Giustizia: carceri affollate, la metafora dell’Italia. Tra pochi giorni scade l’ultimatum della Cedu


Carceri Laura BoldriniTra pochi giorni scadrà il termine, entro cui lo Stato italiano deve adeguare il sistema carcerario alle norme europee. L’inadempienza comporta forti penalità pecuniarie ma, ancor peggio, l’infame marchio di “torturatore” al paese di Cesare Beccaria. A nulla sono valsi i temerari digiuni di Marco Pannella, le parole severe del Presidente della Repubblica, i forti segnali del Papa Francesco, e in non pochi uomini politici e privati cittadini una sempre più acuta sensibilità al dolore degli uomini umiliati e alla legalità costituzionale.

Il dramma collettivo, che non senza significativa semplificazione va sotto il nome di questione carceraria, non è un’emergenza settoriale per quanto gravissima, ma la pesante metafora della Italia stessa. Da anni sul nostro Stato pende la spada dell’inesorabile scadenza, ma tutto è rimasto fermo, nessuna decisione politica è stata presa, salvo qualche timido e inadeguato passo negli ultimi tempi. Perfino il parlarne sembra ancora la mania di pochi.

Carcere è l’Italia stessa. Tutto vi si ripete stancamente: il gioco dei partiti, le poltrone dei boiardi, il proliferare di leggi o inapplicate o fuorvianti, l’arcigna impotenza della giustizia, l’imperversare della corruzione, il tempo che scorre senza decisioni fino alla stretta delle urgenze, grasso formaggio pubblico per i topi dell’illegalità affaristica.

Così la società italiana si è trovata ad affrontare il ciclone finanziario mondiale nelle condizioni peggiori, consumata dalla sua autofagia e al tempo stesso preda di una nevrotica coazione a ripetere gli errori. L’Italia è ferma nell’impotenza. Se dal carcere giudiziario è assai difficile evadere e alla fine o ci si rassegna o si muore, dal carcere sociale molte sono le evasioni. Si dice che i nostri giovani emigrino perché non c’è possibilità di lavoro. Raramente ci si rende conto che l’inoccupazione è la condizione del carcere, dove si mortifica la più propria esigenza dell’uomo, il bisogno di realizzarsi modificando sia pur per poco il mondo. I giovani, ricchi di energia e di desideri attivi, non ancora corrotti o resi indifferenti, questo paese che li costringe all’inoccupazione lo vivono come un carcere. Non vi si può lavorare, e neppure studiare, scuole e università ridotte sempre più povere e sconquassate dall’improvvido affastellarsi d’insensate decisioni.

di Aldo Masullo

Il Mattino, 19 maggio 2014

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