aprile da una delegazione di parlamentari europei dopo una visita alla casa di reclusione napoletana. Certo, molti istituti sono stati ampliati, ristrutturati, ma le condizioni critiche e inique sono ancora diffuse in tutt’Italia.

Per un carcere che apre le celle e prova a garantire un percorso formativo, previsto dalla Costituzione e dall’ordinamento penitenziario, ce ne sono altri dieci immobilizzati nelle paludi penitenziarie. Cambia davvero qualcosa se i detenuti, ora 59 mila, hanno più spazio nelle celle se poi, al 31 marzo 2014, quelli con condanna definitiva erano in tutto 37.297?

Cambia qualcosa se ancora non esiste un osservatorio epidemiologico nazionale, per poter assistere in modo adeguato i detenuti malati? Secondo i dati disponibili, i tossicodipendenti sono il 32 per cento, il 27 ha un problema psichiatrico, il 17 ha malattie osteoarticolari, il 16 cardiovascolari e circa il 10 problemi metabolici e dermatologici.

Tra le malattie infettive, la più frequente è l’epatite C (32,8 per cento), seguita dalla tubercolosi (21,8), epatite B (5,3), Hiv (3,8) e sifilide (2,3). Ecco perché la Cedu, se rileggesse quanto da lei stessa scritto un anno fa, dovrebbe rendere esecutiva la sentenza Torreggiani. Non tanto per svuotare le casse esangui dell’Italia che, in caso di un responso negativo, dovrebbe risarcire migliaia di detenuti, ma perché un nulla di fatto spegnerebbe i riflettori finalmente puntati sulle carceri, con la loro umanità dolente. E la sorveglianza “dinamica” resterebbe una barzelletta.

– VEDI IL DOSSIER DEI RADICALI DEPOSITATO A STRASBURGO (PDF)

di Cristina Giudici

Il Foglio, 27 maggio 2014

Carceri: detenuti “vittime di sovraffollamento”, oggi scade l’anno per rimettersi in regola


Carcere Regina Coeli RomaSovraffollamento carcerario, s’avvicina l’ora della verità: domani, infatti, scadrà l’anno concesso dalla Corte Ue per i diritti dell’uomo al nostro paese, affinché offra condizioni non degradanti ai detenuti.

E il ministro della giustizia Andrea Orlando, in missione a Strasburgo la scorsa settimana, confida che il calo dei reclusi (circa 59 mila, mentre a fine febbraio erano oltre 60.800) e i “progressi sul piano normativo” facciano sì che l’organismo valuti con attenzione la situazione, prima di aprire la procedura d’infrazione.

Tutto nasce dalla sentenza Torreggiani, riguardante il trattamento cui sono stati sottoposti sette carcerati a Busto Arsizio (Varese) e a Piacenza, ai quali il governo è stato condannato a corrispondere un indennizzo complessivo di 100 mila euro; il pronunciamento, che evidenziava come per il rispetto della dignità dell’individuo fosse necessario garantire almeno 3 metri quadrati ad ogni persona, aveva imposto alla penisola di risolvere in un anno la situazione.

La capienza regolamentare nei nostri 205 istituti di pena è pari a 47.857 posti, e attualmente i detenuti in attesa di primo giudizio sono poco più di 10 mila (dai 21 mila di fine 2009), mentre quelli ammessi a misure alternative alla permanenza dietro le sbarre sono saliti da 12 mila a oltre 29 mila.

Il dicastero di via Arenula attende il responso del Consiglio d’Europa, di cui la Corte di Strasburgo fa parte, dopo aver sostenuto che le iniziative legislative adottate finora e quelle future fermeranno il flusso di ricorsi in arrivo dai reclusi italiani, che dopo la sentenza del maggio dello scorso anno si dichiarano “vittime del sovraffollamento”; il viaggio di Orlando era teso anche dimostrare che l’Italia è in grado, a livello nazionale, di porre rimedio agli appelli già giunti alla Corte Ue dei diritti dell’uomo, organismo che ha calcolato in 6.829, di cui 1.340 già pendenti davanti a una formazione giudicante, i ricorsi, mentre 19 si trovano già a uno stadio più avanzato, perché ritenuti ammissibili e comunicati a palazzo Chigi. Oggi, intanto, a Roma, l’associazione Antigone, alla vigilia della scadenza, illustrerà alla stampa “numeri, dati, storie e immagini sulla situazione penitenziaria”.

di Simona D’Alessio

Italia Oggi, 27 maggio 2014

Carceri: nelle celle si vive in 3mq a testa e questo potrebbe costare molto caro all’Italia


carceri-640L’8 gennaio 2013 l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti umani: si tratta della sentenza scaturita dall’esposto avanzato da Torreggiani ed altri 4 mila detenuti per un affollamento tale da determinare un trattamento disumano. Essendo una sentenza pilota, l’Italia aveva un anno di tempo per evitare che la situazione persistesse nel sistema penitenziario. L’anno è scaduto.

