Carceri, Padova : Un figlio malato e non potergli neppure telefonare


Carcere di Regina Coeli RomaMeno dieci: mancano dieci lunghissimi giorni e poi scadrà l’anno di tempo che la Corte europea dei diritti dell’uomo ci ha concesso per far fronte al sovraffollamento delle carceri. Ma noi questa volta non parleremo di numeri, parleremo piuttosto di qualità delle condizioni detentive, e di umanità.

E lo faremo con due testimonianze, di una persona detenuta e di una operatrice che in carcere si occupa di uno sportello di segretariato sociale per i detenuti, accomunate da un problema: un famigliare che sta male. Solo che chi è rinchiuso in galera ha una pena aggiuntiva: i rapporti con i famigliari ridotti a una miseria, sei ore di colloqui e una telefonata di dieci minuti a settimana.

A Padova il direttore ha concesso a tutti due telefonate straordinarie in più al mese, ma è sempre troppo poco. Se davvero vogliono umanizzare le carceri, che inizino dagli affetti, e tolgano questi limiti alle telefonate, come avviene in tanti Paese più civili del nostro: telefonare a casa non ha mai fatto male a nessuno, semmai ha salvato qualcuno dall’abbandono, dall’angoscia della galera, e gli ha ridato la voglia di cambiare vita.

Perché ci separano dai nostri cari?

I miei primi cinque anni di detenzione li ho passati nel carcere di Saint Gilles, Bruxelles, e posso dire che nonostante tante difficoltà non mi hanno separato mai dalla mia famiglia. I miei figli ancora mi dicono: quando ti trovavi in Belgio non ci sentivamo soli, oggi ci sentiamo orfani.

Qualche giorno fa telefono a casa come faccio una volta a settimana, le prime parole che sento di solito sono “Pronto Papà!”, e mi si apre il cuore. Ma questa volta, diversamente dal solito, sento una voce piena di ansia, al primo momento sembrava la linea disturbata, cosa normale visto che telefono all’estero, ma poi la voce mi dice: “Pronto, figlio mio come stai?” e io subito nel panico “Mamma, che cosa c’é che piangi?”. Lei cerca di fare la voce normale, ma con le persone di famiglia si capisce quando c’é qualcosa che non va, e già non sentire la parola “papà” mi desta dei sospetti. Ed ecco che arriva la brutta notizia: “Sono da sola, non c’è nessuno, tua figlia ha avuto un incidente”, nel frattempo la voce va via, cade la linea, scadono i dieci minuti consentiti, inizio a sudare freddo, cerco di chiamare l’agente per dirgli: “È successo qualcosa a mia figlia, potrei usufruire oggi della telefonata prevista per la settimana prossima?”

Mi rispondono: “Purtroppo lei ha finito i suoi dieci minuti settimanali, ci dispiace, la potrà fare la settimana prossima”. Mi sono sentito la persona più inutile al mondo.

Sono un ergastolano, l’unico amore che potrei dare ai miei figli sono quelle telefonate che posso fare per dieci minuti a settimana, oltre alle sei ore di colloquio che potrei fare ogni mese, cosa per me molto difficile, dato che la mia famiglia abita in Belgio.

In questi ultimi anni non sono stato mai presente nella crescita dei miei figli, neppure con un banale gesto d’affetto. In Belgio non è così, ecco perché loro mi dicono: quando eri in Belgio, non ci sentivamo orfani. La detenzione in quel Paese riguardo agli affetti è molto umana, molto attenta, se ti trovi in detenzione preventiva, in attesa di giudizio, ti lasciano fare i colloqui per tre ore a settimana, oltre a due colloqui affettivi di quattro ore al mese, e poi sei in possesso di una carta telefonica, che ti dà accesso ai numeri autorizzati, che puoi chiamare dalle 8:30 fino alle 18:30, anche più volte al giorno, e se hai figli minori fino al diciottesimo compleanno puoi fare, tutti i mercoledì dalle 14:00 fino alle 18:00, i colloqui senza la presenza degli agenti, ma seguito da un’educatrice, per fare i compiti di scuola insieme, giocare, parlare dei loro problemi. E poi sei anche sicuro che ti assegnano un lavoro, con uno stipendio mensile che ti permette di inviare qualcosa alla famiglia e di coprire le tue spese in carcere. Ma soprattutto, in Belgio ti lasciano fare il padre, il marito, il figlio, in modo che il giorno che rientri a casa non sei una persona estranea, che potrebbe “invadere” le vite dei tuoi famigliari spezzando i loro difficili equilibri.

