Napoli: io, pentito di camorra, vi racconto l’orrore della “cella zero” di Poggioreale


 La “cella zero” di Poggioreale esiste. Parola di pentito. Fiore D’Avino, storico boss della camorra campana, braccio destro del padrino Carmine Alfieri ai tempi della guerra contro le truppe cutoliane della Nco e suo luogotenente a Somma Vesuviana, in quest’intervista esclusiva a Julie, racconta la sua esperienza dietro le sbarre alle prese con picchiatori e torture.

Che cosa succede nella cella zero?

“Chiariamo prima che cosa sono e come sono fatte. Sono celle lisce, dove ci sono solo le brande per dormire. Senza lenzuola”.

Chi ci va?

“Ci portano i detenuti che, secondo gli agenti penitenziari, danno segni di squilibrio. Ti fanno denudare e vola anche qualche schiaffo, ovviamente. Al mattino presto, prestissimo, ti danno la sveglia e ti mettono in mano una scopa per pulire e lavare. A controllare tutto c’è un agente che brandisce una mazza che porta all’estremità una spugna arrotolata”.

A che cosa serve?

“Serve a picchiare i detenuti. Perché la spugna non lascia segni”.

A lei è mai capitato di essere percosso con questi sistemi?

“A me no, ma sentivo spesso gridare”.

La cella zero dunque non è una invenzione?

“Quando c’ero io, i fatti si verificavano in una parte del padiglione Genova. Ricordo ancora un episodio: era una domenica del novembre 1993, eravamo in una cella del padiglione Firenze. Non sono sicuro sul numero di detenuti, ma eravamo sicuramente in molti. Io stavo scrivendo una lettera e altri guardavano Novantesimo minuto alla tv. Venne un agente dicendo di abbassare il volume. Credetemi, si sentiva a stenti. Un ragazzo di Acerra si alzò e ubbidì. La tv era quasi muta. Dopo qualche minuto, ripassò la stessa guardia e disse, urlando, che la voce era ancora troppo alta e chiuse il blindato”.

E che cosa successe, poi?

“Mi meravigliai del comportamento dell’agente e chiesi se ci fosse qualcosa di personale tra lui e il detenuto. Volevo parlare con il capoposto per farci riaprire il blindato. Gli altri compagni di cella mi dissero che sarebbe stato meglio di no. Erano impauriti. Ma alla fine li convinsi e tutti insieme chiedemmo di parlare con il responsabile. L’agente ascoltò, si fece dare tutti i nostri nominativi e dopo un po’ ritornò da noi chiedendomi di seguirlo. Io ero detenuto da circa un mese”.

Lo segue e che cosa accade?

“Appena entrai nell’ufficio al piano terra, salutai con educazione ma venni accerchiato dagli agenti. L’appuntato mi obbligò a mettere le mani dietro la schiena e in quell’istante mi arrivò uno schiaffo da uno degli agenti alle mie spalle”.

E lei?

“Sinceramente, reagii d’istinto. Gli agenti suonarono l’allarme. Arrivò la squadretta: mi immobilizzarono e trascinarono fuori dal reparto”.

La picchiarono?

“Mi perforarono un timpano e, dopo il loro trattamento, mi ritrovai varie ecchimosi su tutto il corpo. Il giorno dopo, fui visitato da un medico al quale dissi che quei segni erano dovuti a una caduta. Era una bugia, chiaramente. Dopo qualche tempo, andai in udienza al Riesame e dissi che se mi fosse accaduto qualcosa non dovevano considerarmi matto”.

E invece?

“Fui denunciato e al processo, allora avevo già iniziato a collaborare con la giustizia, raccontai la verità. Dissi che cosa era successo, ma non ho saputo più nulla. A Poggioreale, queste cose erano una prassi. C’era una squadretta apposita, ma ho sentito dire che anche in altre carceri usavano violenza fisica e psicologica. Ti gettavano secchi d’acqua fredda addosso”.

intervista a cura di Simone di Meo

http://www.julienews.it, 17 maggio 2014

Carceri, Tolmezzo : Visita Ispettiva dei Radicali al Carcere di Massima Sicurezza


Carcere TolmezzoIeri la delegazione dei radicali formata da Michele Migliori, Nicolò Gnocato e il sottoscritto, ha effettuato la visita ispettiva al carcere di Tolmezzo. Si tratta di una struttura particolare dato che ospita prevalentemente detenuti soggetti ad alta sorveglianza e in regime di 41bis. Siamo stati accolti dal direttore dott.ssa Silvia della Branca, che dal 2003 è responsabile del carcere. Per circa mezz’ora il direttore ha risposto in modo completo e puntuale al questionario che i radicali hanno predisposto per valutare la situazione della struttura. Mi è sembrato che la buona accoglienza a noi riservata sia un riconoscimento dell’attenzione che i radicali hanno sempre rivolto al pianeta carcere.

