Giustizia: Per i reati minori, arriva la semi-sanatoria


Camera dei DeputatiReati sulla carta “piccoli”, in realtà spesso crimini tipici dei colletti bianchi, sui quali tanti riflettori si sono accesi in questi giorni. Sono quelli su cui calerà la mannaia della legge entrata in vigore fra la semi-indifferenza generale l’altro ieri, la 67/2014.

È la norma che prevede, fra i vari rivoli, la possibilità di chiedere la “messa in prova” ai servizi sociali per chi si ritrovi imputato con accuse punibili al massimo con quattro anni. Se ci saranno “criteri soggettivi e oggettivi” (è insomma la prima volta che si chiede una soluzione del genere, non si è delinquenti abituali e l’ufficio esecuzione è in grado di approntare un programma di recupero decente) si potranno compiere lavori “di pubblica utilità” per un periodo non inferiore ai dieci giorni. E se il percorso “riabilitativo” secondo il giudice sarà andato a buon fine, ecco che il medesimo reato sarà “estinto” – quindi mai inserito nella fedina penale – insieme al processo fino a lì sospeso.

Tanto per farsi un’idea sui numeri: i procedimenti penali pendenti in Italia al momento superano quota tre milioni e mezzo, e l’effetto-snellimento potrebbe essere significativo, coinvolgendo un buon 25-30% di situazioni secondo le più attendibili stime incrociate fra Ministero della giustizia, Associazione nazionale magistrati e Consiglio nazionale forense.

Un altro 10% di “tagli” alle udienze dovrebbe arrivare stoppando le udienze a carico d’imputati irreperibili (sovente extracomunitari), altro caposaldo della legge già attiva. Altri sfrondamenti assortiti sono preventivati se andranno a regime nei prossimi diciotto mesi altri paletti del dispositivo che prevedono una serie di depenalizzazioni: in particolare la trasformazione in illeciti amministrativi di tutti i reati per i quali è prevista la sola pena della multa o dell’ammenda, ad eccezione di alcuni comportamenti specifici in materia di abusi edilizi e ambientali.

Fin qui l’effetto “burocratico”, ormai prioritario dato il patologico ingolfamento della macchina giudiziaria italiana. E però a focalizzare un minimo i riflessi concreti di quel che si è materializzato da poche ore (il tribunale di Bari, per dire, aspettandosi un’ondata di richieste ha creato un ufficio ad hoc) si può cogliere qualche contraddizione. Il caposaldo della lotta a corruzione e in genere ai reati compiuti dai colletti bianchi, come confermato da solidissime indiscrezioni filtrate dal Ministero degli Interni e della Giustizia, potrebbe essere rappresentato dal gran ritorno del falso in bilancio, depenalizzato da Silvio Berlusconi nel 2002.

Cinque anni di pena massima, nella bozza allo studio del Guardasigilli Andrea Orlando, e quindi possibilità di riattivare le intercettazioni telefoniche. Una svolta? Sulla carta parecchio, se però teniamo solo metà della mela. Perché se da una parte si sventola l’imminente disegno di legge, che per avere effetti concreti necessiterà magari di un annetto, come una sorta di mannaia sui falsificatori di bilancio, dall’altra per gli stessi personaggi si spalanca una strepitosa exit strategy .

Grazie proprio ai nuovi orizzonti forniti dalla legge già entrata in vigore, che allarga il ventaglio della messa in prova e soprattutto dell’estinzione del reato. Non va ovviamente dimenticato che la norma attiva da due giorni non è stata partorita originariamente dal governo Renzi, e nemmeno si può trascurare che al giudice resta comunque una discrezione assoluta, sulla concessione o meno della scorciatoia. Altri reati per i quali potrebbe essere usata – oltre che nei processi per furto non aggravato, diffamazione e danneggiamento – sono la bancarotta semplice e il ricorso abusivo al credito. Quest’ultimo è di grande attualità in Liguria, poiché potrebbe essere contestato a vari dirigenti dell’ex management di Carige in una delicata inchiesta condotta a Genova sui finanziamenti concessi a un costruttore “amico”.

Da Roma arrivano altri aggiornamenti importanti. Nel fine settimana il coordinamento dei vari ordini forensi ha incontrato il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri. Per combattere il problema della cause-lumaca nel civile, dopo l’obbligatorietà del tentativo di conciliazione “a monte”, ora si prova a passare la palla agli avvocati pure “a valle”. L’ipotesi allo studio è questa: se dopo tre anni il processo è impantanato, si va alla Camera arbitrale del l’ordine provinciale ed entro 180 giorni la controversia sarà definita con, appunto, un arbitrato. Ancora da definire, ovviamente, materie e soglia di danni richiesti, per i quali sia possibile praticare questa sorta di opzione all’americana.

di Matteo Indice

Il Secolo XIX, 19 maggio 2014

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