In Italia tanti detenuti, nel momento in cui finiscono di scontare la loro carcerazione, iniziano un’altra pena, quella determinata dalla difficoltà di riallacciare i rapporti con le famiglie, perché spesso la galera causa l’allontanamento dei figli e della moglie, e quando le persone escono e non hanno un lavoro, si scontrano con tutte le difficoltà che oggi ci sono nella società. Tanti di loro poi, se si ritrovano soli e senza nemmeno l’affetto della famiglia, rischiano di tornare presto a delinquere.

Ma siamo sicuri che in Italia vogliano che la persona che esce dal carcere sia inserita nella società? Siamo sicuri che non ci siano tantissimi figli che finiscono per odiare quelle istituzioni, che hanno trattato anche loro come dei colpevoli? Siamo sicuri che tenere in carcere le persone in modo poco umano, e farle uscire più arrabbiate, aiuti a ridurre la criminalità?

Ricordiamoci che siamo già stati condannati dall’Europa e fra qualche giorno potremmo esserlo di nuovo per le nostre carceri disumane. E se per fare i cambiamenti necessari a umanizzarle cominciassero proprio trattando più umanamente i nostri figli?

Biagio Campailla

Ho pensato a quello che farei io se non potessi chiamare a casa quante volte voglio

Entro in carcere da dodici anni e a differenza delle persone con cui collaboro, ad una certa ora posso, anzi devo, uscire. Conosco il carcere da persona libera, e ne ho ovviamente una visione parziale, perché non vivo sulla mia pelle la quotidianità della vita in sezione e la continua privazione della libertà.

Certo ci sono alcune regole, a cui chiunque entri in un carcere deve sottostare, ma sono sopportabili perché limitate alle ore in cui sei “dentro”. Tra tutte, trascorrere le ore in carcere senza cellulare l’ho sempre vissuto con sensazioni contrastanti, a volte di liberazione, a volte di fastidio.

Quest’anno purtroppo mio padre ha avuto un serio problema di salute e da quando è ricoverato in ospedale ci sono stati diversi episodi gravissimi e inaspettati, durante i quali per fortuna ho potuto sempre stargli vicino. Nei momenti in cui si è stabilizzato, ho deciso di riprendere le mie attività e quindi di ricominciare a entrare in carcere.

La prima volta che sono rientrata, al momento di lasciare il cellulare all’esterno, mi è preso quasi il panico. E se succede qualcosa come mi avvisano? Come faccio a stare dentro sei ore senza avere notizie? Ogni tanto mentre sto facendo un colloquio mi viene il terrore che stia succedendo qualcosa e in un paio di occasioni, appena ho potuto, sono corsa fuori ad accendere il cellulare per chiamare a casa.

Questa situazione mi ha avvicinato per un secondo alla sensazione di rabbiosa o rassegnata impotenza che deve provare una persona detenuta che ha una persona cara che sta soffrendo o che sta attraversando un momento difficile o anche semplicemente che ha bisogno per varie ragioni di sentire vicini i propri affetti.

Ho pensato a quello che farei io se non potessi chiamare a casa quante volte voglio, una, dieci, venti al giorno, per sapere minuto per minuto come sta mio padre.

Penso alle volte in cui quando telefono mi concentro così tanto sulla voce di mia madre, che una pausa in più, una parola incerta, un tono di voce stonato mi fa entrare in uno stato d’allarme tale che dopo cinque minuti richiamo per essere sicura che non mi stiano nascondendo qualcosa. E se non sono sicura, chiamo qualcun altro per confrontare le diverse versioni.

Io credo che sia contro natura accettare un atto violento come la lontananza forzata dai propri affetti, con solo dieci minuti di telefonata a settimana. Io non so se in quella situazione riuscirei a mantenere l’autocontrollo, rispondere in modo educato, tenere una condotta “regolare e partecipativa” anche nel tempo, perché farei fatica a dissociare l’immagine di un’istituzione che dice di volermi rendere una persona migliore da quella di un’istituzione che mi tortura allontanandomi dai miei cari anche in momenti così delicati, quando si tratta della vita e della morte delle persone.

E allora penso a quale stato d’animo possa aver generato alcuni rapporti disciplinari per reazioni violente di detenuti, certamente le emozioni, la frustrazione, l’ansia in quei casi sono esplose nel modo sbagliato, ma non deve essere facile gestire l’angoscia e la preoccupazione per una situazione che riguarda i propri cari, accettando di non poterli sentire. Perché 4 telefonate al mese significa non poterli sentire; io in questi mesi faccio almeno 4 telefonate al giorno, e non mi bastano.

Io non capisco il senso della limitazione del numero e della durata delle telefonate: a chi nuoce che una persona detenuta possa sentire quante volte vuole le persone a cui vuole bene? A quale idea di rieducazione nuoce esattamente?

Francesca Rapanà, operatrice dello Sportello di Segretariato sociale in carcere

Il Mattino di Padova, 19 maggio 2014

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