I numeri del carcere, con i 175 ospiti rispetto ai 220 posti disponibili, dei quali 68 detenuti “comuni”, 86 in alta protezione e 20 in 41 bis, rappresentano un’eccezione rispetto a quanto accade negli altri istituti penitenziari italiani. All’interno della struttura per i detenuti comuni è applicato il regime aperto, dalle 8.30 alle 19.00 le celle nei vari settori non sono chiuse e gli ospiti possono muoversi tra le celle e comunicare con gli altri detenuti.

Tale situazione è ritenuta dal direttore molto positiva, sono diminuiti i motivi di tensione all’interno della struttura. A parere del direttore tale misura andrebbe estesa anche ai detenuti AS. C’è da sottolineare che la struttura offre ad oltre un centinaio di detenuti la possibilità di lavoro all’interno del carcere; sono organizzati corsi professionalizzanti di giardinaggio con una serra all’esterno, un corso completo per periti elettrotecnici dalla prima alla quinta superiore all’interno del carcere, palestra e corsi di grafica.

Le opere di manutenzione del fabbricato sono in parte realizzate dagli stessi detenuti. Per i detenuti in 41 bis tali attività sono chiaramente non possibili, ma è consentito frequentare corsi anche universitari online. Rispetto alla presenza degli immigrati, un detenuto ha sottolineato che la burocrazia non ha consentito ad alcuni stranieri di poter espiare la pena con l’estradizione nel proprio paese di origine (anche per una recente modifica del decreto ministeriale nda). Tale possibilità insieme alla modifica delle norme sulle droghe (legalizzazione) potrebbero, a detta del direttore, ridurre il sovraffollamento. Negli ultimi due anni non si sono verificati suicidi nella struttura.

Si sottolinea che nella struttura non c’è sovraffollamento perché attualmente i detenuti comuni vengono trasferiti altrove e a regime il carcere ospiterà esclusivamente detenuti in alta sorveglianza o in 41bis. Per ragioni di sicurezza oggi 49 persone sono ospitate in celle singole mentre 126 in celle doppie. Le guardie carcerarie sono 160.

Per i 41bis, su 20 detenuti 10 sono in attesa di giudizio e sentenza definitiva. La conferma delle condizioni di permanenza in tale condizione di 41bis avvengono su decisione del ministro della giustizia sulla base delle relazioni del magistrato di sorveglianza. Il carcere in questo senso non ha voce in capitolo. I condannati all’ergastolo sono 10 di cui 5 a ergastolo ostativo. Per poter uscire da tale stato l’unico modo è collaborare o dissociarsi dall’associazione mafiosa. Per i detenuti in 41bis è possibile solo un colloquio di un’ora al mese per parenti fino al terzo grado. Il colloquio avviene con l’interposizione di un vetro. Per i detenuti con figli di età inferiore a dieci anni negli ultimi dieci minuti è consentito il contatto fisico tra genitore e figlio. È possibile solo un’ora d’aria al giorno, il mattino o il pomeriggio, a gruppi di quattro persone. I processi si tengono in teleconferenza. Non sono presenti particolari patologie tra questi ospiti. Ai detenuti è consentita la lettura di quotidiani, riviste e libri ma l’ascolto solo dei canali Rai per la radio e dei canali nazionali per la televisione.

di Stefano Santarossa (Radicali Veneto)

http://www.radicali.it

Napoli: i Radicali raccolgono le denunce dei detenuti ammalati, 300 in attesa di ricovero


Luigi Mazzotta, Radicali NapoliA fine maggio arriveranno le salate multe da parte dell’Unione Europea per le condizioni in cui versano le carceri italiane. Sovraffollamento, condizioni igienico sanitarie pessime, negazione dei diritti per i detenuti sono alcune delle motivazioni delle multe che l’Italia sarà, da qui a breve, condannata a pagare.