Si può vivere in meno di 3 metri quadrati? Se stai dietro le sbarre, sì: nelle carceri italiane si contano 134 detenuti ogni 100 posti letto disponibili. Un sovraffollamento che può costare caro alle casse dello Stato. Domani, infatti, scade l’anno di tempo che la Corte europea dei diritti umani ha assegnato all’Italia con la famosa sentenza Torreggiani. Di cosa si tratta?

La sentenza di condanna. L’8 gennaio 2013 l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti umani: si tratta della sentenza pilota Torreggiani, confermata dalla Grande Camera della Corte di Strasburgo il successivo 27 maggio. Oltre al ricorso presentato da Torreggiani, ne sono piovuti altri 4mila per motivo analogo, ovvero l’affollamento tale da determinare un trattamento disumano. Essendo una sentenza pilota, l’Italia aveva un anno di tempo per evitare che la situazione persistesse nel sistema penitenziario. L’anno è scaduto. Nei prossimi giorni il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa valuterà le politiche penali italiane.

Un risarcimento da 60 milioni. A fotografare la situazione carceraria del nostro Paese è l’associazione Antigone onlus. Sono circa 4mila i ricorsi presentati finora dai detenuti, tutti riguardanti le condizioni di affollamento. L’associazione Antigone chiede “che per ognuno di essi sia la Corte europea dei Diritti Umani a procedere a condanna con relativo risarcimento. Posto che in media il risarcimento è di 15mila euro, si potrebbe giungere a una cifra complessiva di 60 milioni. Chi ha subito un’umiliazione dallo Stato deve essere risarcito”.

Il sovraffollamento delle celle. “In un Paese democratico e civile non dovrebbe esserci alcun detenuto che non abbia un posto letto regolamentare. La pena non deve trasformarsi in un trattamento disumano e degradante. I detenuti sono ad oggi 59.683: 6mila in meno rispetto a un anno addietro. Il gap da recuperare è però ancora enorme. Secondo i dati dell’Amministrazione Penitenziaria la capienza regolamentare sarebbe di 49.091 posti.

Negli ultimi due anni abbiamo insistito nel ricordare come i posti realmente disponibili fossero ben meno visti i tantissimi reparti chiusi per manutenzione o altro motivo. Nelle statistiche ufficiali finalmente si ammette che sono ben 4.762 i posti attualmente non disponibili. La capienza regolamentare così scende a 44.329 posti. Dando pure per corretto questo dato (ma siamo certi che almeno altrettanti posti non sono comunque utilizzabili per altre ragioni) il tasso di affollamento italiano è del 134.6%, ovvero 134,6 detenuti per 100 posti letto. Prima dell’inizio della procedura europea eravamo secondi solo alla Serbia che aveva un tasso del 159,3%. Ora siamo stati superati anche da Cipro e Ungheria. Ma non è proprio un risultato entusiasmante se si tiene conto che la media europea è del 97,8%, ovvero in media in Europa vi sono meno detenuti rispetto ai posti letto a disposizione”.

Stranieri dietro le sbarre. Sono 20.521 gli stranieri nelle carceri italiane, pari al 34,3% del totale della popolazione detenuta. I marocchini sono 3.714, i romeni 3.428, gli albanesi 2.728 e i tunisini 2.375. “Molta enfasi è stata data alla norma che prevede l’espulsione dei condannati quando sono in prossimità della fine della pena (residuo inferiore ai due anni) – scrive Antigone – È questa una norma che non produce risultati. Poco incidono gli accordi con i Paesi di provenienza, ovviamente poco propensi a farsi carico dei propri connazionali che commettono delitti all’estero. Tant’è che la percentuale degli stranieri è scesa solo dell’1% nell’ultimo anno”.

di Vladimiro Polchi

La Repubblica, 27 maggio 2014

Giustizia: illegale o europea? L’Italia in attesa del verdetto della Corte di Strasburgo


carceri cella affollataLa tortura in Italia non è ancora reato e il Garante non è stato ancora nominato. Sono questi tutti buoni motivi per chiedere alla Corte di non rinunciare al suo sguardo.

Ci sono due, tre, tante Europe.

L’Europa che ha messo sotto osservazione il sistema carcerario italiano è un’altra Europa rispetto all’Europa del fiscal compact. Un anno fa la Corte europea dei diritti umani, con una procedura non proprio ordinaria, di fronte alla sistematica violazione dell’articolo 3 della Convenzione del 1950 che proibisce la tortura e i trattamenti inumani o degradanti, ha sospeso il suo giudizio e ha chiesto all’Italia di rientrare nella legalità internazionale. L’anno di tempo concesso scade oggi. Vediamo brevemente cosa è successo in quest’ultimo anno e se possiamo ritenerci un Paese “legale”.

