Dossier radicale a Strasburgo sulla sentenza Torreggiani


Dossier radicale a Strasburgo sulla sentenza Torreggiani

Punto per punto, oltre 50 pagine di analisi della mancata ottemperanza da parte del nostro Paese

Non interrotto lo stato di illegalità: i trattamenti inumani e degradanti dei detenuti proseguono (violazione art. 3 – tortura)

Caso Torreggiani e altri contro Italia (No. 43517/09) – Scarica il documento ITA

Judgement Torreggiani and others v/Italy (No. 43517/09) – Scarica il documento ENG

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Carceri, I Radicali al Consiglio d’Europa : “Il Governo Italiano mente sul Sovraffollamento”


Carceri-San-Vittore-by-Inside-CarceriSono due — e in con­trap­po­si­zione — i dos­sier che la Corte euro­pea dei diritti umani dovrà stu­diare per deci­dere se rico­no­scere, da mar­tedì pros­simo, il diritto al risar­ci­mento dei dete­nuti ita­liani, costretti in celle sovraf­fol­late, che hanno fatto o faranno ricorso, con­si­de­rando che i primi 6829 giac­ciono già in attesa del via libera. Quando infatti ieri mat­tina il pre­si­dente della Cedu, il lus­sem­bur­ghese Dean Spiel­mann, ha rice­vuto nello stu­dio di Stra­sburgo il mini­stro di Giu­sti­zia ita­liano Andrea Orlando col far­dello di com­piti fatti e di pro­getti appron­tati per risol­vere il pro­blema delle nostre car­ceri «inu­mane e degra­danti», sul suo tavolo, oltre alla cor­posa docu­men­ta­zione che il tito­lare di via Are­nula spera sia l’asso nella manica per evi­tare la valanga di san­zioni del Con­si­glio d’Europa, c’era già anche il dos­sier di 52 pagine inviato gio­vedì sera dai Radi­cali ita­liani per con­te­stare l’efficacia dei prov­ve­di­menti gover­na­tivi varati ad hoc e l’affermazione del mini­stro secondo il quale il pro­blema del sovraf­fol­la­mento sarebbe in via di risoluzione.

«Nel nostro dos­sier con­fu­tiamo accu­ra­ta­mente i dati uffi­ciali del Dap che par­lano di 48.309 posti rego­la­men­tari, con 60.197 dete­nuti pre­senti al 31 marzo scorso – rac­conta la segre­ta­ria del par­tito, Rita Ber­nar­dini – In realtà, il 2 aprile scorso, la stessa ammi­ni­stra­zione ha ammesso che i posti dispo­ni­bili erano “tem­po­ra­nea­mente” 43.547. E anche sul sito del mini­stero è com­parso recen­te­mente un aste­ri­sco a piè di pagina che avverte della pos­si­bi­lità di disco­sta­mento del dato reale, a causa di sezioni chiuse o ina­gi­bili. Secondo noi invece i posti legali sono 40.800. Per­ché ci sono isti­tuti che hanno più letti che dete­nuti, come nel caso della Sar­de­gna o degli Opg. Ma sono posti inu­ti­liz­za­bili, a meno che non si voglia depor­tare in massa 700 dete­nuti nell’isola o 400 negli ospe­dali psi­chia­trici giu­di­ziari. Cioè a meno che non si voglia fare un’operazione comun­que illegale».

Rita Bernardini, Segretaria Nazionale RadicaliBer­nar­dini rac­conta di aver appena rice­vuto una let­tera da tre dete­nuti tra­sfe­riti nel car­cere di Alghero, a mille chi­lo­me­tri dalle loro fami­glie. «Mi hanno scritto che stanno meglio di prima – dice la diri­gente Radi­cale – per­ché ora vivono in tre in una cella da due, ma i loro fami­liari non hanno la pos­si­bi­lità di andarli a tro­vare. E que­sta è un’altra vio­la­zione dei diritti».

D’altra parte la sen­tenza Tor­reg­giani in sca­denza il 27 mag­gio non impone solo uno spa­zio minimo vitale tra i 3 e i 7 metri qua­dri per cia­scun dete­nuto, ma ricorda all’Italia che c’è una serie di con­di­zioni per con­si­de­rare la deten­zione “legale” secondo le norme inter­na­zio­nali: dalle ore d’aria all’acqua pota­bile, le docce a dispo­si­zione, il lavoro, l’affettività, le atti­vità sociali, l’igiene e soprat­tutto l’accesso alle cure. Tasto dolente.