Per questo motivo, la scorsa settimana una delegazione di militanti dell’associazione Radicale Per la Grande Napoli, insieme ai parenti dei detenuti si è riunita davanti alla Casa Circondariale di Poggioreale per dare vita ad un presidio non violento, voluto per continuare le lotte in favore dell’amnistia e per il ripristino della legalità all’interno delle carceri per evitare i provvedimenti disciplinari dell’Europa e garantire livelli migliori di vita ai detenuti.

“La manifestazione – spiega Luigi Mazzotta, segretario dell’Associazione Radicale Per la Grande Napoli – è stata voluta soprattutto per raccogliere gli appelli dei detenuti ammalati, che sono rinchiusi in delle catacombe, senza l’adeguata assistenza medico sanitaria”. Quella di Poggioreale è solo la prima delle tappe previste dai Radicali per denunciare l’abbandono che vivono i detenuti ammalati all’interno delle carceri.

Oggi, infatti, ci sarà un’altra manifestazione, all’esterno del Carcere di Secondigliano, a cui parteciperà anche il Senatore del Gal, Luigi Compagna, da sempre in prima linea per i diritti dei detenuti. Intanto proseguono gli appelli con manifestazioni anche eclatanti come quelli degli scioperi della fame e della sete di Marco Pannella e dei Radicali e seguito dai detenuti del Carcere di Poggioreale, che a volte per giorni rifiutano il cibo in segno di protesta. A loro si sono, in alcune occasioni, uniti anche i detenuti di un altro carcere campano, quello di Bellizzi Irpino.

“Tra poco arriveranno le multe dell’Unione Europea – prosegue Mazzotta – e qui non è cambiato ancora nulla, nessuno prende una decisione e in carcere si continua a soffrire. Vogliamo dire ai familiari dei detenuti di non tacere e li invitiamo a fare ricorso quando si presentano casi di omissione di cure all’interno del carcere”. Nonostante la macchina burocratica sia lenta e farraginosa, a Roma, qualcosa sta andando avanti. Per il 15 maggio, infatti, doveva essere pronto il testo unificato in materia di amnistia e indulto, redatto dalla senatrice Nadia Ginetti del Pd e dal senatore Ciro Falanga, di Fi, in qualità di relatori dei quattro ddl per amnistia e indulto. L’esame congiunto dei ddl per amnistia e indulto 2014 è proprio in questi giorni al vaglio della commissione Giustizia al Senato della Repubblica.

Trecento richieste di ricovero

“Sono oltre trecento le richieste di ricovero in ospedale, da parte di detenuti, inevase all’interno delle carceri italiane dall’inizio dell’anno”. A fornire i dati è Luigi Mazzotta dei Radicali Per la Grande Napoli, che spiega: “Si tratta di richieste per operazioni chirurgiche, per le quali i detenuti aspettano anche otto mesi. Alcuni riescono ad essere operati, altri rischiano di morire prima di arrivare in sala operatoria. Invito i detenuti e i loro parenti a prendere esempio da chi ha fatto ricorso e ha ricevuto un indennizzo dalla Corte Europea di quindicimila euro per mancata assistenza sanitaria in carcere”

di Claudia Sparavigna

Roma, 18 maggio 2014

Carceri, Roma : tre Agenti Penitenziari a processo per il pestaggio di un detenuto romeno


regina-coeli-carcereSecondo l’accusa, l’uomo fu immobilizzato in cella e colpito con una sbarra di ferro, calci e pugni. Bastonato alla testa con una spranga in ferro, colpito a calci, schiaffi e pugni fino a fratturargli mascella e zigomo. Sarebbe questo il benvenuto dato a un detenuto romeno, Romica Ceausu, nel carcere di Regina Coeli da parte di tre Agenti della Penitenziaria la notte del 28 settembre 2007.

Lo ritiene il Procuratore Aggiunto, Francesco Caporale, che ha ottenuto l’imputazione per concorso in lesioni personali per i tre agenti difesi di fiducia dagli avvocati Domenico Naccari e Stefano Fusco. Il giovane romeno era stato arrestato con l’accusa di sequestro di persona e violenza sessuale. E poi condannato a 23 anni di carcere, considerato il capo della banda ritenuta responsabile delle aggressioni alle coppiette nel quartiere di Tor Vergata.