Lo sguardo giurisdizionale europeo ha costretto i tre governi che si sono succeduti da gennaio 2013 (Monti, Letta e Renzi) ad avviare un percorso di deflazione e umanizzazione. Contemporaneamente era partita la campagna delle tre leggi di iniziativa popolare (droghe, tortura, carceri) per non far cadere il tema nell’oblio dove periodicamente e tristemente va a finire. Contro il sovraffollamento è innegabile che alcune cose sono state fatte: cambio delle norme sulla custodia cautelare, estensione della liberazione anticipata e delle misure alternative alla detenzione, più detenzione domiciliare e meno carcere, avvio di un percorso di depenalizzazione, introduzione della messa alla prova anche per gli adulti.

La Corte Costituzionale ha abrogato la legge Fini-Giovanardi sulle droghe. È infine stato abolito il reato odioso di immigrazione irregolare. Al fine di umanizzare la vita in carcere è stata prevista l’istituzione del garante nazionale delle persone private della libertà, ai detenuti è stata garantita più tutela davanti ai giudici di sorveglianza, non si è dato più per scontato negli uffici ministeriali che la pena carceraria dovesse coincidere con l’ozio forzato in celle maleodoranti. Gli ultimi due ministri della Giustizia (Cancellieri e Orlando) hanno finalmente adottato un linguaggio più europeo.

Le domande a questo punto sono due. Sarebbe mai ciò avvenuto senza lo sguardo investigativo di Strasburgo? È comunque sufficiente per ritenerci a posto? La risposta è la stessa, ovvero no! Vediamo perché. 1) Lo spazio è ancora del tutto insufficiente. I detenuti sono ad oggi 59.683. Erano 6 mila in più ai tempi della sentenza Torreggiani. Ma siamo ancora lontani dal poter dire che nelle nostre galere ci sia spazio per tutti. 15 mila persone non hanno ancora un posto letto regolamentare. Il tasso di affollamento italiano è del 134.6%, ovvero 134,6 detenuti che devono spartirsi 100 posti letto. Prima dell’inizio della procedura europea eravamo secondi solo alla Serbia che aveva un tasso del 159,3%. Ora peggio di noi ci sono anche Cipro e Ungheria. Non è proprio un risultato entusiasmante se si tiene conto che la media europea è del 97,8%.

2) Il sistema di riforme messo in piedi è un patchwork disomogeneo che richiede una razionalizzazione e un’ulteriore accelerazione riformista e garantista. A breve dovranno essere emanati i decreti sulla depenalizzazione. Se non si tolgono di mezzo norme ingiuste e carcerogene come l’oltraggio tutto resterà invariato. Inoltre la legislazione sulle droghe in vigore è ancora un mix paternalista e autoritario. I detenuti condannati in base alla Fini-Giovanardi stanno ancora scontando una pena palesemente illegittima.

3) La qualità della vita in carcere, tra salute negata e rischi di violenza, è ancora ben poco normale. Mentre scrivevo quest’articolo mi ha chiamato la moglie di un detenuto dicendomi che il marito da tredici giorni è in carcere senza carta igienica. Le denunce di violenze non mancano.

Questo scrive al nostro difensore civico un detenuto: “Dopo mi hanno trasferito nel peggior carcere in Sicilia che si chiama Casa circondariale di Agrigento dove lì le guardie penitenziarie distruggevano i detenuti maltrattandoli pesantemente fino al punto che a un detenuto tunisino gli è stato amputato un braccio perché una guardia gli ha chiuso il blindato sul braccio.

Ha avuto un’infezione molto grave lo hanno lasciato così in quello stato fino al punto che ha scioperato tutto il carcere. Solo così lo hanno fatto uscire dal carcere per curarlo ma non ce l’hanno fatta in tempo a salvargli il braccio [… ] loro reagivano con delle squadrette da 15 guardie penitenziarie che ci venivano a chiamare in piena notte dicendoci di andare in infermeria o ci portavano in isolamento e ci distruggevano dalle manganellate. Poi ci mettevano in isolamento in celle lisce prive di tutto né materassi né coperte niente di niente in pieno freddo e ci lasciavano nudi solo con le mutande tutti gonfi e agonizzanti”.

di Patrizio Gonnella (Presidente di Antigone)

Il Manifesto, 27 maggio 2014

Carceri, Caso Torreggiani : La situazione delle Carceri Italiane


Il 28 maggio 2014 scade l’anno di tempo che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo aveva dato all’Italia a seguito della sentenza pilota nel caso Torreggiani.

Ad un anno di distanza da quella decisione Antigone racconta la situazione delle carceri italiane con questo video realizzato nei giorni scorsi e mostrato oggi durante una conferenza stampa.