Solo qual­che giorno fa i medici peni­ten­ziari del Simpse hanno lan­ciato l’allarme: il 32% dei dete­nuti ita­liani è tos­si­co­di­pen­dente, il 27% ha un pro­blema psi­chia­trico, il 17% ha malat­tie osteoar­ti­co­lari, il 16% car­dio­va­sco­lari e circa il 10% pro­blemi meta­bo­lici e der­ma­to­lo­gici. L’incidenza di malat­tie infet­tive den­tro il car­cere, poi, è tra le 25 e le 40 volte supe­riore che all’esterno: l’epatite C la più fre­quente (32,8%), seguita da Tbc (21,8%, ma il 50% nei dete­nuti stra­nieri), Epa­tite B (5,3%), Hiv (3,8%) e sifi­lide (2,3%).

È que­sto che pre­oc­cupa in par­ti­co­lare il Con­si­glio d’Europa che mar­tedì pros­simo terrà una con­fe­renza spe­ci­fica pro­prio sulla salute in car­cere, con la pre­sen­ta­zione di un nuovo rap­porto dell’Oms, e sul rischio di epi­de­mie. Ed è inte­res­sante stu­diare, nel dos­sier dei Radi­cali, il numero di ingressi dalla libertà dal 1991 ad oggi: salta agli occhi l’impennata di car­ce­ra­zioni, soprat­tutto di sog­getti stra­nieri, dal 2006 in poi, cioè da quando è entrata in vigore la legge sulle dro­ghe Fini-Giovanardi. Men­tre le dete­nute stra­niere aumen­tano con­si­de­re­vol­mente dal 2003, l’anno della Bossi-Fini. Il trend di car­ce­ra­zione gene­rale si è inver­tito solo dal 2012.

Nella docu­men­ta­zione inviata a Stra­sburgo i Radi­cali con­te­stano anche l’efficacia delle ultime leggi varate e l’inadeguatezza dei rimedi pro­po­sti dal governo ita­liano. A comin­ciare dalla limi­tata pos­si­bi­lità di accesso alla deten­zione domi­ci­liare o alla custo­dia nelle celle di sicu­rezza, nel caso di arre­sto in fla­granza di reato. Altro pro­blema su cui si pone l’accento è il «rime­dio interno» che il governo ha tro­vato per limi­tare, come chie­deva la stessa Cedu, il numero di ricorsi per vio­la­zione dei diritti umani che negli ultimi anni sta­vano inta­sando le aule di giu­sti­zia euro­pee. Dall’entrata in vigore della legge 10 del 21 feb­braio 2014, il ricorso può essere pre­sen­tato solo dinanzi ai magi­strati di sor­ve­glianza. Ma secondo i dati ripor­tati nel dos­sier radi­cale «la pianta orga­nica dei magi­strati di sor­ve­glianza pre­vede 173 unità, men­tre i posti coperti sono 158» e «la carenza strut­tu­rale del per­so­nale dà luogo almeno da un decen­nio a ritardi inau­diti». «Tanto che a Bolo­gna – con­clude Ber­nar­dini – il pre­si­dente del tri­bu­nale di sor­ve­glianza, Fran­ce­sco Mai­sto, ha deciso di trat­tare solo le istanze che riguar­dano i dete­nuti e non i casi di con­dan­nati a piede libero. Rischiando così di creare ulte­riori violazioni».

Eleonora Martini

Il Manifesto, 23 Maggio 2014

Europee, i Radicali non partecipano al voto Ma finché ci sono loro c’è speranza


Parlamento Europeo 1Mentre cala il silenzio elettorale e si aspetta l’esito della sfida a tre – fra Renzi, Grillo e Berlusconi – i radicali restano fuori dal voto. E così si realizza il paradosso che, se vuoi parlare di politica, devi uscir fuori dalla contesa elettorale. La politica ufficiale, di Palazzo, è tutta racchiusa in una sfida personalistica, di abilità comunicativa, fra tre leader privi di programmi e di valori ideali; la politica marginale trova sbocco nell’attività radicale che pone sul tappeto grandi questioni come la giustizia, i diritti, il carcere, l’amnistia, la lotta al giustizialismo, il ripristino dello stato di diritto.