Quel che accadde la notte del 28 settembre 2007, secondo la procura, fu un vero pestaggio. Con uno dei tre agenti, scrive il procuratore aggiunto Francesco Caporale nel capo d’imputazione, che “percosse il detenuto alla testa con un tubo in ferro” mentre gli altri due poliziotti lo colpivano “con calci, schiaffi e pugni”.

di Giuseppe Scarpa

La Repubblica, 19 maggio 2014

Giustizia: Per i reati minori, arriva la semi-sanatoria


Camera dei DeputatiReati sulla carta “piccoli”, in realtà spesso crimini tipici dei colletti bianchi, sui quali tanti riflettori si sono accesi in questi giorni. Sono quelli su cui calerà la mannaia della legge entrata in vigore fra la semi-indifferenza generale l’altro ieri, la 67/2014.

È la norma che prevede, fra i vari rivoli, la possibilità di chiedere la “messa in prova” ai servizi sociali per chi si ritrovi imputato con accuse punibili al massimo con quattro anni. Se ci saranno “criteri soggettivi e oggettivi” (è insomma la prima volta che si chiede una soluzione del genere, non si è delinquenti abituali e l’ufficio esecuzione è in grado di approntare un programma di recupero decente) si potranno compiere lavori “di pubblica utilità” per un periodo non inferiore ai dieci giorni. E se il percorso “riabilitativo” secondo il giudice sarà andato a buon fine, ecco che il medesimo reato sarà “estinto” – quindi mai inserito nella fedina penale – insieme al processo fino a lì sospeso.

Tanto per farsi un’idea sui numeri: i procedimenti penali pendenti in Italia al momento superano quota tre milioni e mezzo, e l’effetto-snellimento potrebbe essere significativo, coinvolgendo un buon 25-30% di situazioni secondo le più attendibili stime incrociate fra Ministero della giustizia, Associazione nazionale magistrati e Consiglio nazionale forense.

Un altro 10% di “tagli” alle udienze dovrebbe arrivare stoppando le udienze a carico d’imputati irreperibili (sovente extracomunitari), altro caposaldo della legge già attiva. Altri sfrondamenti assortiti sono preventivati se andranno a regime nei prossimi diciotto mesi altri paletti del dispositivo che prevedono una serie di depenalizzazioni: in particolare la trasformazione in illeciti amministrativi di tutti i reati per i quali è prevista la sola pena della multa o dell’ammenda, ad eccezione di alcuni comportamenti specifici in materia di abusi edilizi e ambientali.

Fin qui l’effetto “burocratico”, ormai prioritario dato il patologico ingolfamento della macchina giudiziaria italiana. E però a focalizzare un minimo i riflessi concreti di quel che si è materializzato da poche ore (il tribunale di Bari, per dire, aspettandosi un’ondata di richieste ha creato un ufficio ad hoc) si può cogliere qualche contraddizione. Il caposaldo della lotta a corruzione e in genere ai reati compiuti dai colletti bianchi, come confermato da solidissime indiscrezioni filtrate dal Ministero degli Interni e della Giustizia, potrebbe essere rappresentato dal gran ritorno del falso in bilancio, depenalizzato da Silvio Berlusconi nel 2002.

Cinque anni di pena massima, nella bozza allo studio del Guardasigilli Andrea Orlando, e quindi possibilità di riattivare le intercettazioni telefoniche. Una svolta? Sulla carta parecchio, se però teniamo solo metà della mela. Perché se da una parte si sventola l’imminente disegno di legge, che per avere effetti concreti necessiterà magari di un annetto, come una sorta di mannaia sui falsificatori di bilancio, dall’altra per gli stessi personaggi si spalanca una strepitosa exit strategy .

Grazie proprio ai nuovi orizzonti forniti dalla legge già entrata in vigore, che allarga il ventaglio della messa in prova e soprattutto dell’estinzione del reato. Non va ovviamente dimenticato che la norma attiva da due giorni non è stata partorita originariamente dal governo Renzi, e nemmeno si può trascurare che al giudice resta comunque una discrezione assoluta, sulla concessione o meno della scorciatoia. Altri reati per i quali potrebbe essere usata – oltre che nei processi per furto non aggravato, diffamazione e danneggiamento – sono la bancarotta semplice e il ricorso abusivo al credito. Quest’ultimo è di grande attualità in Liguria, poiché potrebbe essere contestato a vari dirigenti dell’ex management di Carige in una delicata inchiesta condotta a Genova sui finanziamenti concessi a un costruttore “amico”.