Tutto ciò è ancora più paradossale se si pensa che fino a vent’anni fa l’impressione, nell’opinione pubblica, era esattamente opposta alle sensazioni di oggi: c’era Pannella, istrione, grande comunicatore, maestro della politica spettacolo – e che per questo veniva criticato da tutti – contrapposto alla tetraggine delle burocrazie e degli anonimi apparati collettivi di partito.

Come è avvenuta questa metamorfosi? Bisogna tenere conto di tante cose. La prima – essenziale – è quella che ci interessa oggi: non è vero che negli anni ottanta la contrapposizione fosse tra “l’istrione” e “il collettivo” . Succedeva semplicemente che la grande politica dei partiti di massa era sorda alla modernità delle questioni che il partito radicale gettava nell’arena della lotta politica, non riusciva a sentirle né a vederle, e perciò reagiva concentrando lo sguardo sui metodi clamorosi e nuovi, di lotta politica, inventati da Pannella, senza accorgersi della modernità della lotta politica che proponeva. La modernità dei contenuti. Provate oggi a correre con la memoria a quegli anni. Il divorzio e poi l’aborto, la lotta alla fame nel mondo, i diritti dei soldati, dei carcerati, degli omosessuali, delle donne, la battaglia antiproibizionista, l’antimilitarismo… Come si faceva a pensare che fossero questioni marginali, e che nessuna battaglia politica potesse essere condotta – a sinistra – se non in funzione dei diritti sindacali, oppure – a destra – senza rispettare i principi del cristianesimo Vaticano o della grande ideologia conservatrice e post fascista (ordine, disciplina, merito, rispetto)?

I partiti politici di massa, in quegli anni, non colsero in nessun modo il radicalismo profondo del partito radicale. Non capirono che era un radicalismo di sostanza e non di forme, e che poneva due grandi questioni: entrare a pieno titolo nella modernità ed entrare nella democrazia compiuta. Perché in quegli anni, la modernità era considerata un disvalore, e nessuno vedeva i limiti della “democrazia realizzata” con lo Stato Repubblicano e la necessità di farle compiere un salto in avanti, superando le paure, le ragioni di stato, le burocrazie, i barocchismi, gli ideologismi. Paure di che? Semplicemente della libertà. La macchina politica – socialmente formidabile – della prima Repubblica, lodava la libertà ma la temeva, riteneva che avesse bisogno di un involucro, di un sistema collettivo di limitazione e di organizzazione. Amava la libertà organizzata e finalizzata, non concepiva nemmeno la “libertà libera”.

Allora, probabilmente, nacque una frattura profondissima tra politica e modernità. E quella frattura portò la politica a vivere in una dimensione che era interamente interna “al patto di Yalta” e ai suoi automatismi. Caduta l’Europa di Yalta, nell’89, e caduti gli automatismi, la fortezza della politica si sgretolò e fu divorata, in pochi mesi, da nuovi poteri – molto più moderni e molto più spregiudicati, e molto più feroci – tra i quali, prima di tutto, il potere giudiziario.

La crisi politica di oggi nasce da lì. Da quegli errori. E la seconda Repubblica è venuta su riproducendo tutti gli errori della prima. Né la destra di Berlusconi, né la sinistra di Prodi, né quella di D’Alema, né la sinistra radicale, si sono davvero posti il tema dell’ingresso nella modernità. E cioè la necessità di uno sviluppo della civiltà in senso liberale, fuori dagli automatismi del socialismo e fuori dagli automatismi del mercatismo. Anzi, la nuova classe politica ha cercato una mediazione tra socialismo e mercatismo, immaginando che fosse quella mediazione – e dunque la moltiplicazione di difetti e sciagure – la porta per entrare nella modernità.

Così oggi ci troviamo dinnanzi alla politica-immagine, al solito governo di emergenza, e alla presunta opposizione – i grillini – incapace di indicare la prospettiva di una società diversa da quella autoritaria e fondamentalista che è nella mente del loro leader. Mentre la destra berlusconiana e la sinistra renzista non sanno a trovare fra loro nessuna differenza che non sia una differenza nella scelta del personale e del ceto dirigente.

E al margine di questo circo, che ha tirato a fondo e quasi annullato la democrazia politica, resta il drappello coraggioso dei radicali. Ce la faranno? Non so: so che finché loro esistono esiste anche la speranza.

Piero Sansonetti

Gli Altri, 23 Maggio 2014

Carceri, i dati segreti sbugiardano Orlando. Il Ministro: c’è meno sovraffollamento. Ma un dossier dei Radicali lo smentisce


Andrea OrlandoChiedere più tempo al Consiglio d’Europa per evitare una condanna pesantissima da parte della Corte dei diritti dell’uomo. La «mission» più o meno «impossible» del ministro Andrea Orlando di ieri a Strasburgo è stata questa. Ma nonostante le rassicuranti dichiarazioni del membro italiano di detto Consiglio, il segretario generale Gabriella Battaini Dragone, che si dichiara possibilista su un ulteriore rinvio, il Guardasigilli del governo Renzi non troverà un tappeto rosso ad accoglierlo. Perché nel frattempo sempre ieri i radicali, a firma di Rita Bernardini Laura Arconti e l’avvocato Debora Cianfanelli, hanno depositato un dossier di 54 pagine per contestare tutti i dati sin qui forniti da via Arenula su un presunto alleggerimento del sovraffollamento dei nostri 205 penitenziari italiani. E intanto sempre da Strasburgo fanno sapere che sino a oggi sono 6829 le cause che sono state già incardinate su istanza di altrettanti detenuti delle nostre patrie galere. E tutte potrebbero finire come quella di Torregiani che nel gennaio 2013 è stato risarcito con circa 11 mila euro insieme ad altre sei persone.

Il ministro ieri in un’intervista al quotidiano dei vescovi «Avvenire» sostiene che adesso i «numeri» sono in regola, sia nei tre metri quadrati a detenuto, sia nella capienza totale. Questo per i radicali invece non sarebbe affatto vero: non sarebbero 48.309 i posti disponibili ma a malapena 40 mila. Quando il 2 aprile il ministro comunicò la «sua» cifra a Strasburgo lo stesso Dap lo smentiva in un comunicato parlando di poco più di 43 mila posti disponibili per circa 60 mila detenuti. In realtà secondo la Bernardini anche alla cifra di 43mila 389 posti disponibili andrebbero sottratti quelli delle carceri sarde, 1800, che sono semivuote e inutilizzate (oltre 800 posti liberi) e quelli dei manicomi giudiziari: altri circa mille posti. Inoltre ci sono centinaia di celle non riscaldate, manca l’assistenza sanitaria in quasi tutte le carceri italiane, i detenuti si suicidano a cifre di 100 l’anno e nessuno li aiuta psicologicamente.

I magistrati di sorveglianza non visitano mai le celle e anche le guardie penitenziarie si tolgono la vita, circa duecento negli ultimi dieci anni. Nella maggior parte dei penitenziari il bagno e la cucina stanno nello stesso locale, non esiste un minimo di privacy, le ore d’aria sono due o tre al giorno e la rieducazione prevista dall’articolo 27 della Costituzione è solo dottrina. Sembra quasi che Orlando voglia risolvere il tutto trovando la sponda dell’euroburocrazia. Credendo di potersela cavare citando i provvedimenti quali lo «svuota carceri», la messa alla prova e le altre misure tampone approvate dal 2010 a oggi. Che secondo i radicali non avrebbero fatto defluire più di sei o settemila detenuti in quattro anni. Non certo i 20 mila e passa che servirebbe. E che solo un provvedimento di amnistia e indulto (così come auspicato anche dal Capo dello stato nel messaggio alle camere dell’8 ottobre scorso) può fare uscire. Insomma una guerra di dati e di numeri, con evidenti gaffe ministeriali, quasi che le persone in carcere, il 40 per cento delle quali è ancora in attesa di un giudizio definitivo (e di esse circa il 40 per cento alla fine dei tre gradi di giudizio risulterà innocente), siano cose.

A ventisei anni dalla morte di Enzo Tortora la situazione carceraria in Italia è ancora all’anno zero.

Dimitri Buffa

IlTempo.it – 23 Maggio 2014