Da Roma arrivano altri aggiornamenti importanti. Nel fine settimana il coordinamento dei vari ordini forensi ha incontrato il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri. Per combattere il problema della cause-lumaca nel civile, dopo l’obbligatorietà del tentativo di conciliazione “a monte”, ora si prova a passare la palla agli avvocati pure “a valle”. L’ipotesi allo studio è questa: se dopo tre anni il processo è impantanato, si va alla Camera arbitrale del l’ordine provinciale ed entro 180 giorni la controversia sarà definita con, appunto, un arbitrato. Ancora da definire, ovviamente, materie e soglia di danni richiesti, per i quali sia possibile praticare questa sorta di opzione all’americana.

di Matteo Indice

Il Secolo XIX, 19 maggio 2014

Giustizia: carceri affollate, la metafora dell’Italia. Tra pochi giorni scade l’ultimatum della Cedu


Carceri Laura BoldriniTra pochi giorni scadrà il termine, entro cui lo Stato italiano deve adeguare il sistema carcerario alle norme europee. L’inadempienza comporta forti penalità pecuniarie ma, ancor peggio, l’infame marchio di “torturatore” al paese di Cesare Beccaria. A nulla sono valsi i temerari digiuni di Marco Pannella, le parole severe del Presidente della Repubblica, i forti segnali del Papa Francesco, e in non pochi uomini politici e privati cittadini una sempre più acuta sensibilità al dolore degli uomini umiliati e alla legalità costituzionale.

Il dramma collettivo, che non senza significativa semplificazione va sotto il nome di questione carceraria, non è un’emergenza settoriale per quanto gravissima, ma la pesante metafora della Italia stessa. Da anni sul nostro Stato pende la spada dell’inesorabile scadenza, ma tutto è rimasto fermo, nessuna decisione politica è stata presa, salvo qualche timido e inadeguato passo negli ultimi tempi. Perfino il parlarne sembra ancora la mania di pochi.

Carcere è l’Italia stessa. Tutto vi si ripete stancamente: il gioco dei partiti, le poltrone dei boiardi, il proliferare di leggi o inapplicate o fuorvianti, l’arcigna impotenza della giustizia, l’imperversare della corruzione, il tempo che scorre senza decisioni fino alla stretta delle urgenze, grasso formaggio pubblico per i topi dell’illegalità affaristica.

Così la società italiana si è trovata ad affrontare il ciclone finanziario mondiale nelle condizioni peggiori, consumata dalla sua autofagia e al tempo stesso preda di una nevrotica coazione a ripetere gli errori. L’Italia è ferma nell’impotenza. Se dal carcere giudiziario è assai difficile evadere e alla fine o ci si rassegna o si muore, dal carcere sociale molte sono le evasioni. Si dice che i nostri giovani emigrino perché non c’è possibilità di lavoro. Raramente ci si rende conto che l’inoccupazione è la condizione del carcere, dove si mortifica la più propria esigenza dell’uomo, il bisogno di realizzarsi modificando sia pur per poco il mondo. I giovani, ricchi di energia e di desideri attivi, non ancora corrotti o resi indifferenti, questo paese che li costringe all’inoccupazione lo vivono come un carcere. Non vi si può lavorare, e neppure studiare, scuole e università ridotte sempre più povere e sconquassate dall’improvvido affastellarsi d’insensate decisioni.

di Aldo Masullo

Il Mattino, 19 maggio 2014

Carceri, Padova : Un figlio malato e non potergli neppure telefonare


Carcere di Regina Coeli RomaMeno dieci: mancano dieci lunghissimi giorni e poi scadrà l’anno di tempo che la Corte europea dei diritti dell’uomo ci ha concesso per far fronte al sovraffollamento delle carceri. Ma noi questa volta non parleremo di numeri, parleremo piuttosto di qualità delle condizioni detentive, e di umanità.

E lo faremo con due testimonianze, di una persona detenuta e di una operatrice che in carcere si occupa di uno sportello di segretariato sociale per i detenuti, accomunate da un problema: un famigliare che sta male. Solo che chi è rinchiuso in galera ha una pena aggiuntiva: i rapporti con i famigliari ridotti a una miseria, sei ore di colloqui e una telefonata di dieci minuti a settimana.

A Padova il direttore ha concesso a tutti due telefonate straordinarie in più al mese, ma è sempre troppo poco. Se davvero vogliono umanizzare le carceri, che inizino dagli affetti, e tolgano questi limiti alle telefonate, come avviene in tanti Paese più civili del nostro: telefonare a casa non ha mai fatto male a nessuno, semmai ha salvato qualcuno dall’abbandono, dall’angoscia della galera, e gli ha ridato la voglia di cambiare vita.

Perché ci separano dai nostri cari?

I miei primi cinque anni di detenzione li ho passati nel carcere di Saint Gilles, Bruxelles, e posso dire che nonostante tante difficoltà non mi hanno separato mai dalla mia famiglia. I miei figli ancora mi dicono: quando ti trovavi in Belgio non ci sentivamo soli, oggi ci sentiamo orfani.

Qualche giorno fa telefono a casa come faccio una volta a settimana, le prime parole che sento di solito sono “Pronto Papà!”, e mi si apre il cuore. Ma questa volta, diversamente dal solito, sento una voce piena di ansia, al primo momento sembrava la linea disturbata, cosa normale visto che telefono all’estero, ma poi la voce mi dice: “Pronto, figlio mio come stai?” e io subito nel panico “Mamma, che cosa c’é che piangi?”. Lei cerca di fare la voce normale, ma con le persone di famiglia si capisce quando c’é qualcosa che non va, e già non sentire la parola “papà” mi desta dei sospetti. Ed ecco che arriva la brutta notizia: “Sono da sola, non c’è nessuno, tua figlia ha avuto un incidente”, nel frattempo la voce va via, cade la linea, scadono i dieci minuti consentiti, inizio a sudare freddo, cerco di chiamare l’agente per dirgli: “È successo qualcosa a mia figlia, potrei usufruire oggi della telefonata prevista per la settimana prossima?”

Mi rispondono: “Purtroppo lei ha finito i suoi dieci minuti settimanali, ci dispiace, la potrà fare la settimana prossima”. Mi sono sentito la persona più inutile al mondo.

Sono un ergastolano, l’unico amore che potrei dare ai miei figli sono quelle telefonate che posso fare per dieci minuti a settimana, oltre alle sei ore di colloquio che potrei fare ogni mese, cosa per me molto difficile, dato che la mia famiglia abita in Belgio.

In questi ultimi anni non sono stato mai presente nella crescita dei miei figli, neppure con un banale gesto d’affetto. In Belgio non è così, ecco perché loro mi dicono: quando eri in Belgio, non ci sentivamo orfani. La detenzione in quel Paese riguardo agli affetti è molto umana, molto attenta, se ti trovi in detenzione preventiva, in attesa di giudizio, ti lasciano fare i colloqui per tre ore a settimana, oltre a due colloqui affettivi di quattro ore al mese, e poi sei in possesso di una carta telefonica, che ti dà accesso ai numeri autorizzati, che puoi chiamare dalle 8:30 fino alle 18:30, anche più volte al giorno, e se hai figli minori fino al diciottesimo compleanno puoi fare, tutti i mercoledì dalle 14:00 fino alle 18:00, i colloqui senza la presenza degli agenti, ma seguito da un’educatrice, per fare i compiti di scuola insieme, giocare, parlare dei loro problemi. E poi sei anche sicuro che ti assegnano un lavoro, con uno stipendio mensile che ti permette di inviare qualcosa alla famiglia e di coprire le tue spese in carcere. Ma soprattutto, in Belgio ti lasciano fare il padre, il marito, il figlio, in modo che il giorno che rientri a casa non sei una persona estranea, che potrebbe “invadere” le vite dei tuoi famigliari spezzando i loro difficili equilibri.

In Italia tanti detenuti, nel momento in cui finiscono di scontare la loro carcerazione, iniziano un’altra pena, quella determinata dalla difficoltà di riallacciare i rapporti con le famiglie, perché spesso la galera causa l’allontanamento dei figli e della moglie, e quando le persone escono e non hanno un lavoro, si scontrano con tutte le difficoltà che oggi ci sono nella società. Tanti di loro poi, se si ritrovano soli e senza nemmeno l’affetto della famiglia, rischiano di tornare presto a delinquere.

Ma siamo sicuri che in Italia vogliano che la persona che esce dal carcere sia inserita nella società? Siamo sicuri che non ci siano tantissimi figli che finiscono per odiare quelle istituzioni, che hanno trattato anche loro come dei colpevoli? Siamo sicuri che tenere in carcere le persone in modo poco umano, e farle uscire più arrabbiate, aiuti a ridurre la criminalità?

Ricordiamoci che siamo già stati condannati dall’Europa e fra qualche giorno potremmo esserlo di nuovo per le nostre carceri disumane. E se per fare i cambiamenti necessari a umanizzarle cominciassero proprio trattando più umanamente i nostri figli?

Biagio Campailla

Ho pensato a quello che farei io se non potessi chiamare a casa quante volte voglio

Entro in carcere da dodici anni e a differenza delle persone con cui collaboro, ad una certa ora posso, anzi devo, uscire. Conosco il carcere da persona libera, e ne ho ovviamente una visione parziale, perché non vivo sulla mia pelle la quotidianità della vita in sezione e la continua privazione della libertà.

Certo ci sono alcune regole, a cui chiunque entri in un carcere deve sottostare, ma sono sopportabili perché limitate alle ore in cui sei “dentro”. Tra tutte, trascorrere le ore in carcere senza cellulare l’ho sempre vissuto con sensazioni contrastanti, a volte di liberazione, a volte di fastidio.

Quest’anno purtroppo mio padre ha avuto un serio problema di salute e da quando è ricoverato in ospedale ci sono stati diversi episodi gravissimi e inaspettati, durante i quali per fortuna ho potuto sempre stargli vicino. Nei momenti in cui si è stabilizzato, ho deciso di riprendere le mie attività e quindi di ricominciare a entrare in carcere.

La prima volta che sono rientrata, al momento di lasciare il cellulare all’esterno, mi è preso quasi il panico. E se succede qualcosa come mi avvisano? Come faccio a stare dentro sei ore senza avere notizie? Ogni tanto mentre sto facendo un colloquio mi viene il terrore che stia succedendo qualcosa e in un paio di occasioni, appena ho potuto, sono corsa fuori ad accendere il cellulare per chiamare a casa.

Questa situazione mi ha avvicinato per un secondo alla sensazione di rabbiosa o rassegnata impotenza che deve provare una persona detenuta che ha una persona cara che sta soffrendo o che sta attraversando un momento difficile o anche semplicemente che ha bisogno per varie ragioni di sentire vicini i propri affetti.

Ho pensato a quello che farei io se non potessi chiamare a casa quante volte voglio, una, dieci, venti al giorno, per sapere minuto per minuto come sta mio padre.

Penso alle volte in cui quando telefono mi concentro così tanto sulla voce di mia madre, che una pausa in più, una parola incerta, un tono di voce stonato mi fa entrare in uno stato d’allarme tale che dopo cinque minuti richiamo per essere sicura che non mi stiano nascondendo qualcosa. E se non sono sicura, chiamo qualcun altro per confrontare le diverse versioni.

Io credo che sia contro natura accettare un atto violento come la lontananza forzata dai propri affetti, con solo dieci minuti di telefonata a settimana. Io non so se in quella situazione riuscirei a mantenere l’autocontrollo, rispondere in modo educato, tenere una condotta “regolare e partecipativa” anche nel tempo, perché farei fatica a dissociare l’immagine di un’istituzione che dice di volermi rendere una persona migliore da quella di un’istituzione che mi tortura allontanandomi dai miei cari anche in momenti così delicati, quando si tratta della vita e della morte delle persone.

E allora penso a quale stato d’animo possa aver generato alcuni rapporti disciplinari per reazioni violente di detenuti, certamente le emozioni, la frustrazione, l’ansia in quei casi sono esplose nel modo sbagliato, ma non deve essere facile gestire l’angoscia e la preoccupazione per una situazione che riguarda i propri cari, accettando di non poterli sentire. Perché 4 telefonate al mese significa non poterli sentire; io in questi mesi faccio almeno 4 telefonate al giorno, e non mi bastano.

Io non capisco il senso della limitazione del numero e della durata delle telefonate: a chi nuoce che una persona detenuta possa sentire quante volte vuole le persone a cui vuole bene? A quale idea di rieducazione nuoce esattamente?

Francesca Rapanà, operatrice dello Sportello di Segretariato sociale in carcere

Il Mattino di Padova, 19 maggio 2014